La giornalista Paola Setti ci offre una bella riflessione a partire da un fatto di cronaca: il suicidio di un giovane disoccupato che prima di togliersi la vita ha lasciato una lettera che ci fa pensare

di Paola Setti

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Michele aveva trent’anni e una rabbia lucida, inesplosa, nera. L’ultimo giorno di gennaio si è tolto la vita consegnando alla sua famiglia, ai suoi amici, un dolore insuperabile e una lettera in cui quella rabbia spiega con una chiarezza che è quasi distacco, come se tutte le cose che denuncia ormai, davvero, non lo riguardassero più. Dacché i suoi genitori ne hanno voluto la pubblicazione sulle pagine del Messaggero Veneto, le ultime durissime parole di Michele riguardano noi tutti. E’ un atto di accusa verso la società che ci impone di riflettere, di guardare, di capire. Io vorrei farlo rispondendogli, affinché non ci abbia detto addio invano.

Caro Michele. Nessuno di noi ha il diritto di giudicare, di dire “Si, ma”. Io rispetto la tua scelta, ci vuole coraggio anche a decidere di andarsene, forse più che a decidere di restare. Quello che mi colpisce nel tuo addio è la scelta delle parole. Pretendere. Vincere. Invidiare. Vendicarsi. Dici che te ne vai perché “da questa realtà non si può pretendere niente: un lavoro, essere amati o riconoscimenti”. Dici che avresti voluto vincere e invece non ti è rimasto che invidiare chi ci riusciva. Dici che “questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità”. Hai molta ragione, Michele. Questa società chiede competizione senza che per tutti valga la possibilità di competere. Ti misura dal portafogli e da quante posizioni sei riuscito a guadagnare, senza che un mercato del lavoro rigido e chiuso sappia restituirti anche in minima parte la tua disponibilità ad essere per contro flessibile e aperto a ogni modalità. Peggio, chi sgomita e calpesta è spesso più stimato di chi agisce con coerenza e lealtà, essendo il primo considerato veloce e scaltro, il secondo lento e polveroso. Le persone sono spesso aride, le opportunità nascoste o inesistenti ed è così sottile la linea che separa sensibilità e depressione. E ancora quanti, quanti no deve sentirsi dire chi, come te, semplicemente combatteva “per avere lo spazio che sarebbe dovuto”. Troppi no, hai ragione tu Michele, da parte di “una società che si permette di accantonarmi” e invece dovrebbe accogliere.

Si. Ma vedi, il peccato più grande, la colpa più grande di questa società è non essere riuscita a mostrarti che no, non c’è pretesa che si possa avanzare verso la Vita, e non c’è nulla da vincere e quindi nulla da invidiare. Perché la vita, così almeno la vedo io, è altro da tutto questo.

La Vita è imparare a viverla ogni giorno. Imparare a vedere ogni ostacolo non come l’ennesimo sgarro che l’esistenza ci fa, ma come un’opportunità. Imparare che non c’è peso che non possiamo portare se decidiamo di portarlo, né peso che non riusciremo a scrollarci dalle spalle se decideremo di non potarlo più. Imparare che se avremo fiducia verremo sostenuti. Imparare che siamo fatti di energie come l’Universo lo è, e che tante sono le vie quanto grande è l’Universo. La Vita ha molta più fantasia di noi. Diceva Pascal, io scommetto che Dio esiste. Ecco. Che peccato non aver scommesso che dietro alla prossima curva ci sarebbe stato qualcosa di diverso, di incredibile, di inaspettato, di buono.

C’è una metafora che mi accompagna ed è il Cammino di Santiago. Lungo il percorso c’è sempre una freccia gialla a guidarti, impossibile perdersi. Ogni cosa che ti accade ha un senso. Se un ostacolo ti costringe a rallentare è solo perché dovevi incontrare qualcuno che ti avrebbe insegnato qualcosa. Ogni passo, ogni accadimento fa parte di un disegno rotondo e luminoso, ogni salita porta su una vetta che valeva la pena scalare, il temporale che ti inzacchera le scarpe però pulisce l’aria che respiri e quando le gambe urlano di crampi e freddo c’è una tazza di cioccolata e una poltrona per riposare, anche in mezzo al nulla. Hai scritto “adesso sono a casa”. A noi, qui, non resta che cercare di migliorare. Buon Cammino, per la Vita che verrà.