Sabato 16 gennaio l’Arvicevescovo ha benedetto alcune stalle, in occasione della festa di Sant’Antonio. Riportiamo il testo dell’omelia pronunziata nella chiesa di Pozzo d’Adda

mons. Mario DELPINI
Arcivescovo di Milano

benedizionestalla

I fioretti di Abba Antonio

1. Abba Antonio benedice il lavoro
Abba Antonio viveva in solitudine, nel deserto d’Egitto. La sua fama di santità era diffusa in tutto l’Egitto e molti andavano a salutarlo, a chiedere consiglio, a invocare una benedizione. I suoi detti sono diventati famosi, parole di verità e di sapienza.
Un giorno andarono a visitarlo lavoratori della terra e allevatori di bestiame.
Parlarono con amarezza, come gente oppressa dalla fatica. E dissero: “Abba Antonio, la nostra vita è troppo dura, la nostra fatica troppo pesante. Per noi non ci sono giorni di riposo: le nostre bestie devono essere accudite tutti i giorni, le nostre terre devono essere irrigate tutti i giorni. Veramente siamo oppressi dal troppo lavoro e dai frutti stentati che la siccità può distruggere o la grandine rovinare. Abba Antonio, che cosa possiamo fare?”
Abba Antonio viveva anche lui del suo lavoro, coltivando un po’ di legumi e un po’ di grano. Conosceva l’ardore spietato del sole d’Egitto e il pericolo costante della siccità e degli animali selvatici.
Parlò a loro con dolcezza e verità: “Amici – disse – avere un lavoro, per quanto pesante, è sempre meglio che non averlo. Chi per sé e la propria famiglia guadagna il pane con il sudore della fronte può essere fiero. Ricorda quello che fece Dio quando udì il grido del suo popolo in Egitto oppresso da troppo lavoro. Lo chiamò ad essere popolo, lo chiamò a sperare nella terra promessa, una terra bella e spaziosa, dove scorrono latte e miele. Anche voi dunque non siate isolati ciascuno con la sua terra e le sue bestie. Insieme siate popolo aiutatevi gli uni gli altri. E rendete la terra generosa di frutti, perché è benedetta da Dio!”.
I lavoratori della terra e gli allevatori di bestiame meditarono e meditano ancora la risposta saggia di Abba Antonio.

2. Abba Antonio invita un giovane a vivere mettendo a frutto i suoi talenti.
Un giorno si recò a visitare Abba Antonio, un giovane triste e scoraggiato, il giovane Gregorio.
Gregorio si confidò: “Abba Antonio, sono triste e scoraggiato. Sono una delusione per i miei genitori e la mia famiglia. Sono stato mandato fino ad Alessandria per gli studi eccellenti, per essere, come sono tutti in casa mia, un retore famoso. Ma ho fallito negli studi. Sono stato avviato alla carriera amministrativa e politica, per diventare, come sono tutti in casa mia, un personaggi importante nella nostra città. Ma ho fallito nella carriera. Dimmi, che cosa devo fare?”.
“Figlio mio, Gregorio – rispose amabilmente Abba Antonio – non essere triste e scoraggiato. Considera non quello che ti manca, ma quello che hai. Metti a frutto il tuo amore per la terra, il tuo incanto di fronte alle meraviglie della natura. Impara dal salmista a cantare: mi dai gioia con le tue meraviglie, esulto per l’opera delle tue mani. Come sono grandi le tue opere, Signore, quanto profondi i tuoi pensieri! (cfr Sal 91). Piuttosto che un mediocre avvocato, piuttosto che un grigio impiegato, forse tu puoi curarti della terra e degli animali, perché possano mangiare anche gli avvocati e gli amministratori!”.
Fu così che il giovane Gregorio non fu più triste e divenne un saggio allevatore e fornitore dei prodotti della terra per avvocati e impiegati.

3. Abba Antonio rimprovera l’avido Alessandro.
Il giovane Alessandro era figlio del saggio Diodoro. Era però un figlio ribelle e ambizioso. Guardava gli armenti del padre Diodoro ed era scontento: devono produrre di più, devono essere più grasse le vacche e più numerosi i vitelli, di più, di più. Considerava i guadagni del padre Diodoro ed era scontento: devo guadagnare di più, spendere di meno per curare le bestie e ricavare di più speculando sui prezzi, di più, di più. Considerava i terreni del padre Diodoro che producevano foraggi e cereali e era scontento: “Dobbiamo aver più terra, la terra deve rendere di più, di più”.
Si recò un giorno da Abba Antonio a sfogare il suo scontento: “Mio padre Diodoro potrebbe essere ricco, e rimane sempre l’allevatore mediocre, attaccato a metodi superati; potremmo sfruttare meglio le bestie e la terra e invece tutto è misurato e il guadagno modesto. Ohimè non potrò mai avere una villa invidiabile nella grande città!”.
Ma Abba Antonio rimproverò l’ambizioso e scontento Alessandro: “Figlio mio, Alessandro, ricordati che non vale la pena di guadagnare il mondo intero se perdi la tua anima! Figlio mio, Alessandro, ricordati che Dio ha affidato agli uomini la terra non per sfruttarla, ma per custodirla. Ricordati che in ogni cosa c’è una natura da rispettare, una legge che guida i passi degli uomini: è più facile che passino il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della legge!”.
Così parlò Abba Antonio. Ma la storia non dice come si comportò poi il giovane ambizioso e scontento Alessandro.

Noi celebriamo questa festa di sant’Antonio e raccogliamo dalla tradizione cristiana pensieri saggi: essere insieme per rendere più sostenibile il lavoro delle stalle e dei campi; attrarre i giovani al lavoro che dà da mangiare al paese; essere vigili per custodire la terra per noi e per le generazioni a venire.