«Quando parliamo di tratta di minori – dice Gabriella Bottani, suora Missionaria Comboniana, impegnata contro la tratta di persone dal 2007, si parla di un grande numero di adolescenti in situazioni di schiavitù e sfruttamento.

di Silvio Mengotto

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Dal 2009 al 2014 suor Gabriella Bottani è membro della coordinazione nazionale della rete contro la tratta di persone della Conferenza Brasiliana dei Religiosi (CRB). Oggi è responsabile di Talitha Kum la rete mondiale della vita consacrata contro la tratta di persone. Nasce nel 2009 come una rete di reti: ne conta attualmente 23 ed è presente in 81 paesi in tutti i continenti, con oltre mille religiose di diverse congregazioni impegnate. «Le attività svolte – dice Gabriella Bottani – sono diverse secondo i contesti in cui operiamo: accompagnamento ai sopravviventi della tratta; progetti preventivi di formazione e sensibilizzazione; impegno per politiche sociali più efficaci contro la tratta».

Nel mondo 1/3 del totale delle vittime della tratta sono adolescenti sotto i 18 anni, in particolare i bambini e le bambine. In alcuni continenti arrivano a percentuali drammatiche. «In Africa – puntualizza Gabriella Bottani – siamo al 70%. Quando parliamo di tratta di minori si parla di un grande numero di adolescenti in situazioni di schiavitù e sfruttamento.

 

D. A livello internazionale come si presenta la situazione?  

«A livello internazionale troviamo che molte situazioni di tratta si collegano allo sfruttamento del lavoro infantile. Nel mondo ci sono le situazioni più diverse: dall’industria tessile in Pakistan, alle miniere d’oro in Ghana, allo sfruttamento della prostituzione minorile in India, Thailandia, Costa Rica, Brasile e altri paesi. In alcuni contesti i bambini adolescenti sono legati al fenomeno dell’accattonaggio»

 

D. Come?  «Sono diverse le rotte, soprattutto all’Est europeo, dove i bambini a volte vengono mutilati o comunque usati per l’accattonaggio, ma anche in questi casi sono vittime della tratta. Questo fenomeno esiste in diverse regione dell’Africa. Per esempio nelle regioni rurali dell’Uganda dove i bambini o sono rapiti, oppure indotti, portati nelle grandi città, nella capitale Campala o in altri contesti. Altro fenomeno, serio e grave, è la tratta di organi. Anche in questo caso i bambini adolescenti sono vittime. Come rete Talitha Kum  ultimamente stiamo osservando maggiormente il contesto africano. Abbiamo deciso di considerare l’Africa un po’ come il nostro riferimento per i prossimi anni. Abbiamo registrato che la tratta di organi investe i trapianti di organi illegali e le pratiche culturali tradizionali»

 

D. Non crede che su questi orribili aspetti della tratta in Europa c’è troppa indifferenza?   «Quando parliamo di bambini oltre all’indifferenza, che comunque accomuna tutta la questione della tratta, dobbiamo anche chiederci che cosa sta succedendo con la nostra umanità? Oltretutto la percentuale maggiore colpisce le bambine. Cosa sta succedendo? Perché sfruttare e rendere in situazioni di schiavitù o uccidere per fini di lucro i nostri bambini? Questo ci deve far riflettere. Non solo sull’indifferenza, ma anche sul valore della relazione tra adulto e bambino. Si pensi anche alla situazione dello sfruttamento sessuale»

 

D. Quali sono le dinamiche del fenomeno?   «Abbiamo una società che pone al centro il mondo degli adulti e non riesce più a valorizzare l’infanzia o comunque una età che ha bisogno di una particolare cura, ma anche in questo caso la vede come fonte di lucro. In Brasile parlavamo di una cultura adulto centrica dove chi definisce il mondo è centrato su quello adulto»

 

D. Gli eventi sportivi possono allargare questi rischi?  «Non lo sport ma i grandi eventi sportivi, come le Olimpiadi o il campionato mondiale di calcio, possono essere l’occasione perché si unisce il binomio evento di massa e grande divertimento dove si associa alla questione dell’abuso di alcool, in alcuni casi droghe e sesso. Tutto questo porta in sé l’aumento della domanda di servizi sessuali a pagamento, di conseguenza anche un maggior rischio di persone che sono indotte alla prostituzione in modo forzato. Durante i grandi eventi, per una richiesta di maggiori servizi e l’avidità di guadagno, possono anche esserci servizi prodotti con il lavoro schiavo è il caso delle infrastrutture per i prossimi campionati mondiali di calcio in Kuwait dove sono stati trovati casi di schiavi del lavoro come è accaduto in Sud Africa nel 2010 e in Brasile. Non è solo sfruttamento sessuale ma anche lavoro para schiavistico»

 

D. Nel 2016 è tornata la schiavitù?   «Anche noi soffriamo di queste ferite e cerchiamo di andare più a fondo cercando di guardare le radici di questo fenomeno. In primis ci rendiamo conto che le radici in alcune situazioni sono le stesse che hanno portato poi, dagli inizi della storia ad oggi, ad avere degli schiavi. La maggioranza delle persone pensa che la schiavitù sia debellata e scomparsa. Ma in un mondo e in un sistema economico globalizzato, dove tutto è mediato da dinamiche di mercato con produzioni di lucro, ci rendiamo conto automaticamente che la vita umana ne fa parte in modo vergognoso. La vita umana non solo è importante come consumatori per cui diamo la possibilità di lucro, ma diventiamo anche noi merce da consumare. Questo è un grande scandalo. Non dimenticherò mai una ragazza che ho avuto l’opportunità di incontrare e vittima della tratta che diceva “io mi devo vendere, mi devo considerarmi una merce da vendere bene, altrimenti non guadagno”. Si entra nella dinamica del vendersi bene. Se pensiamo alla logica di tutti i curriculum per cercare lavoro, di fatto dobbiamo imparare a “venderci” bene. Il rischio è che queste dinamiche ci portino comunque a rendere la vita umana una merce e una delle più redditizie perché sta mobilitando miliardi di dollari all’anno»

 

D. Sul “che fare” cosa consiglia ?  «La prima cosa è l’informazione e non pensare che la schiavitù sia cosa del passato che non ci riguarda e lontana. Siamo un po’ tutti conniventi. Se pensiamo all’uso dei materiali che produciamo – lo dico con la consapevolezza che non dobbiamo viverlo con dei sensi di colpa –tutti quanti usiamo il cellulare, alcune sue parti sono il prodotto di lavoro schiavo fatto in situazioni scandalose e di violenza come nella regione congolese di Nora Kiwu dove si permette l’estrazione illegale del coltan (componente fondamentale dei nostri cellulari). In qualche modo ne siamo tutti conniventi. Credo che possiamo incidere sul conoscere per poi poter cambiare. Ridurre il consumo di questi strumenti che noi usiamo è un aiuto a ridurre lo sfruttamento di queste aree. Abbiamo bisogno anche di iniziare a riflettere sulla questione della domanda. Come ridurre la domanda di telefonini, ma anche su come incidere per ridurre la domanda di servizi sessuali a pagamento. Sono in discussione le leggi sul modello nordico dove si parla di punire non solamente chi sfrutta ma anche il cliente. Non una punizione morale, ma punire con una prospettiva etica, rieducandoci a relazionarci con gli altri. In questo caso a relazionarci anche con il mondo della sessualità. E’ un cammino che dobbiamo fare. Ci sono già diversi Paesi che hanno introdotto queste normative, queste leggi, e noi possiamo promuoverle, credo anche in modo rispettoso, ma dobbiamo iniziare a discuterne»

 

D. La tratta ha dei collegamenti con l’immigrazione?  «Quando parliamo di tratta non possiamo non parlare di migrazioni perché i tragitti che fanno le persone portate in Europa – e non solo –  sono vittime della tratta durante il tragitto. In alcuni casi arrivano che sono liberi, ma quasi tutti passano attraverso l’esperienza dello sfruttamento o della violenza sessuale con  stupri di massa o altre situazioni complicate»

 

D. Come rapportarci di fronte al fenomeno delle migrazioni non più emergenziali ma strutturali?  «Da diverso tempo papa Francesco ci richiama all’importanza dell’accoglienza e sapere che tra le persone che accogliamo, oltre a chi viene dalle realtà di grande conflitto (rifugiati dalla Siria) ci sono anche vittime della tratta. Una delle grosse cause sono anche le politiche migratorie inesistenti. Anche qui bisogna fermarsi a riflettere. Bisogna sostenere progetti di integrazione delle persone vittime della tratta lavorando sul cambiamento della mentalità, dell’informazione, educazione anche nelle scuole comprese quelle cattoliche»