Una delegazione del Decanato di Turro incontra la comunità latina di padre Ibrahim Alsabagh

Silvio Mengotto

aleppo

«Vorrei invitare – dice papa Francesco – tutti a offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della “buona notizia”. La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli “occhiali” con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. Da dove dunque possiamo partire per leggere la realtà con “occhiali” giusti?»

Il viaggio ad Aleppo della delegazione milanese del Decanato di Turro, ospitata dalla comunità siriana di padre Ibrahim Alsabagh dal 26 luglio al 1 agosto ’17, sono gli “occhiali” giusti che ci permettono di guardare la realtà di Aleppo attraverso il ponte della solidarietà e della speranza. Padre Ibrahim più che liberatore è riconosciuto come il detonatore di questa speranza. «Gli occhi – scrive don Andrea Plumari nel diario – sono pieni di ciò che abbiamo visto, impossibile descrivere tutto. Una realtà viva che non perde tempo a piangersi addosso». Fanno parte della delegazione don Luciano Angaroni e Gianni Mereghetti della parrocchia Gesù divin lavoratore e don Andrea Plumari, Angelo Rosà, Paolo Canti (i due fotografi) e Matteo Bulgarini della parrocchia di San Michele Arcangelo.

Nel dicembre 2016 termina la guerra. Aleppo viene liberata. «La pace – dice padre Ibrahim – è ancora molto fragile. Viviamo nella paura continua di attentati, soprattutto durante le feste e le celebrazioni. La guerra attorno alla città continua, la notte sentiamo i bombardamenti ed i rumori delle fucilate». Prima della guerra gli abitanti di Aleppo erano 4 milioni, i due terzi sono fuggiti, soprattutto le famiglie ricche e gli uomini in età da lavoro. Ad Aleppo rimangono i poveri, gli anziani, le donne e i bambini. Oltre 2 milioni le persone che hanno lasciato la Siria, sul campo più di 500mila morti. La Chiesa cattolica ad Aleppo (2% circa) è composta da quella Latina, dai gesuiti, ortodossi ed Armeni. Ponti di convivialità e di dialogo sono nati anche con i musulmani della città di Aleppo.

 

Ricostruire

Dopo otto ore nel deserto libanese i due taxi con la delegazione entrano ad Aleppo, una città sventrata e sbriciolata dalle bombe. Davanti all’Oratorio di San Francesco di padre Ibrahim una realtà che, dopo le macerie, non ti aspetti. Più di «ottocento bambini – dice Paolo –  che giocano e un nugolo di mamme, come in qualsiasi altro oratorio, venute a prenderli. Non vedo facce tristi, ma solo una vita che scorre e che niente sembra fermare».

In piena guerra padre Ibrahim non ha interrotto l’Oratorio: uno spazio di vita importante per i bambini che sono il presente e il futuro della città di Aleppo. Nel 2013 erano 250 bambini per arrivare a 856 (dai 4 ai 15 anni) di tutte le confessioni cattoliche e ortodosse. La scorsa estate le attività sono durate due mesi (giugno e luglio). Un tempo di ricostruzione “dei più piccoli”«Per rendere i bambini contenti – dice padre Ibrahim – li facevamo ballare, cantare, disegnare, giocare a basket, nuotare, fare teatro e lavori manuali, confezionare dolci». Sono molti i bambini sono segnati dalla paura, alcuni hanno vistosi ciuffi bianchi e reazioni cutanee sulla pelle. «Hai dato – dice una madre a padre Ibrahim – ciò che noi sognavamo di dare ai nostri figli». Si visitano quartieri distrutti, spettrali come scheletri: piazza Farhaàt, Saheti Halab, Babal Hadid, Città vecchia, la Grande Moskeya e la Cittadella. «Ci stavamo muovendo – dice Angelo – nella zona più devastata della città. Un intero quartiere raso al suolo, senza vita, macerie e il vuoto assoluto. Un silenzio che ti da fastidio. In un vicolo, cieco e chiuso da macerie, all’improvviso mi appare la vita: dei bambini ad un tavolo, una famiglia viveva lì. Ho scattato una fotografie, poi ho pianto». La famiglia, la casa e un lavoro sono i fiori sbocciati nel deserto di Aleppo.

 

Fiori nel deserto

«Facciamo di tutto – dice padre Ibrahim – per evitare alle famiglie di essere costrette a partire per vivere nella dignità. Sono 950 le giovani famiglie sposate dal 2010 ad oggi. Noi le sosteniamo spiritualmente con l’incontro mensile della formazione e materialmente con un cesto (cibo, prodotti igienici, etc.) ogni mese, l’assistenza sanitaria, specialmente la maternità: gravidanza, parto, kit bebè».  «Giovani con le preoccupazioni di tutti – dice don Andrea – : la casa, il lavoro, il rischio di essere chiamati per il servizio militare». Anche la Caritas, guidata dagli ortodossi, assiste le giovani famiglie musulmane e 600 neonati ai quali vengono forniti pannolini e assistenza medica, alcuni di loro con handicap. Un giovane musulmano si domanda «perché aiutate anche noi? Perché siete così? Noi vogliamo conoscere Gesù». Nella sede dei gesuiti ogni giorno vengono distribuiti 1500 pasti caldi in un cortile trivellato dalle pallottole.

Una famiglia ha bisogno di una casa. Sono già 570 le case riparate e consegnate. In media 50 ogni mese. «E’ un progetto – commenta don Andrea – di grandissima importanza per la presenza cristiana ad Aleppo, che i francescani hanno lanciato nel 2016, quando ancora cadevano i missili sulle case, per dare un segno visibile di speranza alla gente». Dallo scorso gennaio sono state raccolte più di 700 domande. Grazie all’aiuto della Chiesa alcune famiglie dalla Germania, dal Venezuela e dall’Armenia sono tornate ad Aleppo.

Il 95% delle famiglie vive sotto la soglia della povertà e la disoccupazione colpisce l’85% degli adulti. Insieme alle case ad Aleppo si è distrutto il lavoro, l’economia. La ripartenza è difficile, non impossibile. Per questo la parrocchia San Francesco ha lanciato il programma di piccoli progetti possibili. Oggi sono attivi oltre 200 progetti. La delegazione ha visitato una pasticceria, una ghiacciaia, una sartoria, una oreficeria, un bar e un idraulico. Un gruppo di suore di Madre Teresa, nella canonica di mons. George Abou Khanen (Vicario Apostolico dei latini), ospitano 50 anziani e malati psichici. Molti sono stati raccolti dalle suore mentre vagavano per le strade dopo che l’ospedale psichiatrico è stato occupato dai miliziani. Questi ne hanno ucciso qualcuno, poi hanno aperto le porte abbandonandoli sulla strada.

La sera, prima della partenza, nell’Oratorio di San Francesco uno spettacolo teatrale organizzato dai ragazzi e bambini. La creatività dei giovani ha presentato una storia:  La famiglia di Aleppo. Non la rappresentazione su Gesù o un santo, ma sulle dinamiche esistenziali che vivono i ragazzi e i bambini. Ecco la storia. Un bambino si lamenta perché, causa la guerra, ad Aleppo non si può far nulla. “volevo nascere in un’altra famiglia” ripete il bambino. Trova una lampada magica, che ricorda la fiaba di Aladino nel libro Le Mille e una notte, dove al Genio che la abita esprime diversi desideri: la famiglia intelligente, poi quella ricca, ma nell’ultimo dice “voglio ritornare dalla mia famiglia”. Si riscopre che la casa è il luogo delle relazioni. «Sei giorni sono pochi – dice don Andrea -, ma si è costruito un ponte. Siamo venuti ad abbracciarvi. Con qualche giovane mi piacerebbe ritornare ad Aleppo, oppure ospitare qualche famiglia di San Francesco nella nostra parrocchia a Milano». La speranza ha messo le ali.