Sergio Massironi riflette a partire dalle parole di Mons. Martinelli, vescovo di Tripoli e mostra il carattere politico della sua presa di posizione

di Sergio Massironi

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Alcuni giorni fa il Corriere della sera portava inaspettatamente in primo piano le parole del vescovo di Tripoli: “Che mi taglino pure la testa”. Ad incorniciare il titolo due elementi in tensione: “Fuga dalla Libia”, il contesto e “I miei fedeli sono qui, devo restare”, il cuore della notizia.  Credo si sia trattato di un vero fatto politico.

“Questa è la fine della mia missione. E se la fine dev’essere testimoniata con il mio sangue, lo farò.

Il martirio diventa proposta, come eventualità considerabile, offerta al pensiero da uno dei maggiori quotidiani nazionali; a questo non siamo abituati.  Ideologicamente, si sarebbe potuto liquidare come fanatica la resistenza di Mons. Giovanni Martinelli: una testardaggine. Eppure è la semplicità delle sue ragioni a costituire un’iniezione di realismo senza precedenti. Egli porta solo due umili e gigantesche constatazioni: anzitutto l’età, cioè gli anni trascorsi e una “fine” cui volgersi serenamente; quindi l’appartenenza, l’essere di qualcuno, un uomo di affetti profondissimi.

Quale provocazione per la società italiana? Scorgere tra le solite notizie la solidità di un uomo e avvertire che attorno a lui qualcuno si possa sentire fiero e meno solo, certo fa bene. Occorre però spingersi un poco più in là, come prova a fare su Tempi il filosofo Hadjadj: “Un giovane non cerca soltanto ragioni per vivere, ma anche e soprattutto – giacché non possiamo vivere per sempre – ragioni per dare la propria vita. Ora, ci sono ancora in Europa ragioni per dare la propria vita? La libertà di espressione? Va bene! Ma cosa abbiamo di così importante da esprimere?”. L’interrogativo scaturisce da un’analisi, discutibile ma non banale, delle reazioni europee ai fatti di Parigi: essi consegnano irrisolto, come la quasi totalità delle azioni terroristiche di matrice islamica in Occidente, il mistero di attentatori cresciuti in mezzo a noi. Martirio, nel loro caso, significa altro. Sarcastico, l’autore francese si chiede: “Che ingratitudine! Come è possibile che questi giovani non abbiano veduto le loro aspirazioni più profonde compiute lavorando per Coca-Cola, facendo dello skateboard o giocando nella squadra di calcio locale? Come mai il loro desiderio di eroicità, di contemplazione e di libertà non si è sentito soddisfatto dall’offerta così generosa di poter scegliere tra due piatti surgelati, guardare una serie tv americana o astenersi alle elezioni?”. La durissima, controversa conclusione: gli attentatori di Parigi, “erano perfettamente integrati ma integrati al nulla, alla negazione di ogni slancio storico e spirituale, ed è per questo che alla fine si sono sottomessi a un islamismo che era non soltanto la reazione a tale vuoto, ma era anche in continuità con quel vuoto, con la sua logistica di sradicamento mondiale, di perdita della tradizione familiare, di miglioramento tecnico del corpo per farne un super-strumento connesso a un dispositivo senz’anima”.

La scelta del Corriere è in controtendenza: oppone al vuoto la possibilità che anche in Occidente si torni a discutere di che cosa merita anche la vita. Tipico della testimonianza è, infatti, aprire, non chiudere. Essa provoca, senza definire; conduce ciascuno al livello più libero, quello della coscienza, perché risponda di sé e giochi le sue carte. Ebbene, se ciò è vero, il modo principale in cui tornare a fare un buon servizio al Paese è di essere più consapevolmente vivai di testimoni. Significa portare alla vita pubblica persone interiormente piene, spiritualmente ricche, non solo tecnicamente preparate. È un lavoro educativo di base, non d’élite: a esso va orientata, ben prima di una scuola per la formazione all’impegno sociale e politico, la quotidianità cristiana. D’altra parte si profila una stagione in cui la laicità, per non soccombere, dovrà coniugarsi più che in passato con una volontà politica di preferire al neutro appiattimento una vivace dialettica di pensieri forti. Umili, certo, ma in quanto autenticamente forti.

Semmai, il vero nodo saranno gli interessi in campo, quelli di chi potrebbe sentire come una minaccia il diffondersi nuovi stili di vita. Persone come Martinelli saprebbero consumare meno, perché hanno già un cuore che sovrabbonda, mentre il grande vuoto, per molti anni, commercialmente ha reso. Che anche questo assioma – più insoddisfazione uguale più affari – stia finalmente per andare in crisi? Potrebbe essere la fine della Crisi