«Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizioni si trovi» (Admirabile signum Lettera apostolica sul significato del presepe)

di Silvio MENGOTTO

Presepe

Da bambino non volevo recitare il Natale, ma riviverlo nell’attesa mai uguale, sempre diversa e imprevedibile. Dio è sempre diverso e imprevedibile, sempre da scoprire. «L’imprevisto – dice don Tonino Bello – è il luogo teologico dove Dio si manifesta». I nostri Natali sono diventati ripetitivi perché non aspettano nessuno, solo prevedibili regali! Natali chiusi, bloccati all’imprevedibile, allo straordinario gioco di un Dio bambino ricco che nasce povero in una mangiatoia nella periferia della Palestina.

Il presepe, che significa “mangiatoia”, ogni anno mutava in qualche particolare: una collina in più, nuovi canali d’acqua, nuove statuine e paesaggi, nuove luci. Costruire il presepe «è davvero – dice papa Francesco – un esercizio di fantasia creativa, che impiega i materiali più disparati per dare vita a piccoli capolavori di bellezza. Si impara da bambini: quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare». Nel tardo autunno ogni sera papà, con il suo piccolo Aquilotto, tagliava la fitta nebbia di periferia, ancora povera di cemento e ricca di marciti e orti. In uno dei cento prati, sui bordi dei fossi gelati e fumanti, raccoglieva fazzoletti di muschio per il presepe. La casa si profumava di muschio e di un gradevole odore di terra contadina. Finita la cena si sgomberava la tavola. Lo spazio veniva occupato dal saldatore elettrico, stagno, dalla magica ramificazione di canali, canaletti, laghetti che, sera dopo sera, allungavano le loro sponde metalliche. Simbolicamente dovevo “svegliare” le statuine dal letargo. Per undici mesi dormivano nell’oscurità del solaio. Lo raggiungevo con paura, ma l’attesa del Natale era forte, mi dava il coraggio di vincere i fantasmi, i rumori che la suggestione amplificava nelle serrature, negli infissi, nelle travi a palladio dell’interminabile abbaino. Davanti la porta del solaio aprivo il lucchetto a catenella. La lunga attesa era finita. Delicatamente risvegliavo pescatori, lavandaie, pastori, fabbri, carrettieri, capre, asini, maiali, galline, tacchini, cani, fagiani, pavoni, cammelli e, finalmente, gli affascinanti Magi. Solo alla fine Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù odoranti di gesso, muschio e muffa.

L’immobilità delle figurine fibrillava la mia fantasia insieme a una gioia silenziosa. Il soffio dell’ attesa riportava in vita tutti i personaggi del presepe. Anche la casa mutava aspetto. Si spostava la credenza per dar spazio ai cavalletti che reggevano la base del presepe. Prima del muschio, sulle pareti del muro ad angolo si collocava il fondale: un luccicante cielo notturno lastricato di piccine stelle argentate e vie lattee. Poi la grotta che, nella sua mangiatoia vuota, aspettava il mistero. Per finire le luci nelle finestre e grotte, nell’argentata cometa che illuminava a intermittenza il diorama. Un’invisibile pompa idraulica metteva in circolo l’acqua nei canali, laghetti, cascatelle, dove un mulino in ottone roteava spruzzi a mulinello. A Natale con i pastori di gesso si univano pastori in carne e ossa. Amici, vicini , parenti, a volte sconosciuti, dalle vicine ringhiere, dal cortile ricoperto di neve, per ammirare il presepe di papà. Non era solo un suggestivo  paesaggio, ma un antico messaggio. «Il futuro entra in noi –  dice Rainer Maria Rilke – prima che accada». 

 

Le strade del presepe

Il presepe è per i poveri della terra, per questo Gesù viene sempre! «I poveri – dice don Roberto Malgesini – sono la vera carne di Cristo». Già dalla nascita Gesù incomincia a sentire «l’odore delle pecore», l’odore dei poveri. Il presepe è un messaggio controcorrente nato in una periferia sperduta della Palestina per le periferie del mondo. Per questo dovrebbe essere ben visibile tutto l’anno, non solo a Natale, per ricordare alle persone che abitano, o transitano, che il Signore «seguita a nascere, ogni anno, ogni giorno –dice Adriana Zarri -, e non finisce mai di nascere, e non finisce mai di morire, e non finisce mai di risorgere, nella carne del mondo». La monaca Adriana Zarri nella sua cascina del Molinasso viveva questa profezia. «Per Natale – dice Adriana Zarri – , quest’anno, ho fatto due presepi: uno in casa e un secondo nella stalla. Disponendo di una stalla, con tanto di greppia, mi pareva che quella fosse la collocazione più adeguata: tanto che ho poi deciso di lasciarlo, anche durante l’anno». Il presepe ci ricorda, giorno dopo giorno, i sentieri dimenticati: il silenzio, la solidarietà, l’essenzialità, la sobrietà e la ricerca. Sentieri importanti, soprattutto in questo difficile tempo della pandemia. 

Il silenzio accompagna la discesa di Gesù sulla terra e che, ancora oggi, viene interrotto con gli scoppi assordanti di milioni di tappi di champagne e cascate allucinanti di chiacchiere sul Natale. Nel silenzio, non nel rumore, nascono i pensieri e le decisioni importanti, le intuizioni inaspettate, le scelte non banali. La sobrietà e l’essenzialità sono caratteristiche  visibili nel presepe. Il problema è che abbiamo smarrito il senso del regalo e del dono. Nella grotta si respira l’aria della sobrietà e dell’essenzialità, Gesù non è soffocato dai pacchi dono, strenne natalizie e leccornie culinarie. Quando nasce viene semplicemente avvolto in un panno e deposto in una mangiatoia, allattato al seno di Maria. Nella tradizione popolare i doni ricevuti da Gesù bambino sono essenziali non superflui: pane, latte, formaggio. I magi sono simbolo di chi cerca, di chi si mette in viaggio nella vita e si mette in discussione, non si accontenta di galleggiare in superficie, vuole andare in profondità. Scruta l’orizzonte come sentinella nella notte del dubbio, forse  vuole diventare l’esploratore del silenzio e cercare la verità. «Nascendo nel presepio – conclude papa Francesco – , Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza».