La Caritas Italiana ha lanciato la campagna “Emergenza Siria – Amata e Martoriata” con lo scopo di aiutare la popolazione siriana provata da oltre otto anni di conflitto. Padre Jihad Youssef del monastero di Mar Musa e Angelo Rosà, di San Michele Arcangelo di Milano, ci segnalano due strade di solidarietà con la popolazione siriana

di Silvio Mengotto

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In risposta all’appello di papa Francesco per l’«amata e martoriata» terra siriana, è partita la campagna “Emergenza Siria – Amata e martoriata” lanciata da Caritas Italiana con lo scopo di assicurare ad Aleppo, Hassakè e Latakia gli aiuti necessari alla popolazione provata da oltre otto anni di conflitto. L’iniziativa si propone di garantire un contributo di 410 euro che, si stima, dovrebbe raggiungere 200 famiglie, buoni spesa di 250 euro e il sostegno dell’affitto per 400 famiglie di profughi.

Le ultime stime delle Nazioni Unite (agosto 2019) segnalano che l’80% della popolazione civile all’interno dei confini siriani ha bisogno di assistenza, mentre 6,2 milioni di siriani, cioè la metà della popolazione rimasta, sono sfollati interni. Con l’intervento della Turchia in Siria è in atto una nuova escalation di violenze che obbligano le persone a fuggire. In primis «i curdi – dice padre Jihad Youssef del monastero di Mar Musa fondato dal gesuita Paolo Dell’Oglio – ma anche arabi, cristiani, armeni e assiri». E’ importante realizzare gesti di solidarietà, di vicinanza «più urgenti e fondamentali – dice padre Jihad Youssef – in questa situazione di guerra che si trascina da oltre otto anni. La nostra visione e che le persone sono sature di parole, di teoria. Quando si scende nel concreto emerge l’incontro nelle cose piccole, quotidiane, ma essenziali come le medicine per le malattie croniche, l’affitto della casa».

 

“Corridoi universitari”

Il monastero di Mar Musa ha realizzato un corridoio per studenti con l’obiettivo di costruire un futuro ai giovani universitari che vengono aiutati negli studi all’estero e lontani dalla guerra. «Si tratta di studenti – dice padre Jihad – , non rifugiati, con visto legale come qualsiasi altra nazionalità. Il progetto si basa sulla necessità, avvertita nel Paese, di creare giovani formati. Oggi in Siria la formazione si è molto abbassata, sia per la guerra, sia per la distruzione delle fabbriche o dei posti di lavoro, o delle stesse scuole dove i giovani studiavano, ma anche causa dell’ emigrazione di docenti. Abbiamo pensato ad una generazione che non ha orizzonti di futuro, che non sa cosa può fare. L’idea è nata, tra alcuni membri del monastero, in un incontro a Roma e tra persone amiche di Milano. L’avventura è iniziata con 4/5 giovani. Oggi, tra ragazzi e ragazze, sono 40. Questo progetto permette di preparare le risorse umane affinché quando si aprirà l’occasione concreta, chi è fuori dal Paese può rientrare, chi è già presente può attivarsi immediatamente nella ricostruzione del Paese». Sono giovani fra i 24 e i 27 anni che vengono dalle principali città siriane: Damasco, Aleppo e Homs. Oltre all’apripista dell’Università Cattolica, al progetto hanno aderito il Politecnico, l’Università Statale di Milano e l’ateneo di Brescia.

 

Aleppo: un ponte alla speranza

Nel 2017 la parrocchia di San Michele Arcangelo (Milano) raccolse una considerevole somma  inviata alla Chiesa Latina di Aleppo, dove padre Ibrahim Alsabagh ne è parroco. La somma è servita a costruire un pozzo in un quartiere dove, causa dei continui bombardamenti, mancava l’acqua da 50 giorni. Per padre Ibrhaim fu «un grande segno di speranza».  La parrocchia di San Michele Arcangelo, insieme ad altre parrocchie del Decanato di Turro (Milano), si gemellarono con la parrocchia di San Francesco con lo scopo di sostenere lo spiraglio di pace messo a repentaglio dalla nuova escalation di violenza. Nella delegazione anche Angelo Rosà che, nel periodo di tregua, realizzò ad Aleppo uno straordinario reportage fotografico mantenendo un contatto epistolare con la famiglia di Adnan Mistrith, taxista di 60anni con moglie e 3 figli giovanissimi. Ad Aleppo i cristiani vivono principalmente nel quartiere di Mistrit e attorno alla parrocchia di padre Ibrhaim. «Oggi – dice Angelo Rosà – non si spara più ma ad Iblid, paese poco distante da Aleppo, sono tornati a sparare. Se hai denaro ad Aleppo trovi di tutto, tranne i medicinali costosissimi, le vitamine sono inesistenti. Per questo ho sperimentato una forma particolare di solidarietà». Attraverso l’invio di pacchi DHL Angelo Rosà ha spedito alla famiglia di Adnan Mistrith vitamine e indumenti. «Se raccogliessimo materiale spedibile, comprese le vitamine, per la parrocchia di padre Ibrahim potrebbe essere un Natale diverso. Si sentirebbero meno isolati. Il pacco spedito mi è costato 70 euro che è l’equivalente del salario mensile di Adnan Mistrith. Se ogni mese per il mio abbonamento a Sky spendo 60 euro, significa che il mio superfluo equivale allo stipendio di un taxista di Aleppo. Questo mi ha fatto riflettere». I pacchi che dall’estero arrivano in Siria sono soggetti a spese di dogana imposte dal Paese di arrivo. «Ritirando il pacco – continua Angelo Rosà – ad Adnan gli è stato chiesto di pagare la dogana di 44 lire siriane (7 euro), cioè l’equivalente di un decimo del suo stipendio mensile. Grazie alla solidarietà ricevuta da amici e dalla parrocchia Adnan ha potuto ritirare il pacco. Penso si debba coinvolgere la mia comunità parrocchiale, trasformando questa solidarietà nell’opportunità per una proposta educativa per bambini e famiglie. A catechismo ricordo che mi parlavano dei bambini poveri africani, ma era una realtà lontana. Oggi tocco con mano questa povertà». Una sensibilità che potrebbe appoggiare l’iniziativa di Caritas italiana nel sostenere la popolazione siriana.