“Vorrei solo il premio, gli alberi di pino, i miei bimbi e l’erba verde. Vorrei diventare ricco e grasso e guardare i miei figli crescere”.Steve McQueen

di Mara Cozzoli

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Chi è stato davvero Steve McQueen?

Ombroso, tenero, aggressivo, ribelle fin da bambino, solitario, coerente con le sue scelte e le sue passioni; in costante ricerca di equilibrio e libertà.

La sua figura, abbraccia diverse sfere: sociale, intima e psicologica.

Esiste un particolare relativo ai suoi ultimi anni di vita, che non tutti conoscono: la conversione al cristianesimo.

Qual è stato il suo rapporto con la religione?

Partiamo da un breve stralcio d’intervista. Alla domanda: << Crede in Dio?>>, McQueen rispose: <<Io, credo solo in me stesso; Dio sarà il numero uno finché io sarò il numero uno>>.

La vita è imprevedibile, e a volte prende pieghe inaspettate.

Siamo nel 1978, quando con Barbara Minty si trasferiscono in un ranch accoccolato tra le colline lievemente ondulate della Santa Clara Valley,

In questo luogo idilliaco, l’incontro con Sammy Mason: pilota collaudatore in pensione, ancora spericolato, ma cristiano devoto. Insomma, la prova vivente agli occhi di McQueen di quanto virilità e fede non si escludessero a vicenda.  Il vecchio Sam divenne suo istruttore di biplano, successivamente suo migliore e inseparabile amico. Al primo impatto, Steve, sentì subito come questa persona fosse lontana anni luce da tutti coloro che fino a quel momento gli erano ruotati intorno. Passo dopo passo, tra una Old Milwaukee e l’altra, iniziarono ad affrontare discorsi molto profondi, in particolare, su quale fosse il senso della vita.  Arrivò il momento in cui “The king of cool” chiese all’amico cosa facesse la differenza nella sua vita. La risposta arrivò pronta: Gesù Cristo.

Iniziò a frequentare la Missionary Church, insieme a Mason e alla sua famiglia. Why my Lord (cantico di Kris Kristofferson) divenne per lui una sorta di testimonianza personale.  Pastore della comunità, era a quei tempi Leonard De Witt.

Dieci anni prima, <<domenica>> significava sfrecciare su una moto con qualche piacevole intervallo, comprendente donne e birra. Ora, si faceva la barba, indossava abiti puliti e guidava per quindici miglia fino alla costa, alla chiesa missionaria a Ventura. Per tre mesi, in completo anonimato si mischiò alla congregazione.

<<Mi piace questa serenità, trovarsi nella casa di Dio è meraviglioso, è il massimo. Sono le chiacchiere che non sopporto>>.

Il giorno seguente, a pranzo, confessò di essere stanco e malato di Hollywood, di aver condotto una vita sregolata e senza Dio.

Botta e risposta: <<Desideri rinascere?>>

<<Sì>>.

Appartenenti alla vecchia cerchia di amici, guardarono con occhio cinico questa conversione. Qualcuno sostenne che la consapevolezza di una morte vicina, lo avesse portato a tentare una sorta di assicurazione sulla vita.

De Witt   affermò con certezza che:<< Quella di Steve, fu una conversione sincera. Il cristianesimo è stato un tutt’uno con l’abbandono di Hollywood e la ricerca di nuovi valori. Ne parlavamo per giorni interi>>.

McQueen, non solo partecipava alle messe domenicali, ma ogni giovedì alle sette, l’ora in cui di solito rollava il primo spinello, frequentava un gruppo di studio della Bibbia battista. Nella seconda metà del 1979, dividendosi tra la chiesa, gli aeroplani, e i pezzi di antiquariato al ranch, per la prima volta Steve sembrava un uomo completo, invece di qualcuno che cercava in tutti i modi di interpretarne il ruolo.

Negli istanti in cui il cancro lo stava uccidendo, a Barbara ripeté spesso sentirsi in pace grazie a un nuovo verso letto nella Bibbia, verso che poi divenne il suo preferito. Giovanni, 3,16: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non muoia ma abbia vita eterna”.

Nel momento in cui annunciò la sua malattia, pronunciò le seguenti parole: << il mio corpo va in frantumi, ma il mio spirito è integro>>.

Si dice che morì sussurrando e scandendo un numero: Tre- uno- otto- otto. Già, il suo numero di matricola al riformatorio, nello specifico alla California Junior Boys Repubblic di Chino; sul comodino posto al fianco del suo letto una Bibbia.

Scopo di queste righe, non è raccontare un uomo che a un certo punto ha voluto tramutarsi in Santo, o una conversione tardiva o opportunistica. No, scopo è testimoniare un uomo che attraverso il Cristianesimo trovò quella tranquillità d’animo che gli permise di superare i traumi di una << vita incasinata ancora prima che nascessi>> (riprendendo le sue stesse parole). Nato per sbaglio da una notte di (pseudo) amore tra una baby- prostituta alcolizzata e un ex aviatore donnaiolo, dedito al gioco d’azzardo e altrettanto alcolizzato che li abbandonò 6 mesi dopo la sua nascita: non voluto e trascurato, costretto fin da bambino ai repentini passaggi da un letto all’altro della madre (dal cui compagno di turno subì abusi), obbligato a sistemazioni di fortuna e continue partenze. Un giorno, chiese a colei che lo aveva messo al mondo: << Cosa abbiamo che non va, mamma? >>. La sua, fu un’infanzia vissuta in assoluta povertà.  Approcciandosi alla fede, riuscì a riflettere sul male involontariamente fatto a chi lo aveva davvero amato, analizzò la sua vita con lucidità, tanto da riassumere con franchezza quanto fosse stato malvagio, imparò allo stesso tempo ad amarla e, cosa non da poco a morire con estrema serenità: << Ora che sono diventato cristiano, ho un motivo ancora più importante per vivere. Io, voglio vivere, ma se non sarà così, so dove andrò >>.  In tutto ciò, fu soprattutto un padre perfetto. Ai suoi figli Chad e Terry, diede tutto l’amore del mondo e cercò di essere sempre presente.