Insieme a Paolo VI domenica 14 ottobre 2018 papa Francesco ha proclamato santo Oscar Arnulfo Romero la voce dei senza voce

Silvio Mengotto

romero

La canonizzazione di mons. Oscar Arnulfo Romero «come uno tsunami spirituale – dice Gregorio Rosa Chàvez, vescovo ausiliario di San Salvador, amico e stretto collaboratore di mons. Romero -, perché si rinforzano la fede, la devozione e la volontà di camminare sui suoi passi. La gente ha riscoperto la figura di Romero. Per tanto tempo la sua reputazione è stata infangata; è stato detto che era un comunista, un guerrigliero. In realtà, nessuno come lui era libero da qualsiasi ideologia. Credeva solo nel Vangelo. Era un uomo santo che ha offerto la sua vita a Cristo». Per papa Francesco il martirio di Romero «è continuato  anche dopo essere stato assassinato, perché fu diffamato e calunniato, anche da suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato. Romero è stato lapidato con la pietra più dura che esiste al mondo: la lingua». L’odore delle sue pecore lo portano «dentro il rumore della storia – dice don Angelo Casati – dentro le contraddizioni della storia. E non fuori».  Succede «che per due anni – dice don Alberto Vitali – e due mesi mons. Romero è stato mandato, come vescovo titolare, nella diocesi Santiago de Maria e lì si è ritrovato direttamente a contatto con la miseria della gente. Lui stesso dirà «a Santiago sono inciampato nella miseria». Con i poveri Romero era di una generosità straordinaria. Come la maggioranza del clero salvadoregno esercitare la carità era un fatto normalissimo, ma nessuno si domandava il perché di tanta miseria e povertà. A Santiago de Maria Romero incomincia ad interrogarsi sul perché»

D. Ma anche prima del suo martirio mons. Romero non godeva di molta stima nella Chiesa? «Certamente chi si mette dalla parte dei poveri e alza la voce, va a toccare tutta una serie di equilibri diplomatici per cui ci si fa tanti nemici tra i diretti interessati e anche, a volte e purtroppo, tra coloro che hanno interesse a non avere problemi con i diretti interessati. Per cui da una parte si è scontrato con l’oligarchia locale, dall’ altra con settori del Vaticano che avevano l’interesse a non scontrarsi con l’oligarchia locale»

D. Lei ha affermato che lo specifico del martirio di mons. Romero è il pane. Che significa? «Significa che Romero è stato ucciso non perché credeva in Dio ma perché, a partire dalla sua fede in Dio, si è messo dalla parte dei poveri. C’è una frase di un canto che dice “il suo peccato è stato volere che i poveri avessero un padre, sapessero di avere un padre, quindi Dio, per pregarlo “mangiando”. Finché i poveri pregano Dio va bene per tutti. Quando si tratta di tradurre in pratica concreta la preghiera del Padre nostro “dacci oggi il nostro pane quotidiano” le cose cambiano. Il vescovo Hèlder Càamara di Recife diceva «se do da mangiare ai poveri sono santo, se chiedo perché ci sono i poveri sono comunista»

D. C’è un paradosso in questo martirio? «Il paradosso è che Romero è stato ucciso da gente che si professava assolutamente cattolica. Non solamente cristiana, ma anche cattolica e che faceva sfoggio della fede»

D. Non crede che pregare e cercare la giustizia per mons. Romero era una cosa sola ? «Direi che sono due aspetti dell’unica realtà! Per Romero pregare è anche cercare la giustizia, che è la giustizia del Regno. Gesù ha detto “cercate il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in più”. Per Romero pregare il Padre, che è il Regno, e cercare la giustizia erano evidentemente la stessa cosa non due aspetti estrinseci, ma legati tra di loro. Era esattamente la stessa cosa!»