Ancora oggi, pochi ricordano la particolare ammirazione di Fabrizio De Andrè per Gesù

Silvio Mengotto

Fabrizio_De_Andrè

Ancora oggi, pochi ricordano la particolare ammirazione di Fabrizio De Andrè per Gesù che risale agli anni della contestazione giovanile (1970). «Non voglio, non posso, non devo pensarti figlio di Dio, ma figlio dell’uomo, fratello anche mio». Con queste parole, nell’ album La buona novella, cantava la sua ammirazione per Gesù Cristo suscitando sconcerto tra gli amici e compagni anarchici.

Nel libro Dio del cielo vienimi a cercare (Edit. AVE) Salvatore Miscio  parla di questa ammirazione del cantautore che considera Gesù il più grande rivoluzionario della storia. Lo pensa non come «figlio di Dio» ma come «figlio dell’uomo», suo fratello. Nell’album La buona novella De Andrè rilegge liberamente i Vangeli apocrifi dove insieme alla umanizzazione dei personaggi balza agli occhi la «tensione tra la stima per Gesù di Nàzaret e la disistima per Dio, tra il tentativo di rendere prossimo il più possibile Gesù all’uomo e quello di misconoscere la sua divinità». Eppure De Andrè si rivolge a Dio con «smisurate preghiere» e a lui chiede costantemente il dono della misericordia per quei «servi disobbedienti alle leggi del branco» (Smisurata preghiera), che non hanno sorriso, «per quelli che han vissuto con la coscienza pura», convinto che «l’inferno esiste solo per chi ne ha paura» (Preghiera in gennaio)». In questa canzone De André dipinge  «un’immagine dolcissima di Dio di misericordia che «fra le sue braccia soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte».

In comune con Gesù aveva uno spiccato incontro con gli ultimi, gli scartati di ogni epoca. Influenzato dal cantautore francese Georges Brassenes, De Andrè in Italia è il primo cantautore dei vinti, degli ultimi, soprattutto nelle situazioni più desolate «aprendo possibili varchi da cui esporre una denuncia, una protesta, un sogno, un’ invocazione». E’ insopprimibile il suo desiderio di dare voce agli esclusi, alle minoranze, dagli indiani Sioux (Fiume San Creek) alle tribù Rom (Khorakhané) di oggi. Diventa un esploratore di terre di confine  spostandosi nelle periferie dell’esistenza per dare voce al mistero degli esclusi «dalle cene con importanti personaggi alle passeggiate «lungo le calate dei vecchi moli» (La città vecchia) di Genova. La sua è poesia della sconfitta, capace di partire dalla percezione della debolezza degli uomini incontrati, seppur nelle vesti dei suoi sequestratori nell’esperienza del Supramonte. E’ una sensibilità non ideologica, ma solo e soltanto poetica». La stessa emarginazione può diventare uno stato di grazia. «Ti sottrae al potere e quindi al fango – disse De Andrè – . Ti avvicina al punto di vista di Dio». Dopo la morte di Fabrizio De Andrè don Andrea Gallo, ha scritto: «Anch’io ogni giorno, come prete, verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame. Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade nei vicoli più oscuri, nell’esclusione. E ho scoperto con te, camminando in Via del Campo, che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori». La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza. Caro Faber, parli all’uomo, amando l’uomo: stringi la mano al cuore e svegli il dubbio che Dio esiste. Grazie Faber, don Andrea gallo, un prete da marciapiede»