Qual è il compito della scuola? A partire dalla vicenda di una mamma che ha chiesto e ottenuto il cambio di sezione per la figlia in quanto capitata in una classe multiculturale, Paola Setti – anche a partire dalla sua esperienza di mamma – scrive un’appassionata lettera aperta che vale la pena di leggere sino in fondo

Paola Setti

MANINE

Lettera aperta a Rosaria, che alla scuola elementare Cittadella di Modena ha chiesto e ottenuto il cambio di sezione per la figlia che era capitata in una classe multiculturale, con 18 bambini di nazionalità diverse. Ci sono state tante polemiche, chi l’ha accusata di razzismo, chi l’ha difesa gridando una volta di più all’invasione”.

Da mamma prima che da giornalista, vorrei tentare, con una espressione lasciataci in dono da Fabrizio De André, a “essere molto più ubriaco di voi”. Perché, nella convinzione di farla uscire dal ghetto di una classe che, accusa Rosaria, emarginava la sua bambina in quanto unica cattolica, in realtà l’ha infilata nel ghetto, ben più pericoloso, del rifiuto del diverso.

Io ti capisco, Rosaria. In generale l’altro da noi fa paura. Persino i più illuminati, io credo, hanno almeno un accenno di titubanza prima di fare entrare nella loro sfera, fisica e culturale e familiare, l’altro, il diverso. Figurarsi se lui, l’altro, parla solo cinese o peggio ancora se da parte sua avvertiamo ostilità in partenza perché non preghiamo Allah. E figurarsi poi se si tratta dei nostri figli: lì prevale il più atavico e irrazionale istinto di protezione, conservazione, difesa: la gatta diventa leonessa, tigre, pantera. Quando mi hanno detto che nella scuola della mia bambina ci sarebbero stati dodici bambini disabili su tre sezioni ho pensato ecco, inizia già in salita, a contatto con il dolore, con i programmi rallentati perché non ci sono le maestre di sostegno, con il disagio. Quando ho realizzato che la prima e unica compagna con la quale fino a ora mia figlia ha socializzato è una bambina che non parla, timida e insicura mi sono domandata perché diavolo non ha scelto invece la più sveglia e brillante della scuola. Poi mi sono ricordata di me. Di quello che davvero ho imparato a scuola. Di Erika, la compagna disabile alla quale ero così affezionata. Ecco. Al netto di tutte le lezioni di storia e di geografia e di matematica che ho rimosso col passare degli anni, quello che da allora porto con me è il valore dell’affetto, la cura dell’altro, la responsabilità di esserci per una persona più debole. La storia e la geografia e persino la matematica posso insegnarli io a mia figlia, ma la grande occasione che la scuola le sta offrendo di imparare ad affrontare i sentimenti, le paure, il disagio, quella è impagabile. La compagna di mia figlia ha iniziato a parlare stando assieme a lei, dopo che non lo aveva mai fatto: che gioia e anche che grande responsabilità, per la mia piccola donna.

In fondo, a essere un po’ ubriachi, la questione è tutta qui. La questione è quello che la Vita ci porta e come noi riusciamo a farne tesoro. Ogni ostacolo, diceva Nichiren Daishonin, può essere vissuto come un maledetto macigno che ci si abbatte addosso e ci schiaccia, oppure come una grande opportunità per valicare i nostri limiti, dare un senso a tutto, sfruttare ogni situazione per crescere. Vista così, io credo che la scuola, e la Vita, avessero fatto un grande regalo a te e a tua figlia: affrontare la diversità, inventare nuove soluzioni per gestirla. Dici, Rosaria, che tua figlia era emarginata dalle famiglie degli altri bambini. Ma la scuola è iniziata a metà settembre: l’inizio di ottobre è forse un po’ presto per arrendersi. Se gli inviti alle merende a casa vostra sono stati declinati, forse avresti potuto coinvolgere gli insegnanti, organizzare incontri con gli altri genitori a scuola, persino rivolgerti al parroco, chissà, e insomma avviare una vera “crociata”, con allegria invece che con rabbia, per dare tu per prima alle altre famiglie una lezione di integrazione, e cogliere la grande occasione che questa situazione ti ha offerto di imparare e insegnare. Se a chiusura corrispondesse apertura, invece che altra chiusura, le cose sarebbero diverse.

A noi genitori spetta il difficile ma altissimo compito di guidare i nostri figli verso una società sempre più globale, complessa, diversa da quella in cui noi siamo cresciuti. Lo faremo non trasmettendo loro le nostre paure, ma facendo lo sforzo di sostituire al sospetto la fiducia. Lo faremo imparando noi per primi dai nostri figli, che quando incontrano una mano gialla oppure nera la prendono nella loro, senza pensarci. Molto più ubriachi di tutti quelli cui conviene rafforzare il ghetto mentale, quello sì pericoloso, del rifiuto dell’altro.