In questa riflessione di Suor Pieranna sembra emergere una connessione tra l’ultima delle opere di misericordia corporale e la dimensione della morte: entrambe poste ai margini della nostra esistenza, il più vicino possibile alla porta in uscita.

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“E’ da distesi che si vede il cielo”. Mi torna spesso alla mente questa frase pronunciata da Roberto Benigni nel film La Tigre e la Neve, soprattutto se penso alla dimensione della morte: la morte di se stessi (interiore), quando la vita ci chiede di esporci interamente al “Sole che sorge dall’alto” (Lc 1,78), senza tenere nulla in ombra, e la morte fisica. E’ infatti la posizione supina che caratterizza la nostra ar-resa alla Vita, il nostro rendere alla terra quel corpo che ci è stato donato e che spesso fatichiamo ad accettare.

Quest’ora che finalizza la nostra storia è però posta nelle mani di altri: familiari, amici, conoscenti e non… ma la differenza la fa chi ama e chi ha amato.

Siamo ancora spettatori – purtroppo – e forse un po’ corresponsabili delle migliaia di vite umane spezzate dalla violenza, dalla guerra, che vengono gettate via come spazzatura ingombrante o, più vicino a noi, corpi sofferenti abbandonati nella solitudine … morire da soli … non è umano! Così noi disertiamo la nostra stessa dignità e vocazione che appella alle due parole che ci accompagnano nella nostra esistenza: 1GRAZIE e AIUTO (don Mario Antonelli); parole che danno vita alla relazione nel prenderci cura l’un l’altro fino alla morte e, per chi ci crede, per chi crede che le relazioni intessute in vita continuano in modo diverso anche oltre la morte.

La dedizione per l’altro fa la differenza: lo si vede, per esempio, come ancora in molte comunità di province lombarde sono gli uomini che vegliano il defunto tutta la notte fino all’ultimo atto della sepoltura, un ultimo atto di cura e amore, un atto dovuto solo per il fatto che siamo portatori e testimoni di una dignità che necessita di essere custodita. Questa dignità troppo spesso offuscata da un timore poco reverenziale nei confronti di chi ci ha lasciato, un timore che maschera paure, indifferenze e negazioni nell’accettazione di una realtà che può destabilizzare le nostre rassicuranti illusioni.

Il tempo quaresimale è tempo opportuno per contemplare Gesù in croce, il Figlio di Dio che, per risorgere, ha avuto bisogno ancora delle mani di Giuseppe di Arimatea (Mt 27,59), mani di uomini, le nostre mani.

 

1 Don Mario Antonelli, sacerdote della Diocesi di Milano, nel suo libro Alla ricerca del corpo perduto esprime con i termini GRAZIE e AIUTO, gratitudine e invocazione, quella dimensione dell’infante che attraversa poi tutta la vita e manifesta la verità di sé nella relazione con l’altro.