Una storia che bisogna continuare a raccontare

Silvio Mengotto

Segre

Morgan, cantante con pizzetto, il Dartagnan dei tempi moderni, dopo la canzone Non insegnate ai bambini in diretta televisiva si rivolge ai giovani entusiasti con una frase scioccante: «Dobbiamo sempre ricordare e rispettare i maestri che tanti anni fa, con la loro vita, si sono sacrificati per la libertà di cui oggi tutti i giovani godono». Tra questi maestri c’è la milanese Liliana Segre, oggi senatrice a vita della Repubblica italiana nominata dal Presidente Sergio Mattarella. La libertà ci permette di andare allo stadio per vedere una partita di calcio, ascoltare la Pausini, Vasco Rossi i Rolling Stones, andare a teatro, al cinema,  passeggiare, giocare, lavorare e studiare; cioè vivere. Una libertà importante e fragile se viene soffocata nell’indifferenza come capitò alla dodicenne Liliana Segre che, causa delle leggi razziali del 1938, venne espulsa dalla scuola  perché ebrea. Oggi ha 88 anni, una nonna che vizia i nipoti e che, da molti anni, incontra gli studenti – suoi “nipoti ideali”- per raccontare la sua storia. «Mia nonna – inizia Liliana Segre – mi raccontava le favole, ma qualche orco e qualche strega li ho incontrati anch’io! Sono di una famiglia ebraica laica, anzi i miei genitori più che laici erano atei. Ero una bambina milanese felice, serena e frequentavo la terza elementare nella scuola di via Ruffini. Nel settembre 1938 vengo espulsa per colpa di essere nata ebrea. La storia, le leggi, l’indifferenza generale, il non schierarsi, l’avere paura, il voltare la faccia dall’altra parte, hanno permesso una escalation di delitti nel mondo». Per questo motivo bisogna sempre lottare contro l’indifferenza, se mette radici nella nostra vita quotidiana il futuro si riempie di nebbia.

Dopo l’8 settembre ’43 i nazisti sono padroni anche dell’Italia del Nord e gli ebrei devono scappare o trovare un rifugio. Due famiglie per molto tempo nascondono Liliana Segre e suo padre. «Furono pochi, ma molto importanti, quelli che in un momento di bisogno dicono “Sono qui!” Sono gli amici con le lettere maiuscole. Sono i veri amici quelli che, quando sei malato, sei povero, quando non sei nessuno ti dicono “Io sono qui. Conta che io sono qui!” E li abbiamo avuti, pochissimi, ma così importanti, indimenticabili, eroici. Chi nascondeva un ebreo, anche un neonato, rischiava la fucilazione. Queste due famiglie, che mi tenevano nascosta, furono eroiche». La famiglia Segre tentò di rifugiarsi in Svizzera, ma varcato il confine venne rimandata in Italia. «Mi vedo – ricorda Liliana – su quelle montagne, dietro Varese, come una eroina con mio padre, mano nella mano, verso la Svizzera terrà della libertà». Dopo due mesi di carcere a San Vittore Liliana e suo padre vengono caricati su un vagone bestiame per Auschwtiz.

«Erano i viaggi dell’odio. I viaggi verso la morte. Come si sta dentro un vagone con 50/60 persone? C’è solo un po’ di paglia a terra e un secchio. Potete immaginare che in pochissimo tempo il secchio si riempie. Non c’è luce, non c’è acqua, il treno si muove e tutti piangono. I più religiosi, i più fortunati, lodano Dio!». Di quel convoglio di 605 persone ne tornarono solo 22. Nel lager Liliana inizia una vita da schiava in una macchina scientificamente infernale. «C’era un progetto fatto anni prima. Un progetto di sterminio perfetto che non era solo politico, ma militare, tecnologico, artigiano, ospedaliero». Dopo qualche mese Liliana Segre era diventata una lupa affamata, egoista. «Quando arrivò la moltitudine di ebrei ungheresi – ricorda Liliana -, che andarono direttamente al gas, noi sapevamo! Si era allungata la rotaia alle camere a gas. Le mamme chiamavano i bambini che in quella folla li avevano perduti. Noi sapevamo che andavano al gas, ma non lo volevamo sapere. Non volevamo. Ci stavano togliendo, giorno dopo giorno, la dignità».

Nella primavera ’45 i russi entrarono nel lager di Auschwitz. «Con le altre donne – conclude Liliana Segre – vedevamo i nostri carnefici che avevano paura di noi. Era la storia che cambiava. Il comandante dell’ultimo campo camminava vicino a me, si metteva in mutande poi in abiti borghesi. Non ho mai saputo il nome, ne’ mi interessava saperlo. Il male assoluto non ha nome! Quando buttò la pistola ai miei piedi ebbi un impeto di odio profondo. Con gran fatica pensai, la raccolgo e gli sparo. Mi sembrava il giusto finale per tutto il male, tutta la violenza, per tutto l’odio che avevo visto intorno a me.  Fu un attimo straordinario in cui io capii che non ero come il mio assassino, che io avevo sempre scelto la vita e che mai, per nessun motivo, per l’etica della famiglia, per l’amore che avevo ricevuto, mai avrei potuto uccidere qualcuno. Fu un momento straordinario della mia vita. Non ho raccolto quella pistola e da quel momento sono stata quella donna libera e di pace che sono anche adesso».