Da sempre si corre il pericolo di considerarlo un evento di luci che si accendono e spengono a intermittenza, poi da riporre insieme agli addobbi, passati i giorni di festa. Ma il cristiano attende la venuta del Signore e non attacca il cuore alle ricchezze di questa terra

di Walter Magnoni

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“Non amo il Natale”, così diceva un parrucchiere mentre con la forbice mi accorciava i capelli. Mi sono chiesto chissà cos’è per quest’uomo il Natale?

Perché Natale è uno di quei termini che tutti usano ma che mai ci fermiamo a pensare cosa significhi davvero. Già negli anni ’50 del secolo scorso Romano Guardini, scriveva: «Si può certo dire che in queste settimane siamo circondati da un vero spettacolo natalizio. Ciò che per le strade e nei negozi, davanti alle autorimesse e negli alberghi, sui giornali e nei teatri fa Natale attorno, non ha più in assoluto un nucleo religioso. Industria e mercato si sono impadroniti così irriguardosamente dei simboli tradizionali, che quasi si è costretti a desiderare che il disordine possa crescere quanto più possibile, così da svelarsi a tutti per quel che è».

Se questo era vero negli anni ‘50, oggi è ancora più evidente, anzi forse si è svelato a tutti il lato meramente commerciale del Natale. È il cosiddetto Natale dei regali, quello dello stress per trovare un “presente” alle persone importanti per la nostra vita. Sempre Guardini osservava: «Ora, il dare e il ricevere possono avere realmente un significato di Natale. Ma quando in questi gesti viene sentito un ricordo dei doni elargiti dalla ricchezza di Dio e quando si rimane consapevoli che può celebrare il Natale anche chi non abbia nessuno cui potere fare regali, né alcuno che dia qualcosa a lui stesso».

Per altri il Natale è la festa della famiglia, in cui riunirsi tutti insieme. Da qui il famoso proverbio: “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”. Ma pur riconoscendo la bellezza, il senso e l’importanza del riunirsi con i propri cari, credo che anche questa sia una visione riduttiva e decentrata del Natale. Ancora una volta trovo acute le parole di Guardini che parlando della festa del Natale aggiunge: «può celebrarla anche colui che vive da solo, tanto se è lontano dalla famiglia, quanto se, in assoluto, non l’ha».

Che cos’è il Natale?

Natale significa almeno tre cose: ricordo storico, attesa salvifica, ricerca di Dio nel quotidiano.

Infatti, è ricordo del Verbo che si è fatto carne, memoria del Dio che sceglie di venire a mettere la sua tenda in mezzo a noi nella fragilità della carne. Natale è anzitutto stile povero di un Re che mostra il valore della semplicità e dell’umiltà. Betlemme è racconto di un rifiuto che diviene occasione propizia per dei semplici pastori: primi testimoni di qualcosa di straordinario dentro le trame di ogni giorno.

Natale è in secondo luogo attesa definitiva della Sua venuta. È il preparare il cuore alla parusia, alla fine di questo mondo per entrare tutti nella sola dimensione del Regno. Natale ci ricorda che il Dio venuto una volta, tornerà definitivamente e sarà il momento del giudizio universale.

Infine Natale è anche quella che San Bernardo chiamava la venuta intermedia: ovvero Dio che nasce nei nostri cuori.

Lasciare che Dio venga ad abitare in noi chiede un grande esercizio di liberazione del cuore. Solo se facciamo spazio il Dio discreto può prendere dimora in noi. In tal senso c’è chiesto di purificare “l’interno”.

Come sperare in questo Natale?

Se Natale è attesa, ogni attesa è sinonimo di speranza. Ma siamo di fronte ad una società che pare arrivare un po’ col fiato corto in materia di speranza. Disoccupazione, problemi abitativi, debiti, malattie, solitudini, violenze e tanti altri problemi sembrano generare solo disillusione dei cuori.

Come alimentare la speranza?

Il rischio del Natale è da sempre quello di essere solo un fatto esteriore, un evento di luci artificiali che si accendono e spengono a intermittenza e poi si mettono via insieme agli addobbi, passati i giorni della festa.

Il Natale cristiano invece si nutre della memoria e ripensando ai fatti di Betlemme assume lo stile della sobrietà e coglie il significato della povertà quale luogo teologico.

Il Natale cristiano attende la venuta del Signore e non attacca il cuore alle ricchezze di questa terra. Così la crisi economica è solo un fatto contingente che apre a logiche di solidarietà.

Infine, il Natale cristiano è ricerca quotidiana di Dio e desiderio di essere da Lui abitati.