Nel nuovo libro di Salvatore Miscio l’autore descrive l’ammirazione di Fabrizio De Andrè per Gesù Cristo e la sua umanità.

di Silvio Mengotto

1-132738

«Non voglio, non posso, non devo pensarti figlio di Dio, ma figlio dell’uomo, fratello anche mio». In piena contestazione sociale, suscitando sconcerto tra gli amici e compagni anarchici, con queste parole Fabrizio De Andrè canta la sua ammirazione per Gesù Cristo nell’album La buona novella.

Questa ammirazione verso Gesù è una delle tante sorprese del nuovo libro di Salvatore Miscio Dio del cielo vienimi a cercare (Edit. AVE) con la presentazione di Nunzio Galantino segretario generale della Cei. L’autore è sacerdote specializzato in antropologia teologica, responsabile del Servizio per la Pastorale giovanile e assistente ecclesiastico diocesano e regionale per il Settore giovani di Azione cattolica. «Il lavoro di ricerca sul presagio religioso – dice Salvatore Miscio – nella poesia di Fabrizio De Andrè è stato ispirato ad una intuizione di Zelindo Trento (nel suo saggio di pedagogia religiosa Educare alla fede, LDC) che io ho voluto sperimentare in una disamina dei testi del cantautore genovese, colla quale ho conseguito il baccellierato in teologia, nel 2001. Da allora è arrivato alle stampe solo oggi perché sono maturati i tempi di una ricerca che allora sembrava ancora troppo ardita»

 

D. Come nasce l’ammirazione di De Andrè alla figura di Gesù che lo considera il più grande rivoluzionario della storia?
«
De Andrè respira a pieni polmoni l’aria della contestazione e vede con sospetto ogni istituzione che serva al potere per autogiustificarsi. Tra queste annovera la chiesa. Il Dio da essa rappresentato lo percepisce lontano da chi ne ha veramente bisogno. Ma tra gli altri c’è la figura di Gesù, al cui fascino di uomo autentico, prossimo ai poveri e dalla denuncia chiara di ogni abuso di potere, anche religioso, De Andrè non sfugge. Ama pensarlo figlio dell’uomo, fratello suo, piuttosto che figlio di Dio, proprio per non allontanarlo e non avere un alibi per non imitarlo»

 

D. De Andrè: un esploratore di terre di confine dove, spostandosi nelle periferie dell’esistenza riesce a dare voce al mistero degli esclusi, ai poveri. Un percorso che, in un certo senso, è comune a Gesù? «Proprio come Gesù, De Andrè prova una grande compassione, una pietas per i vinti. I suoi eroi sono tutti i derelitti della società borghese, per i quali implora la capacità di incontrarli davvero, che se non appaiono come gigli, sono pur sempre figli, vittime di questo mondo. Di essi canta tutte le contraddizioni ma cerca di cogliere un punto di vista di Dio»

 

D. De Andrè parla di “un punto di vista di Dio”, che significa precisamente?  «Il punto di vista di Dio, che troviamo in Khorakhanè (Anime Salve 1996), è l’invito ad astenersi da ogni giudizio, da ogni condanna, perché la verità profonda di ogni uomo e di ogni suo atto la può cogliere solo Dio. Un punto di vista che si coglie nelle tante invocazioni di Dio presenti nelle sue canzoni, dalle quali emerge sin dalle prime pubblicazioni, il desiderio di poter ricorrere a Dio e ottenere la sua misericordia, molto più amorevole di quella degli uomini, così come accade in Preghiera in gennaio»