Da giorni sui giornali tiene banco il mancato accordo tra il giovane portiere del Milan e la società rossonera per il rinnovo del contratto. Ma la vicenda ci permette di riflettere su diversi temi etici di rilievo

Walter Magnoni

donnarumma

Gianluigi Donnarumma è un prodigio, uno di quei giocatori che grazie al suo talento si è trovato a esordire in serie A a soli 16 anni e 10 mesi. Gli osservatori della società milanese avevano visto bene: quel portiere quattordicenne del Napoli poteva diventare un campione. Così lo avevano prelevato e portato al nord. Gigio si era trovato ad indossare la maglia della squadra di cui era tifoso già da bambino.

Partito come terzo portiere si era trovato titolare già due stagioni fa. Ancora minorenne aveva parato un rigore e per tutti quel ragazzo era un fenomeno. Non è un caso che sia ormai già stabile nel giro della Nazionale italiana e tante grandi squadre abbiano messo gli occhi su questo portiere.

Però all’improvviso ecco esplodere il “caso Donnarumma” e tutto perché questo giovane portiere attraverso il suo procuratore (famoso per essere un tipo non facile) decide di rigettare l’offerta del Milan di un rinnovo di contratto a 5 milioni netti l’anno per 5 anni.

Da qui iniziano le mie “note” a margine con cui vorrei partire dai fatti per allargare a considerazioni più generali.

  1. La rabbia dei tifosi e la questione dell’essersi sentiti traditi. Sui social abbiamo assistito a reazioni molto dure da parte dei tifosi. Colpisce come gli italiani abbiano la capacità d’indignarsi, di alzare la voce ed esprimere tutta la rabbia di chi sente che c’è qualcosa d’ingiusto. Peccato che questa grande forza emotiva si limiti per molti al calcio e non si estenda alle grandi sfide sociali che abbiamo di fronte. Quanti di quelli che hanno dissertato su questa vicenda sportiva, si sono appassionati alla vita politica del nostro Paese andando a votare? Quanto la stessa energia sappiamo porla per denunciare le grandi ingiustizie del nostro tempo?
  2. Una seconda considerazione scaturisce in me pensando a uno dei temi dominanti ascoltati in questi giorni, ovvero il famoso bacio alla maglia. Donnarumma, infatti, proprio nella sfida tra Milan e Juventus baciò la maglia del Milan. Un segno inequivocabile del suo “amore” per i rossoneri. Un gesto di fedeltà che per molti fu come una firma sul futuro col Milan a fronte di voci già presenti sul suo presunto desiderio di lasciare la squadra.
    È interessante anche questo secondo elemento. Il mondo del calcio continua ad essere portatore del valore della fedeltà. Per questo si è commosso di fronte a Totti che recentemente ha dato il suo addio al calcio dopo una carriera intera spesa coi giallorossi della Roma.
    Da qui una seconda considerazione: come sarebbe bello sentire la forza della fedeltà non solo nel calcio, ma nelle grandi relazioni di amicizia e d’affetto che viviamo. Rischiamo di ritrovare nel calcio valori relativizzati nel vivere sociale.
  1. Un terzo tema di grande attualità è quello dei soldi. È eticamente corretto pagare un calciatore 5 milioni l’anno per 5 anni? I tifosi si sono arrabbiati perché gli è parso uno schiaffo ai molti che faticano ad arrivare a fine mese il rifiutare 5 milioni per un anno. La prospettiva che pare esserci è quella di altre società che sarebbero addirittura disposte a pagare di più il giovane Donnarumma. Qui le riflessioni si allargano agli stipendi di tante categorie: calciatori, manager, politici, ecc.…
    La gente sente che non è giusto pagare così tanto per certe professioni. Servirebbe un cambiamento di tendenza che può arrivare solo se tutto il mondo del calcio si accordasse per ripensare gli stipendi. Ma a oggi vedo la cosa difficile. Il potere dei soldi resta la discriminante che permette ad alcuni Club di dominare la scena internazionale del calcio. Il giro di soldi è enorme e il pagare tanto campioni che poi fanno vincere diventa un investimento che porta ben più soldi di quelli spesi. Ma è giusto? Se non fosse che siamo troppo appassionati, si potrebbe ipotizzare una sorta di boicottaggio al calcio.
  1. Un giovane, ancora in formazione che non ha più lo spazio per una crescita tranquilla. Non è solo la sorte di Donnarumma, ma è quella di tanti ragazzi che si ritrovano famosi e ricchi all’improvviso e devono gestire una notorietà che è anche un grande peso. Si è famosi, ma il rischio è che il ruolo schiacci la persona. Oltre che atleti si è uomini, con tutte le domande di senso del caso. Come gestire la notorietà? Come sostenere le attese dei fans? Totti nel discorso di addio al calcio, lasciando emergere il lato umano, espresse la sua paura per il dopo: I riflettori ora si spengono ed io ho paura. Il rischio di contraccolpi è sempre presente per chi vive sulla cresta dell’onda. Nel “caso Donnarumma” si rischia di dimenticare che al centro c’è un diciottenne che si trova uomo senza aver potuto passare le normali tappe di crescita. Questo è un aspetto di rilievo che chiede una minore idealizzazione dei calciatori (così come degli attori, dei cantanti…).
    Non farsi idoli è una regola di saggezza che tutela anche coloro che si trovano a firmare autografi a raffica. C’è una normalità che farebbe bene a tutti. Ma come si può fare per chi vive per il calcio?
  1. Dare il giusto valore al calcio sarebbe la grande soluzione. Perché se vivi solo per il calcio rischi di rimanere deluso e di perdere il senso profondo dei tuoi giorni.