Il discorso di Francesco al Congresso Usa. Ripercorriamone il metodo e i contenuti, intravvedendo quel "soft power" che è la forza della testimonianza

don Sergio Massironi

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Addirittura un gesuita, soltanto tre giorni fa, riteneva il confratello Francesco aver poco a che fare con gli Stati Uniti d’America. Direttore del Center for Faith and Public Life della Fairfield University, Richard Ryscavage dichara a Il Fatto Quotidiano: “Le sue idee vanno viste nel contesto di una cultura latino-americana che considera gli Stati Uniti un problema, non una forza positiva nel mondo“. Il giornale citava l’incontro di due anni fa tra Bergoglio e Dolan, arcivescovo di New York, durante il quale “il papa tirò fuori un atlante e chiese di spiegargli la mappa culturale e spirituale degli Stati Uniti”, avido di informazioni o, come fecero notare alcuni commentatori, “a corto di notizie”. Limes, rivista italiana di geopolitica, già nel 2014 si interrogava sul “problema americano di Francesco”, un papa che in queste ore, a 78 anni, per la prima volta nella sua esistenza si trova sul suolo Usa.

Eppure, a sorpresa, l’incontro è travolgente. Concentriamoci sull’intervento al Congresso, la prima volta di un vescovo di Roma. Anche prescindendo dalla potenza dei gesti, che in Francesco costituiscono spesso la marcia in più, qui contano le parole. Esse dimostrano che se c’era un problema americano, questo è superato: fin dalle prime battute è stabilita un’intesa, quel terreno comune che permette la comunicazione franca e intensa tra persone amiche. Non è tattica, ma capacità di illuminare una realtà che vede gli interlocutori intimamente legati e dunque in grado di intendersi ben oltre le iniziali aspettative.

Conta, dunque, ciò che il papa ha detto. E come. I media si concentrano, subito, nei loro titoli, sulla richiesta di abolizione della pena di morte e sulla denuncia del traffico d’armi: riduttivo, ma indice di un’impressione netta, quella della franchezza di Francesco, come un terremoto. Il sito del Corriere titola immediatamente: il papa scuote il Congresso: un incontro caldo, dunque, nel merito di questioni che interrogano l’opinione pubblica ben oltre i confini della Chiesa o di un Paese. Francesco raggiunge questo risultato facendo suo il metodo di Paolo nell’Aeropago di Atene: l’Apostolo mobilita l’immaginario dei suoi interlocutori, costruisce su quanto essi considerano fondamentale, apre squarci entro prospettive non naturalmente sue, ma che mostra essergli care e familiari. Così, le scansioni fondamentali del discorso di Washington sono distinte dalla personalità di “tre figli e una figlia di questa terra, quattro individui e quattro sogni: Lincoln, libertà; Martin Luther King, libertà nella pluralità e non esclusione; Dorothy Day, giustizia sociale e diritti delle persone; Thomas Merton, capacità di dialogo e di apertura a Dio”. La volontà di raggiungere, attraverso i suoi rappresentanti, l’intero popolo americano, manifesta una vivace consapevolezza dei suoi tratti singolari: “uomini e donne che non si preoccupano semplicemente di pagare le tasse, ma nel modo discreto che li caratterizza, sostengono la vita della società”. Creatività, generatività, senso dell’organizzazione, impegno dal basso, sogno, impresa: Francesco sa cos’è l’America e cosa ama essere.

Nulla suona oggi lontano dal vero quanto il titolo d’apertura de Il Foglio, che denuncia il papa del politicamente corretto: accorto, prudente, tattico, che tralascia di pronunciare ciò che del suo discorso potrebbe urtare, “misurando le parole e attestandosi su un livello generico, complicato tanto da attaccare quanto da strumentalizzare”. Davvero discutibile mantener fermo il pur legittimo posizionamento critico sul pontificato, mediante una simile distorsione della realtà: basta infatti lasciare i giornali e soffermarsi sui passaggi fondamentali del discorso, per misurarsi con una proposta ben poco generica.

Anteponendo ai quattro americani illustri la biblica figura di Mosè, onorando così una sensibilità ebraica tanto rilevante negli States, Bergoglio richiama anzitutto la vocazione del legislatore“A voi viene richiesto di proteggere, con gli strumenti della legge, l’immagine e la somiglianza modellate da Dio su ogni volto umano”. Il papa sa bene di trovarsi in una terra in cui Dio rimane pubblicamente nominabile e chiede che “oggi come nel passato la voce della fede continui ad essere ascoltata” perché essa, indicando i legami indissolubili fra gli esseri umani, “cerca di far emergere il meglio in ogni persona e in ogni società”. Ed ecco, nel segno di Abraham Lincoln, il primo affondo: non un’accusa, ma sicuramente una deflagrazione. Certo, attenti ad ogni forma di fondamentalismo “c’è un’altra tentazione da cui dobbiamo guardarci: il semplicistico riduzionismo che vede solo bene o male, o, se preferite, giusti e peccatori. Il mondo contemporaneo, con le sue ferite aperte che toccano tanti nostri fratelli e sorelle, richede che affrontiamo ogni forma di polarizzazione che potrebbe dividerlo tra questi due campi”. Titola bene il Corriere, riconoscendo la “Sfida di Francesco alla politica Usa”: provocazione al suo linguaggio privilegiato, specie in ambito internazionale. Continua il papa, figlio di S. Ignazio: “Sappiamo che nel tentativo di essere liberati dal nemico esterno, possiamo essere tentati di alimentare il nemico interno. Imitare l’odio e la violenza dei tiranni e degli assassini è il modo migliore di prendere il loro posto”. Politicamente corretto? Ed ecco la via, proposta da un Apostolo che evangelizza: “La nostra invece dev’essere una risposta di speranza e di guarigione”“I nostri sforzi devono puntare a restaurare”. Davvero la politica è costretta ad essere un’altra cosa? Secondo Francesco, l’America sa bene che cosa sia la complessità e dispone di esperienza e di risorse per muoversi nel mondo con quella disposizione tipica della sua tradizione interna, il rinnovamento “in spirito di collaborazione, che ha procurato tanto bene nella storia degli Stati Uniti”

E’ il sogno americano ad essere riacceso e, se la politica è “espressione del nostro insopprimibile bisogno di vivere insieme in unità, per poter costruire uniti il più grande bene comune”, i cinquant’anni dalla marcia di Luther King da Selma a Montgomery inducono papa Bergoglio a risvegliare “ciò che di più profondo e di più vero si trova nella vita delle persone”. Questo fanno i sogni, di cui anche la Bibbia è costellata. Ed ecco la scossa: “Mi rallegro che l’America continui ad essere, per molti, una terra di sogni”. Il papa innesta così, stupendamente, lo scomodo tema dell’immigrazione su una storia in cui l’azione politica ha mostrato di dover per sua natura essere sostenuta da grandi visioni, profezie, “sogni che conducono all’azione, alla partecipazione, all’impegno”. Scriveva di Obama e Francesco, il giorno prima, Vittorio Zucconi, su Repubblica: “Sono tutti e due americani, figli di europei e di africani venuti da lontano, nella speranza, per loro divenuta realtà, che oltre l’oceano ci sarebbe stato quello che le loro terre natali non avrebbero potuto offrire: l’occasione di costruire una vita migliore”. E il papa si allarga ai membri del Congresso: “Noi, gente di questo continente, non abbiamo paura degli stranieri, perché molti noi una volta eravamo stranieri”. Ecco, quindi, due ulteriori ulteriori affondi, lontani dalla retorica dei giudizi comuni. Il primo riguarda il rapporto di ogni società col proprio passato“Tragicamente, i diritti di quelli che erano qui molto prima di noi non sono stati sempre rispettati”“ma è difficile giudicare il passato coi criteri del presente. Tuttavia, quando lo straniero in mezzo a noi ci interpella, non dobbiamo ripetere i peccati e gli errori del passato. Dobbiamo decidere ora di vivere più nobilmente e giustamente possibile”. Questo porta dritti all’altro punto, centrale nel magistero di Bergoglio, per cui rispondere a un presente squassato da migrazioni epocali “in un modo che sia sempre umano, giusto e fraterno. Dobbiamo evitare una tentazione oggi comune: scartare chiunque si dimostri problematico”.

Il tema della pena di morte si inserisce, così, in un quadro più ampio: quello dell’interiore diabolica tentazione di rimuovere l’intollerabile, radice ultima di una cultura dello scarto. Positivamente, Francesco rilegge in chiave politica l’evangelica Regola d’Oro, giungendo all’affermazione di un punto di vista potenzialmente divisivo dell’opinione pubblica nella potentissima forma della testimonianza personale. Evidentemente consapevole della diversità dei suoi interlocutori e di una storia articolata nel rapporto tra Chiesa e pena capitale, il papa adotta il registro poco pontificio dell’opinione, descrivendo la maturazione in lui di una convinzione “che mi ha portato, fin dall’inizio del mio ministero a sostenere a vari livelli l’abolizione globale della pena di morte. Sono convinto che questa sia la via migliore”. Seguono motivazioni, con cui ciascuno è messo nelle condizioni di confrontarsi. Un esempio dal vivo di ciò che da poche ore Bergoglio aveva chiesto ai vescovi d’America: dismettere i panni dei guerrieri culturali ed essere semplicemente pastori; credere nell’incisiva forza della testimonianza mite, che interroga includendo anziché urtando. “Soft power”, un potere gentile, dice lo storico e diplomatico Joseph Nye a Repubblica, descrivendo l’influenza enorme che questo stile è in grado di avere nel mondo contemporaneo. Ricordando Merton il papa chiarisce “E’ mio dovere costruire ponti e aiutare ogni uomo e donna, in ogni possibile modo, a fare altrettanto”. Ben lontano dal divenire accomodante, a Francesco non manca l’ardore di pronunciare giudizi netti e gravissimi su interessi saldamente rappresentati tra chi lo ascolta“Perché armi mortali sono vendute a coloro che pianificano di infliggere indicibili sofferenze a individui e società? Purtroppo, la risposta, come tutti sappiamo, è semplicemente: per denaro. denaro che è intriso di sangue, spesso del sangue innocente. Davanti a questo vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il problema e fermare il commercio di armi”. Oppure: “Quanto essenziale è stata la famiglia nella costruzione di questo Paese! Eppure non posso nascondere la mia preoccupazione per la famiglia, che è minacciata, forse come mai in precedenza, dall’interno e dall’esterno. Relazioni fondamentali sono state messe in discussione, come anche la base stessa del matrimonio e della famiglia”.

Lasciamo a Ferraresi di considerare Bergoglio soltanto come “l’eroe accessibile che si presenta alla Casa Bianca sulla 500 e ha una carezza e un selfie per tutti”, il papa del “Francis effect, fenomeno palpabile solo sui giornali dell’establishment sovraeccitato, già meno dalle parti del gregge”, che col suo fare renderebbe, “letti oggi con occhio politico, i discorsi di Benedetto XVI appunti di un’agenda fallimentare”: sono i fatti a mostrare la continuità del Magistero nella singolarità dei carismi dei diversi pontefici e soprattutto la sempre nuova efficacia del Vangelo incarnato da dei testimoni. L’effetto di un papa non si misura in punti percentuali, in ritorni di massa alla Chiesa, ma nell’incidenza che la sua persona e il suo messaggio dimostrano nelle coscienze e nella storia. In questo, viviamo giorni di speciale intensità, che potrebbero recare molto frutto.