I giovani ospiti della Comunità di accoglienza Kayros portano sul palco la loro vita fatta di cadute e di riscatto. «I ragazzi che incontro – dice don Claudio Burgio – si fanno molte domande, anche su Dio»

Silvio Mengotto

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Foto: Pics by Andrea Cherchi Di Silvio Mengotto

Non esistono ragazzi cattivi, titolo del primo libro di don Claudio Burgio, diventa il titolo della rappresentazione teatrale messa in scena al teatro Franco Parenti. L’interpretazione è stata realizzata dai giovani ospiti della Comunità di accoglienza Kayros fondata nel 2000 da don Claudio Burgio a Vimodrone. I ragazzi in comunità, impegnati in un percorso di riscatto e di coraggio, provengono dal carcere minorile Cesare Beccaria o dalla strada. Tra gli ospiti della prima teatrale (24 settembre ’18), don Gino Rigoldi, il Vicario episcopale all’Eucaristia don Marco Antonelli e Laura Galimberti assessore all’educazione ed istruzione del Comune di Milano.

«Più che uno spettacolo – dice don Claudio Burgio – è una testimonianza in forma teatrale». Come un docufilm si alternano storie di dieci ragazzi: brevi filmati o toccanti racconti sul palco. Jan, ventenne con tre esperienze in diverse comunità, canta una sua canzone dove litiga con Dio. Al termine della rappresentazione don Marco Antonelli gli ricorda che Gesù in croce avanza una interrogazione più forte: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» «La motivazione più grande – dice Jan – di questa proposta è far capire i pregiudizi che la gente ha di noi. Per il solo fatto che viviamo in comunità o siamo stati in carcere, ci vedono come devianti, cattivi. Abbiamo iniziato sbagliando ma, come dice don Claudio, si inizia male ma si può finire bene». Sullo schermo passa lentamente la lettera di una mamma per il figlio in comunità dove scrive: “qualsiasi cosa accada non ti abbandonerò mai”. «Nei miei casini – dice Dani – ero alla ricerca di un padre, di un punto di riferimento, altrimenti arriva il padrone».  «Il libro Non esistono ragazzi cattivi – dice don Claudio Burgio – ha nove anni di vita ed è un percorso che continua perché il libro descrive un periodo della mia vita, ma anche l’incontro con alcuni ragazzi che nel frattempo sono cresciuti e maturati. Qualcuno ha fatto anche un percorso molto bello, qualcuno non è riuscito a realizzarsi, però è un libro sempre vivo».

D. Cosa si propone questa testimonianza? «Con i ragazzi abbiamo voluto provare a mettere in scena e portare una testimonianza, soprattutto alle scuole, agli oratori, in continuità con il libro, con la storia di questo nostro incontro, ma soprattutto per testimoniare ad altri giovani e ragazzi che il bene è sempre possibile. Il giudizio non deve essere mai troppo facile, soprattutto di questi tempi e che, quindi, è possibile parlarsi, dialogare anche tra ragazzi giovani che hanno avuto esperienze molto diverse. La storia di questo spettacolo di testimonianza, che abbiamo già presentato in tanti oratori, in tante situazioni, è proprio un tentativo di mettere in dialogo questi giovani, soprattutto nella prospettiva del Sinodo per i giovani»

D. Non crede che potrebbe essere un prezioso stimolo per lo stesso Sinodo dei giovani? «Penso di sì! I ragazzi che incontro, sia in carcere che in comunità, hanno comunque grandi desideri e, soprattutto, grandi riflessioni da portare. Questa idea di mettere in dialogo questi mondi giovanili, così diversi apparentemente, è invece il tentativo di aiutare i giovani negli oratori, nelle scuole, a riflettere a loro volta, sia per quanto riguarda i temi più sociali ed educativi, sia anche i temi della fede perché non è mai semplicemente un copiare ciò che ci è stato trasmesso, una ripetizione, ma la fede ci sostiene soprattutto grazie alle domande sempre nuove, che ogni giovane vive e si fa. Siccome i ragazzi che incontro si fanno molte domande, anche su Dio, per noi è stato bello, importante, mettere in dialogo, anche su questi temi così profondi, giovani così diversi»

D. Il canovaccio, la sceneggiatura, sono nate dai giovani? «Si tratta di dieci storie raccontate in video o in singoli interventi e riflessioni. Tra queste anche la testimonianza di Viola, una ragazza marocchina. Noi li abbiamo aiutati solo a mettere un po’ in scena. Un aiuto più organizzativo e pratico, ma ci sono anche passaggi improvvisati. I ragazzi portano sul palco la loro vita, senza molti filtri, senza aver preparato chissà cosa. Più che spettacolo è una testimonianza, ma certamente in forma teatrale. Non prevede un dialogo se non alla fine. Di solito il dibattito lo facciamo al termine dello spettacolo»