Alle soglie dell’estate, una grande laboriosità caratterizza le parrocchie italiane. Osservarla permette di porsi domande scomode, necessarie alla riscoperta di un modello educativo all’altezza della società plurale

Sergio Massironi

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Le settimane che precedono l’estate sono di laboriosa preparazione, in molte parrocchie italiane. Regge le sfide della contemporaneità, infatti, un modello d’intervento educativo datato, che va sotto il nome di oratorio feriale o grest: per una maggioranza stupefacente di ragazzi, lasciati i banchi di scuola, il cortile della chiesa diventa ancora oggi lo spazio della quotidianità. Non la distesa polverosa anni Cinquanta, ma campi in sintetico, porticati e qualche striscia d’erba, calpestati da migliaia di passi. Aria di vacanza, libertà di movimento, luce di sole, ma anche una proposta. Maggio è tempo per la definitiva messa a fuoco di ciò che verrà trasmesso, con e senza parole, da un esercito di generosi: questione non solo di organizzazione, ma di stile, di testimonianza.

 

Preparare un’estate d’oratorio, così, è occasione non solo per fare, ma anche per incontrarsi e pensare. Nel quadro europeo, pare di trovarsi di fronte a ciò che resiste di un mondo antico: uno Stato che chiuda per tre mesi le scuole, senza garantire spazi e percorsi alternativi, risulta incredibile a chi guardi il nostro Paese da fuori. Tuttavia la Chiesa gioca qui la sua partita, non in termini di supplenza, pur riconoscendo un vuoto che Istituzioni pubbliche e interessi privati sempre più tenderanno a colmare. Il principio di sussidiarietà e il comune buon senso portano, infatti, un cittadino onesto a domandarsi: quel che già esiste è semplicemente da superare? Che cosa non perdere del modello che nelle nostre terre ha preso forma e che ha la Chiesa come protagonista indiscusso? C’è qualcosa che ci autorizzi a considerare benedizione la tenuta dell’oratorio, in una società secolarizzata e plurale? È laicamente tollerabile? Credo di sì e vorrei dire, senza ostacolare proposte alternative, perché trovo auspicabile un’iniezione di fiducia e di risorse pubbliche nel rinnovamento degli oratori.

 

Anzitutto, pur raccogliendo la sfida della professionalità, essi continueranno a vivere di volontariato, fenomeno di cui il nostro Paese ha qualcosa da dire al mondo. Palestre senza paragone di gratuità e di senso civico: contro un approccio che vorrebbe tutto contrattualizzare, in oratorio si impara che la comunità non sorge dal denaro o dalle leggi. L’organizzazione segue la vita, fatta in prima istanza di dono, di incontro, di messa in gioco della propria singolarità. La santa follia di dar credito, ogni estate, a decine migliaia di adolescenti, affidando essenzialmente a loro, sotto la supervisione di qualche adulto, una generazione di bambini, ha qualcosa di miracoloso. Si tratta di una responsabilità che solo per fede qualcuno continua ad assumersi: tutto, oggi, dissuaderebbe dal farlo. Eppure non viene meno la fiducia delle famiglie, in un’epoca in cui il figlio è tutto: non si arriva in parrocchia rassegnati alla mancanza d’altro. Ci si aspetta il massimo che a un piccolo si possa offrire. Per gli animatori significa sperimentarsi importanti, incisivi, capaci di un bene che è stupefacente trovare ricambiato. A confronto col sostanziale fallimento della loro presenza negli organi collegiali, grigia esperienza di partecipazione civile, impressiona come negli anni delle scuole superiori in parrocchia si ritorni, si chieda di poter lavorare, preferendo un impegno gravoso, da mattina a sera, soprattutto di gruppo, al vuoto leggero della vacanza. Una fioritura di competenze, cercate ben al di là di qualsiasi promessa certificazione.

 

Sorprese meravigliose, che non consentono alla Chiesa di dormire sugli allori: chi ha buon senso sta investendo. Gli oratori, infatti, formano, si consolidano, assumono personale: entrano in scena educatori professionali, donne e uomini esperti, contributi nuovi che supportano e qualificano il volontariato. Non basta più la buona volontà. Così le parrocchie, in estate, sono in misura eccezionale luoghi di lavoro: ma di quale lavoro? È, a mio giudizio, la domanda più feconda. Quello per cui una società plurale e secolarizzata possa dire: “Grazie, Chiesa. Solo da voi questo è possibile!”. Coltiviamo, allora, professionalità che non uccidano, ma diano linfa a un modello antico e popolare: quello in cui non si lavora solo per venir pagati, non si dà solo per averne in cambio, non si sorride per mera cortesia. Rimaniamo oasi in cui il servizio più umile e la riflessione più innovativa vadano a braccetto, abbiano pari dignità, disintegrino le invisibili, ma persistenti, separazioni di classe. Cucinare, raccogliere e organizzare dati, animare gruppi, includere i più fragili, custodire ambienti, mediare tra culture, medicare ferite: in parrocchia si lavora, e molto, ma per il gusto di costruire, di legarsi, di educare, di trasformare; si attivano e menti e mani, prima che per profitto, per il bisogno e il piacere di vivere insieme. Non è il senso di ogni lavoro?

 

L’alternativa è desolante e purtroppo dilaga, corrompendo e atrofizzando quello che chiamavamo il Bel Paese: far per sé, arrangiarsi, difendersi, darsi obiettivi contro tutti, per essere primi, da soli. Sarebbe imperdonabile non vedere la vitalità e la promessa di futuro che sprigionano anche le più povere comunità cristiane, in quartieri in cui avanzano distanza e anonimato: occorre, quindi, dirottare attenzione e risorse su queste silenziose e bistrattate maggioranze, vera alternativa ad agguerrite minoranze di violenti e di burocrati. L’amore, infatti, non segue, ma fonda la legalità.