Una realtà che riguarda centinaia di migliaia di ragazzi e che mobilita immense schiere di volontari.

di don Sergio Massironi

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Dove esistono, gli oratori si sentono soprattutto d’estate. Appena suonata l’ultima campanella, non c’è quartiere in cui il vociare dei bambini non si sposti dalla scuola al cortile della parrocchia, aumentando di volume, confondendosi con musiche anche indebitamente amplificate, con fischietti e richiami al megafono: presenza calda, “artigianale”, viva. I dati impressionano: un fatto che riguarda centinaia di migliaia di ragazzi e che mobilita immense schiere di volontari.

Ebbene, ciò che si sente, è anche visto? Sono moltissime le realtà quotidiane che sfuggono all’attenzione non perché piccole, ma in quanto grandi. Così necessarie e così strutturali, da risultare nell’ambiente che si abita e nella vita che si fa praticamente trasparenti. Come l’aria, il cibo, il battito del cuore, nostra madre, forse Dio: talmente presenti da lasciarsi dimenticare. Qui non si tratta, però, di recriminare visibilità e riconoscimenti. C’è infatti qualcosa di cristiano anche nel non chiedere il conto e nel non avanzare pretese. Tuttavia, prima che altri, abbiamo noi bisogno di tornare a sgranare gli occhi: sia per godere del bene che silenziosamente cresce in una grande rete di amicizia e di impegno, sia per non bloccarci di fronte al male e alla frammentazione. Così, invece di trovare soltanto la risposta all’esigenza di sistemare i figli, o di trascorrere intere settimane con gli amici, o ancora di sentirci utili per qualcuno, un nuovo sguardo può cogliere nell’oratorio uno dei più formidabili propulsori di vita civile che la storia abbia conosciuto. In essi prende forma la città: si incontrano tutte le generazioni, come nemmeno a scuola avviene; provenienze disparate, tradizioni familiari ed estrazioni sociali di ogni genere; emergono i talenti, ciò che costituisce la passione di ciascuno; ci si vincola gli uni agli altri gratuitamente, organizzando le disponibilità in una proposta.

Processi quasi automatici nelle nostre comunità, ma così generosi e complessi da risultare inimitabili da parte di qualsiasi altra istituzione. Diventarne coscienti non dà soltanto gioia: è il primo passo per investire ancora. Sul piano spirituale si tratta di percepire maggiormente Dio in azione, perché l’emergere del bello dal caos è creazione: avvengono davanti ai nostri occhi fatti di vangelo, si sviluppano storie di salvezza. Tutto ciò costituisce, però, un così profondo dinamismo di vita buona, da imporsi anche per rilievo politico. Maggiormente di quanto potessimo avvertire qualche decennio fa, oggi chi fa oratorio può sapere di star contribuendo a ricostruire il Paese dalle fondamenta. Ciò costituisce una responsabilità e soprattutto un’opportunità. Nella misura in cui ne riconosciamo la portata epocale, in una stagione in cui sembrano mancare le risorse e prevalere le minacce, noi non porteremo avanti in modo puramente meccanico ciò che “si è sempre fatto”. Troveremo gusto a pensare. Attingendo al patrimonio della nostra tradizione, specialmente tornando a studiare perché e come nacquero le nostre istituzioni educative, avremo nuove idee. Non lavoro in più, ma maggior respiro.

Ci accorgeremo – nella messa a sistema di quel che c’è, nell’interazione con le famiglie e con gli altri soggetti della vita civile, nel confronto con le competenze di chi lavora con noi – che molto di ciò che facciamo è di estremo valore, che molto va corretto, che tutto lascia il segno. Trattandosi del tempo e dell’impegno di un gran numero persone, in larga misura di adolescenti e di anziani, noi attiviamo processi che nutrendo l’anima formano cittadini. C’è evidentemente una cultura della dedizione, del lavoro, delle regole, del vincolo di comunità, dell’attenzione che, interiorizzata nelle lunghe ore trascorse in parrocchia, dovrà generare testimoni. Sarebbe infatti da chiedersi: come può una società cresciuta nei cortili dell’oratorio essere tanto corrotta? Ebbene, dalla vitale necessità che abbiamo di onesti cittadini occorre ritrovare il gusto di formare buoni cristiani. Unire fede e vita non sarà più problema nostro, se in parrocchia davvero della vita si tratterà.