In Lombardia sono più di 1300 i beni sequestrati alla mafia di cui i lombardi ignorano l’esistenza e l’utilizzo. Un festival di idee per l’utilizzo dei beni confiscati alla mafia in Lombardia è stato lanciato dalla Commissione Antimafia del Consiglio regionale e il Comitato per la legalità, presieduto dal professor Nando Dalla Chiesa.

di Silvio Mengotto

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L’idea è nata da una ricerca sull’uso dei beni confiscati e sulla consapevolezza che i cittadini hanno della loro esistenza: i lombardi non sanno che esistono centinaia di beni confiscati e ignorano anche il loro utilizzo. Si è ravvisato l’opportunità di rivolgersi alla fantasia sociale per individuare modalità di riutilizzo dei beni confiscati alle mafie. «Una iniziativa – dice Nando Dalla Chiesa –  che per adesso non ha fatto nessuna regione. L’idea è nata da una ricerca commissionata dalla Commissione Antimafia della regione con l’Università sull’uso dei beni confiscati in Lombardia. Non c’eravamo limitati alle statistiche: quanti beni confiscati, quanti assegnati, ma abbiamo cercato di vederli, di renderci conto quale fosse non solo il loro stato, che è importante, ma il tipo di atmosfera in cui questi beni operavano»

 

D. Cosa avete trovato?   
«Con alcuni ricercatori, osservando alcuni beni confiscati, abbiamo notato che, a volte, chi li utilizzava non sapeva che fossero beni confiscati alla mafia. In ogni caso non c’era alcun cartello di richiamo, tanto meno dedicati a una vittima della mafia. Questo ha fatto riflettere. In Sicilia, come in Campania e Calabria, un bene confiscato è una vittoria dello Stato e viene rivendicato come tale, lo si fa sapere perché ha una funzione pedagogica. Un patrimonio può essere confiscato. Anche per queste ragioni subiscono attentati o atti di vandalismo perché non deve passare nella testa delle persone che è una cosa pacifica togliere il patrimonio alla mafia»

 

D. Sembrerebbe che la confisca di beni alla mafia al Nord sia vissuta con imbarazzo, a differenza del Sud che viene vissuta con orgoglio. Che ne pensa? 
«Infatti al Sud c’è orgoglio, al Nord lo voglio tenere nascosto perché ti costringe a dire che c’è la mafia. Invece di essere il punto di appoggio nel dire che c’è ma che lo Stato può vincere ti abituano a pensare che non si può fare niente, che non se ne deve parlare, non c’è da ingaggiare uno scontro tra la pretesa della criminalità organizzata di assoggettare dei pezzi di società. Questo un primo punto che ci ha toccato molto. Perché bisogna vergognarsi? Perché non bisogna farlo sapere? Perché non bisogna costruire questa consapevolezza collettiva e che esiste anche un patrimonio pubblico per merito di una lotta che lo Stato conduce contro la mafia?»

 

D. Come vengono utilizzati questi beni?
«Tendenzialmente, sotto il nome di housing sociale, di assegnarle ad associazioni che ne fanno la propria sede. Questo va bene se si tratta di associazioni importanti che lottano contro la mafia, o di associazioni che hanno dei meriti nel campo sociale riconosciuto, ma spesso sono associazioni sconosciute con rendimenti bassi. Ricevuta la sede la gestione, spesso, lascia il tempo che trova»

 

D. Con modalità un po’ parassitarie? 
«In un certo senso si. Evitato il pagamento dell’affitto l’associazione c’è, ma non contraccambia in modo vistoso e visibile quello che ha ricevuto dalla collettività. Non sarà che il frutto di una grande vittoria di indagine, dove qualcuno ha rischiato la pelle, alla fine viene assegnato con un uso parassitario, invece di valorizzarlo offrendo alla collettività qualcosa di più. Io credo che succede questo. Anche dove si creano posti di lavoro spesso sono convenzionati dove non ti metti sul mercato. La cooperativa che vende vino è assistita dal prefetto, dal testimonial, dai ragazzi che lavorano gratuitamente, però si mette sul mercato. Qui invece a volte si tratta di cooperative che operano nei settori più diversi, che hanno già delle rette pagate dal Comune. Ma questo non produce nuovo sviluppo. Una delle grandi scommesse è che si può confiscare , si può farne un uso sociale che dia possibilità occupazionali, che faccia capire che anche quando non c’è la mafia si lavora, anzi si lavora meglio»

 

D. C’è chi motiva questa realtà con il fatto che al Nord i beni confiscati per mafia sono diversi da quelli confiscati al Sud. Al Nord non ci sono estensioni di terreno o grandi proprietà, ma appartamenti, ville, box e garage. Che ne pensa? 
«Questa discussione la facemmo in un seminario all’università Bicocca.  Un ragazzo chiese la parola e disse “scusate datelo a me il box che ci faccio un’officina di riparazione delle biciclette”. Così ci ha spiazzato, ti disfa il giocattolo.  Allora non è vero che non si può fare nulla, ma ti pone un altro problema ancora: è davvero necessario fare delle cooperative perché ci sia un valore sociale in quello che viene costruito?  Il ragazzo non cercava profitto, ma il lavoro per se, offre un servizio agli altri, perché negarglielo? Questo apre problemi teorici importanti. Però ti ha posto il problema. Si possono fare altre cose. La somma dei  risultati delle due ricerche ci ha portato a formulare un Festival di idee per l’utilizzo innovativo dei beni confiscati alle mafie. Vediamo se in Lombardia c’è capacità, fantasia di immaginare altri utilizzi in base ai bisogni sociali e a vocazioni individuali. Come mettere in uno scaffale 100 idee dove l’amministratore possa trovarne una tagliata per essere utilizzata»

 

D. Quali sono le sue attese? 
«Sono convinto che sarà così. Il Festival serve anche a innescare maggiore consapevolezza. Quando metti in moto questa proposta fai sapere di più che esiste questo patrimonio che ha un valore di milioni e milioni di euro. Il Festival è esteso a tutti: singole persone, gruppi, associazioni, Comuni, gruppi di persone, scuole e università. Se arrivassero un centinaio di proposte da comparare, le migliori verranno presentate nella settimana della legalità a marzo, tendenzialmente è quella di Libera.

Non ci sono ricompense materiali, non chiamiamolo concorso perché, anche giuridicamente, ci sarebbero dei vincoli. Facciamo vedere che ci sono persone che sanno pensare in modo originale e realizzabile. Per loro è un riconoscimento parlare sul palco chiedendo di raccontare la propria idea. Mi aspetto una partecipazione non vertiginosa, se avessimo 100 proposte sarebbe un grande risultato»