Fulvio Matone ci offre una testimonianza sul fine vita a partire dall’esperienza vissuta accanto alla moglie Lela (nella foto)

Fulvio Matone

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Come è difficile parlare di “fine vita” senza cadere nell’astratto, nel banale, nell’ideologico, quando invece è necessaria una delicatezza che sappia rispettare ciò che attiene alle domande ultime della vita. Lo stiamo vedendo in questi giorni, di fronte ad alcune scelte oggettivamente forti e toccanti, che forse ci chiedono una maggiore attenzione a ciò che è la realtà, veramente, nella sua natura di avvenimento costante, prima ancora di prendere posizione per una o per l’opposta fazione.

Personalmente, su questo tema, non me la sento di trovare o offrire risposte preconfezionate. Non ho mai studiato il tema dal punto di vista filosofico o morale, mi sono sempre occupato di altro, fino a che la mia vita, insieme alla vita dei miei cari, si è scontrata con un fatto nuovo e imponente: la malattia di Lela, cara giovane moglie (aveva 39 anni, alla scoperta della malattia) e appassionata madre di tre figli, a cui improvvisamente, in una mattina di autunno, spiegarono – nella nostra totale incredulità – che il suo mal di schiena aveva una origine tremenda: un tumore primario che aveva fatto metastasi alle ossa, vista la situazione non c’era via di scampo: “non si guarisce, ma si cura”.

I sei anni di cammino che sono seguiti a questo annuncio non stati il contrario di una maledizione, per l’esperienza mia e di chi ha vissuto con me e Lela: gli splendidi figli, gli amici e la sua dolcissima famiglia di origine. Ma soprattutto per Lela, di cui dopo la salita in Cielo abbiamo trovato una quantità di cose scritte che ci hanno aperto ad una ricchezza di esperienza personale e umana che, pur vivendola ogni giorno, riesce ogni giorno a stupirmi e a commuovermi.

Una sera, dopo alcuni anni dalla comparsa della malattia e delle fratture ossee, di fronte ad un’amica con problemi si salute che riportava la frase della propria madre che riteneva ingiusta la malattia, Lela rimase in silenzio, ma alla sera non resistette e scrisse:

“…mi dispiace non aver reagito subito ad una frase buttata lì quando tua moglie riportava la frase : “non è giusto!”. Io ho avuto subito un contraccolpo, ma purtroppo, non so se mi conosci abbastanza, fatico a parlare davanti a più di una persona in generale, figuriamoci quando si tratta di questi argomenti (…).

Comunque, ci sto pensando ormai da ore e tengo a dirvi che non è vero che “non è giusto”, E’ GIUSTISSIMO!!

La malattia è un’occasione per chi ne è colpito, perché è stato SCELTO, la malattia è mia, come è di tua moglie, abbiamo avuto la Grazia di essere state scelte. Pensa che occasione grande! Essere preferite così tanto da darci una tale occasione di conversione, di affezione a Gesù che ci dà la possibilità di soffrire sicuramente (certo non quanto ha sofferto Lui), ma di poterne fare memoria continuamente.

Per una distratta come me è stata una grande possibilità, potermi ricordare continuamente di Lui e del fatto che ero malata e quindi scelta. (…) non ho la presunzione di insegnarvi niente, ma volevo solo dirvi cosa è stato per me lo sconvolgimento di un fatto simile. Vorrei dire a tua moglie di non censurare (perché oggi ho avuto questa impressione, ma magari mi sono completamente sbagliata, quindi dimenticatevi pure le mie parole) la sua malattia, è la circostanza che Cristo ha scelto per lei ora e, suo  malgrado, anche tutta la sua famiglia; la vita è cambiata per sempre, magari riuscirete a non cambiare i ritmi e le abitudini della famiglia, ma la vita sarà diversa, sarà più intensa e più piena ( più bella non lo sappiamo). E’ stata, ripeto, occasione di conversione per me e per chi mi stava vicino; ho avuto testimonianze di fede e di amicizia da gente insospettabile, che mi hanno dato la possibilità di scorgere sempre il bello in ogni gesto od esperienza che facevo…quasi rimpiango quell’inverno così intenso di due anni fa quando ho scoperto l’esistenza del tumore … certo non rimpiango la chemio, ci mancherebbe, vivo un po’ con l’angoscia di doverla rifare, ma la certezza di Lui presente riempie di letizia.”

Ecco, dopo sei anni di vita a tu per tu con un tumore infermabile, dopo cinquanta giorni con Lela in hospice alla Columbus di Milano, dopo la sua morte così dura e così dolce (sì, perché in Italia si può morire dolcemente anche senza eutanasia!), mi è evidente la possibilità di vivere la vita, proprio una vita così segnata dalla malattia e dalla fine imminente ma non certa, come il luogo di un bene e di un inizio, non di una fine; non di un inizio che accade dopo la morte, chissà in che forma, ma un inizio che accade qui, rendendo ogni giornata, ancora oggi, più piena.

E se fosse questa la vita vera, e non quello che ci inventiamo noi nella nostra illusoria salute? Forse i nostri cari malati ci possono aiutare a vivere, dentro all’abbraccio di Cristo presente nella Sua chiesa oggi (in un amico che non ti lascia solo, nel Santo Padre che viene ad abbracciarci a Milano, nelle indimenticabili infermiere e operatrici della Columbus), ogni giorno con più verità. Sì, perché questo abbraccio, da duemila anni, cambia la vita di chi lo riceve, restituendola alla sua verità

Sono loro, i malati abbracciati da Cristo, che curano noi, presunti sani, che possiamo così fare esperienza dello stesso abbraccio ogni giorno, qui ed ora.