Alle sette di ogni mattina ascolto il notiziario per essere aggiornato su cosa succede attorno a me. Anche quel giorno è stata la radio a comunicarmi del primo contagiato nel lodigiano

di Walter Magnoni

coronavirus

Al momento non ho dato un grande peso a quell’informazione immaginando un intervento tempestivo come nel caso dei due cinesi ricoverati a Roma. Di primo acchito il mio fu un sentire quasi distratto dai tanti impegni che mi attendevano nelle settimane seguenti.

Il passare delle ore mi ha fatto comprendere che la cosa si stava facendo più complessa e nel giro di poco tempo ci siamo tutti trovati a vivere una situazione surreale.

Ho scritto un post su facebook con l’intento di trovare equilibrio tra chi rideva e pensava che fosse tutta una strumentalizzazione e chi già delineava uno scenario apocalittico: “Tra l’allarmismo e la banalizzazione esiste la sottile linea dell’ascolto serio fatto anche dal non emettere sentenze. Dare il giusto peso a ogni cosa è arte da apprendere ogni volta”.

Adesso che i giorni passano, i numeri crescono e la preoccupazione rimane alta, vorrei provare ad abbozzare qualche prima riflessione.

Il corona virus mostra anzitutto il volto fragile della vita. Le grandi scoperte scientifiche, la rivoluzione 4.0 con l’intelligenza artificiale e una medicina sempre più sofisticata ci aveva illuso circa la forza dell’umanità. Qualcuno è stato trascinato da un ottimismo sul futuro inarrestabile come la corrente dell’acqua che porta con sé ogni pezzo di legno che incrocia. Invece un virus nuovo e che viene da lontano ha messo in ginocchio l’intero Pianeta. Siamo fragili, soprattutto di fronte all’imprevisto che sempre ci coglie di sorpresa e chiede tempo per essere affrontato con la giusta razionalità.

Rispetto ad altri pericoli, questo virus può arrivare da ogni persona con cui entro in contatto e così l’altro da alleato diviene di colpo un possibile portatore di “problemi”. Per noi che da sempre sosteniamo la forza dei legami e che addirittura teorizziamo che le relazioni ci costituiscono, ecco che la grande fatica diviene quella del ripensare il legame sociale al tempo del corona virus.

Quando mi è arrivata la comunicazione che la riunione in programma a Roma era confermata, ma che io e altri provenienti da zone “calde” dovevamo collegarci via skype ho avuto un momento di sconcerto. Tra il mio sentire e il mio pensare c’era bisogno di un’armonizzazione. Ho dovuto fare uno sforzo dentro di me per cogliere il senso di quell’invito.

Non è semplice per nessuno prendere coscienza del fatto che il solo principio precauzionale – per non diffondere questo virus – è quello del contenere al minimo i contatti tra persone.

In un attimo tante attività lavorative si sono trovate in seria difficoltà: negozi, ristoranti, alberghi, taxi, compagnie aeree, aziende, chiese, scuole, università e tanti altri hanno dovuto fare i conti con qualcosa che genera grande incertezza anche perché non si conosce la durata.

Fino a quando dovremo vivere così? E dopo questo tempo come ne usciremo? Qualcuno sostiene che la società del post corona virus avrà un volto differente.

Lo sconcerto e lo stato confusionale è rafforzato dell’invisibilità della trasmissione. Non vedi, non senti, non tocchi, non odi, non gusti nulla di particolare. È qualcosa che si diffonde senza che se ne abbia percezione. I contagiati devono sottoporsi ad un’anamnesi per comprendere come probabilmente sono divenuti positivi al virus e per segnalare persone che potenzialmente potrebbero averlo contratto.

Anche il linguaggio muta in un istante e la parola “positivo” acquisisce subito un’accezione negativa. “È stato trovato positivo” è notizia che immediatamente genera allarme tra chi conosceva la persona implicata. In un attimo tutti parlano del virus e alcune norme igieniche da sempre suggerite, come il lavarsi le mani, possono divenire riti da vivere in modo quasi maniacale.

Per me questo tempo strano e inatteso è occasione per rallentare. Il mio corpo e la mia anima avevano bisogno di meno frenesia. Nel giorno in cui avrei iniziato le lezioni in università mi sono trovato con molti eventi cancellati e un’agenda improvvisamente più libera. È un tempo propizio per il silenzio, la preghiera e la lettura approfondita. Credo che i ritmi veloci non siano buoni alleati dell’andare in profondità. Così immagino questi giorni come un dono per riflettere sul senso del tempo.

Penso che questa nuova stagione ci possa anche aiutare a ripensare l’uso che siamo soliti fare dei giorni. Quando tutto sarà passato e potremo tornare alla “normalità” dovremo riconoscere come nel mondo ci sono persone che non possono muoversi liberamente, abbracciarsi e stare insieme all’aria aperta.

Il corona virus non è la peste, non è il colera ma adesso iniziamo a metterci nei panni dei popoli che nella storia hanno dovuto attraversare grandi epidemie. Forse cominciamo a capire come dovevano sentirsi i lebbrosi che a distanza gridavano a Gesù il loro desiderio di guarigione.

Credo che il vivere questo tempo con la dovuta prudenza sia un segno di rispetto verso i più fragili, ovvero coloro che se dovessero restare contagiati avrebbero sicuramente serie complicazioni. L’Italia è un Paese con una popolazione anziana ben nutrita e anche per questo si respira preoccupazione. Ma l’errore da evitare è proprio quello di lasciare soli i più deboli.

Da questa situazione possiamo uscirne bene se cresceremo nell’umiltà, nel prendere consapevolezza della nostra fragilità. Eliminare una certa spavalderia fa bene a tutti. Noi del nord impariamo cosa vuol dire sentirsi del sud!

Inoltre sarà fondamentale non perdere la fiducia, alimentare le relazioni, custodire la solidarietà. La paura non deve rinchiuderci in noi stessi e paralizzarci indebolendo il legame tra le persone. Se crescerà la diffidenza avremo perso tutti. Sarà importante la creatività di ciascuno nel far sentire gli altri meno soli.

Infine, l’arte del silenzio che tutti stiamo riscoprendo sarà una lezione da non dimenticare. Il silenzio è luogo fecondo per vincere la superficialità del vivere.

Fragilità, cura, fiducia negli altri, solidarietà e silenzio sono le parole che il corona virus ci consegna, forse il vero vaccino passa dal fare nostri questi termini.