A sette anni dall’inizio delle violenze padre Ibrahim Alsabagh, parroco della comunità latina di San Francesco d’Assisi di Aleppo, racconta la situazione drammatica in cui versa la Siria

Silvio Mengotto

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«Non dimenticate la Siria». Dalle pagine de L’Osservatore Romano, il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, ha lanciato un nuovo appello per il Paese martoriato dalla guerra. L’informazione internazionale sembra essere sempre meno interessata a quello che succede nella regione siriana. «La situazione è drammatica – ha ribadito ai microfoni di Radio Vaticana padre Ibrahim Alsabagh – . Seguiamo quello che succede sul territorio siriano, dove vede la presenza di tante basi militari di diversi paesi, di attacchi nel Sud come nel Nord e temiamo che una guerra regionale possa esplodere in qualsiasi momento. Ancora oggi, ad Aleppo, i missili cadono sulla città, colpendo soprattutto i civili».

In queste ultime settimane è notevolmente cresciuta la tensione tra Turchia e Stati Uniti. Il presidente turco Erdogan ha ribadito che l’aiuto finanziario degli Stati Uniti a favore delle forze democratiche della Siria – una alleanza dove le milizie di maggioranza sono curdo-siriana considerate “terroristiche” da Ankara – influenzerà le decisioni della Turchia. Nella paralisi economica siriana, i civili sono quasi del tutto dipendenti dagli aiuti che ricevono dalla Chiesa e dalle organizzazioni umanitarie. «Le persone – ha detto padre Ibrahim – non hanno neppure i soldi per comprare una bara per seppellire i propri cari». Così come non hanno modo di accedere alle cure sanitarie o all’istruzione per i propri figli. In questo contesto disperato, la Chiesa è in prima linea sia per far fronte alle emergenze, sia per cercare di dare speranza, alla luce della fede, e costruire un futuro di pace.

In data 21 novembre 2017 padre Ibrahim incontrando pubblicamente la parrocchia di San Michele Arcangelo di Precotto (Milano) – con la quale si è gemellata con altre parrocchie del Decanato di Turro – avvertì la comunità internazionale sia dei primi passi concreti dei civili verso la normalizzazione della vita sociale, sia del timore non infondato che le tensioni non erano del tutto rientrate. «Sicuramente questa guerra – disse padre Ibrahim – ha potuto purificare i cuori, anche sotto questo punto di vista della comunione e della relazione con i musulmani. Soffrire e subire i danni, vivere la stessa situazione ci ha fatto avvicinare l’un l’altro. Questo è uno dei lati positivi di questa guerra tutta negativa. Possiamo dire che oggi i nostri rapporti sono più sinceri, più coscienti delle diversità, ma anche più sereni nei rapporti e più coscienti che l’umanità unisce perché più grande delle nostre diversità. Il bene comune ci unisce di più, gli incontri sono più frequenti, sia formali che informali. Tutto questo con una volontà che speriamo sia sincera da tutti  e poter andare avanti in pace insieme. Bisogna dire ad alta voce che la crisi umanitaria continua, che adesso la gente riesce a vedere i risultati di questa guerra sulla pelle delle persone, dei bambini, sulle strutture, sulla vita della comunità dei cittadini. Bisogna proprio dirlo ad alta voce che non è finita ancora la crisi». «Guardiamo al futuro – conclude padre Ibrahim da Radio Vaticana  – con una fede certa e una speranza continua. Pensiamo al futuro con una fede certa, con una speranza continua e cerchiamo di preparare questo conservando e difendendo la vita, lavorando molto nel campo dell’educazione con i giovani, della formazione sia umana, sia cristiana con i ragazzi del catechismo, ma anche con i giovani e lavorando anche in altri campi come la ricostruzione delle case. Fino al dicembre 2017 abbiamo ricostruito ad Aleppo 849 case; abbiamo aiutato una ottantina di coppie, giovani sposi, con un ‘regalo di nozze’, come lo abbiamo chiamato: aiutandole magari con l’affitto di un appartamento o comprando loro alcune cose».