Lo sviluppo scientifico verso l’Intelligenza Artificiale richiede conoscenza per fare chiare scelte sociali ed etiche

Agnesi Giovanni

robotica

Viviamo in una nuova era, quella in cui i robot escono dalla fabbrica e vengono ad abitare in mezzo a noi, nelle nostre case, nelle strade, dentro il nostro stesso corpo.   Sono i robot sociali.    Entro la conclusione dell’anno prossimo saranno 42 milioni i robot di servizio e assistenza domestica o personale venduti nel mondo.   L’Italia con la sua popolazione così longeva, è il laboratorio affinché la tecnologia possa essere inserita nel sistema socio-sanitario.   Infatti il 70% della popolazione italiana ha almeno due patologie croniche, oggi solo il 12% di pazienti dimessi da reparti acuti degli ospedali viene trasferito in un uno di riabilitazione, ma la domanda è più alta, intorno al 30-40 %.     Inoltre per le persone anziane più o meno autosufficienti è essenziale, se non vitale, rimanere nell’ambito famigliare e domiciliare per ogni intervento di cura e di controllo sanitario, pertanto l’obiettivo della tecnologia è migliorare la qualità della salute avendo l’uomo al centro ed ogni sperimentazione deve essere controllata sia dal punto di vista scientifico che etico.     Importanti le considerazioni della dott.ssa Chiara Carrozza, bioingegnere, ex ministro dell’Istruzione e nuovo direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi: “I robot per l’assistenza di anziani e persone con disabilità sono uno dei mercati più promettenti dei prossimi vent’anni.    I robot domestici non sono quegli assistenti umanoidi che ci si immagina; saranno robot da tavolo, con meno capacità motorie ma capacità operative, cognitive e di ascolto, potranno suggerire ricette, ricordare l’ora delle medicine, controllare la gestione dell’abitazione.   La discontinuità è che i robot sociali non sono utilizzati da professionistici informatici, ma da persone qualunque: sarà robotica di consumo.”    Alcuni esempi della sperimentazione sono: un bracciale che rileva frequenza cardiaca, saturazione del sangue, elettrocardiogramma e cadute; la teleriabilitazione che eviterà di far spostare persone fragili da casa ad un ambulatorio; un robot che interagisce con i pazienti malati di Alzheimer prevenendo la depressione e l’isolamento offrendo e ricevendo stimoli cognitivi che compattono sull’umore e sulla riduzione dello stress, sia del paziente sia della persona che aiuta; ecc, ecc..                    Molto importante l’esperienza dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano dove ogni anno più di mille interventi vengono eseguiti con il “robot chirurgico Da Vinci”.   Spiega il dott. Roberto Orecchia direttore scientifico dello Ieo: “L’obiettivo sono le cure a danno zero e il robot ci avvantaggia nel lavorare con la realtà aumentata, riuscendo  a fare una chirurgia di dettaglio, più conservativa.    Ma non chiamatelo robot-chirurgo.    Il cervello nel bene e nel male resta quello del medico.  Sarà cosi anche in futuro, la ricerca va sui nanorobot, per biopsie mirate, per la diagnostica o per veicolare farmaci in gruppi specifici di cellule, è difficile immaginare una sostituzione.”.    Nell’approccio a questa vastissima nuova tecnologia, che sottintende lo sviluppo della futura e problematica Intelligenza Artificiale abbiamo trovato il termine nanorobot frutto dell’applicazione delle nanotecnologie che danno all’uomo la possibilità di produrre oggetti con diametro 50mila volte più piccole di un capello.    Con questa tecnica è possibile per esempio  fabbricare minuscole sonde che viaggiando nelle nostre arterie rilevano informazioni di natura medica ed effettuare direttamente interventi di riparazione.     Viviamo in un periodo di grande rivoluzione dove la teoria del “transumanesimo” sostiene l’uso delle scoperte scientifiche e tecnologiche per aumentare le capacità fisiche e cognitive dell’uomo, con l’obiettivo di migliorare gli aspetti umani considerati indesiderabili, come la malattia, l’invecchiamento e non solo…..     L’intelligenza Artificiale come ogni  tecnologia può essere per il bene  o per il male.     Ne parleremo.