Badminton, nome di sport ancora poco conosciuto, che se legato al settore disabilità, lo si trova ancora in fase embrionale. Nel corso di due giorni di torneo di para-badminton, da poco dichiarato sport paralimpico, mi sono imbattuta in una brillante figura: Enrico Galeani, attualmente coach della nazionale italiana e alla sua prima esperienza al fianco di soggetti con ridotte capacità motorie.

Mara Cozzoli

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“Sono allenatore ufficiale della nazionale da febbraio” mi racconta: “cercavano una figura che si immedesimasse in loro, senza però commiserarli”. Aggiunge: “Sono un motivatore, che allo stesso tempo necessita di essere motivato, e in loro ho trovato lo stimolo”.

Così, il nostro cuore impavido accetta la sfida, la sfida di essere educatore ancora prima di allenatore.
Relazionarmi con lui, è stata un’esperienza unica e rara. Le sue parole sono arrivate dritte al cuore e alla mente, emozionandomi, entusiasmandomi, ma soprattutto, mi hanno permesso di avvicinarmi a quella parte di me che ancora non conoscevo.

Nel corso di una interminabile conversazione, abbiamo affrontato il tema dell’importanza dello sport indipendentemente da una situazione di disabilità fisica o mentale, dallo “stare in piedi” o “viaggiare seduti”.
Lo sport ti salva, ti permette di sfogare ogni tua emozione. Prendi la rabbia e rivolgila contro il tuo avversario”. Per meglio spiegarmi il principio, ha utilizzato la metafora del “venire dalla strada” dove l’espressione rappresenta le difficoltà che chiunque può avere, sottolineandomi, come dall’accettazione di queste ultime, o meglio, dei limiti creati dalla situazione in questione, ne deriva la reale forza di un individuo, dal quale ha poi luogo una vera e propria rinascita.  Lo sport è comparato alla libertà, quel luogo in cui ritrovi la tua dimensione, ma soprattutto diventi UOMO: “In campo non esistono barriere, l’unica barriera è una rete imposta da un regolamento”.  Diventare uomo, regole, barriere, da questo momento partono una serie di riflessioni: “Come affrontare disabilità e infanzia?” chi mi risponde è sempre lui: “Per i bambini è ancora più difficile. Fino a quando la loro vita è concentrata nel nucleo familiare, questo handicap non lo percepiscono. Il vero problema sorge quando escono da quest’ambito. Sono scuola, insegnanti e compagni a sbattergli in faccia quello che è il loro stato”. Barriere, come oltrepassarle?  Semplicemente attraverso una sana integrazione che, come tutti sappiamo ha basi culturali.  Cultura intesa come fissarci negli occhi, toccarci, sfiorarci, porci domande. E’ solo vivendo la disabilità, che ci si può rendere conto che è solo una condizione, superabile. Questo insegna Galeani quando mi dice: “Siamo uno l’allenatore dell’altro. Esistono svariate tipologie di disabilità, e nello stendere i programmi d’allenamento, sono loro che mi guidano verso le loro necessità, e io, mi adeguo”.

Pratica sportiva ed esistenze salvate, è questa la certezza di Massimiliano Manfredi: “Lo sport è una forma di vita che insegna a vivere, accettare le sconfitte, affrontarle per uscirne vincenti”

In quest’avventura, sono stata guidata anche da Antonio Spica, atleta, tra i tanti presenti, che dedicandomi tutto il tempo a disposizione, una volta terminato il torneo, mi ha regalato la sua esperienza di sportivo e paraplegico, risultante per me fondamentale: “Lo sport aiuta a scoprire i propri limiti. Il para-badminton, è uno sport molto dinamico, stimola la fluidità dei movimenti, non di forza ma di tecnica: la racchetta diventa parte del tuo corpo. Permette inoltre lo sviluppo dei nostri riflessi, estremamente  importanti anche nella quotidianità”.
Al termine di queste righe, non posso dimenticarmi di te, che in molte occasioni  ho definito “ il più bel regalo fattomi” e senza la quale i miei ultimi tre anni non sarebbero stati gli stessi, e io, forse,  non sarei stata la stessa. A 51 anni hai deciso di rimetterti in gioco: ” La mia esperienza, precedente, come atleta di tennis a livello internazionale, mi ha portato a capire che il Para-Badminton è un nuovo orizzonte dello sport per disabili. Infatti, si adatta alle disabilità più diverse. Ottimo come sport propedeutico anche per i più giovani”.  A te, e solo a te, mi rivolgo: “Non ti ho mai preso in giro, se ho voluto tenerti all’oscuro della mia condizione psico – fisica, è stato solo per proteggerti da me, da un vortice, che forse, ti avrebbe portato a fondo. Perché ho agito in questo modo? Semplicemente perché ti volevo bene, e ancora te ne voglio; nonostante la tua incapacità ad accettare la visione altrui in merito a ciò che può o non può essere vissuto, nonostante la tua presunzione che tutto debba procedere come dici tu, un dittatore, di buona sostanza, che scorda l’esistenza della controparte, ovverosia, l’anarchia. Mi hai sempre detto, che vorresti si guardasse l’uomo oltre la disabilità: io l’ho fatto, e tu? Hai guardato oltre l’anoressia? Per i miei errori, chiedo scusa. Scritto questo, non tornerò più sull’argomento “. Circondata da sportivi e con un passato da schermitrice, dopo aver vissuto loro, ragazzi di una certa età e maturità, posso solo dire: “ Sono tornata in pedana, pronta all’ultimo assalto, ma questa volta, la stoccata vincente sarà la mia.”

Siamo e siamo stati tutti un po’ “disabili”, la patologia cambia, ma il filo conduttore rimane uno: la VITA.