In una bella riflessione Carmela Tascone prova a mostrarci la fatica e lo stile di chi vuol provare a rinunciare a sterili vendette per praticare la via del perdono. Perdonare non è dimenticare, ma porsi con sguardo differente.

di Carmela Tascone

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Si tratta della quinta Opera di Misericordia Spirituale. Nel tentare qualche riflessione veniamo rimandati subito al brano di Vangelo di Mt18,21-35; in particolare veniamo interpellati dalla domanda di Pietro: Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”.

La risposta di Gesù è chiara e radicale: Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”. E’ come se dicesse che non vi sono limiti al perdono e ciò, istintivamente, ci disturba e mette in gioco tutte le resistenze, quasi a dire che perdonare senza misura significhi trascurare la giustizia, impedire la verità, scegliere di non fare chiarezza, ecc. ecc. Anche perché noi siamo molto capaci a nobilitare sia i nostri pensieri sia le nostre azioni.

E’ interessante come Gesù spiega il perdono, Egli lo fa con la parabola del Servo malvagio, forse per farci capire quanto è diversa la prospettiva del perdono dalle nostre strette misure; il servo a cui viene condonato il debito non riconosce a sua volta la medesima possibilità al suo debitore. Se ci pensiamo bene, noi assomigliamo molto a questo servo: abbiamo ricevuto il perdono e la remissione del debito, ma poco siamo disponibili al medesimo perdono e mettiamo in atto ogni sorta di analisi per giustificare le nostre buone ragioni per non perdonare.

Certamente la questione del perdono chiama in causa anche l’obiettività dei fatti, se, ad esempio, quanto accaduto è oggettivamente uno sbaglio, un’ingiustizia o un sopruso, perdonare non significa rimuovere la lettura della realtà per quella che è, ma, innanzitutto, il perdono chiede di discernere ciò che è giusto da ciò che non lo è, per poi cercare di comprendere quanto sia vitale non diventare prigionieri di quel rancore sottile e corrosivo che ci fa ripiegare su noi stessi .

Non dobbiamo, però, scoraggiarci di fronte all’incapacità di perdonare le offese  in tempo reale; molte volte, abbiamo bisogno di tempo per lasciar decantare quanto accaduto, proprio per non reagire usando la stessa modalità di chi ci ha offeso, per poter rialzare lo sguardo e ritrovare l’orizzonte più ampio del corto raggio a cui, spesso, ci costringe il ritornare sul torto subìto.

Perdonare le offese, prima ancora che un atto della volontà o una capacità da acquisire, è una direzione dello sguardo e del cuore che passa dal rinunciare (da subito) alla immediata piccola vendetta, ossia al pagare con la stessa moneta coloro che ci hanno offeso; dall’uscire il prima possibile dalla “rabbia” che, talvolta, ci consuma il cuore; dal non ritornare sempre sulle offese ricevute, per evitare che ciò ci impedisca di camminare spediti nella ricerca del bene; dallo sfuggire la logica del vittimismo, in base alla quale ci sentiamo perennemente presi di mira; dall’imparare a guardarci intorno, per scoprire i tanti poveri che si trovano sul nostro cammino e per prestare attenzione a chi soffre veramente; dal gioire per la misericordia con cui ogni giorno veniamo accolti da Colui che è stato offeso ed oltraggiato per aver deciso di volerci bene sino alla fine.