La bellissima iniziativa dell’ODL “cresciuto in oratorio” forse potrebbe essere l’occasione per mostrare quanto i nostri oratori siano luoghi potenzialmente formativi anche per l’attività lavorativa che un giovane poi andrà svolgere terminato il tempo dello studio.

di Walter Magnoni

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Mi sono emozionato ascoltando Giacomo Poretti nel suo racconto degli anni di oratorio. Il motivo del mio vibrare alle sue parole è stato certamente legato ai ricordi che si riaccendevano in me.

Anch’io sono decisamente tra i tantissimi che possono dire con orgoglio: sono cresciuto in oratorio!

Il mio era l’oratorio più bello del mondo. Ma questa espressione suona campanilistica e lo è a tutti gli effetti. Ognuno sente il “suo” oratorio come quello più bello e col tempo mitizza l’esperienza vissuta.

Così ogni volta che rivedo i miei coetanei, qualcuno inizia con la tipica frase: “Ti ricordi quella volta che in oratorio abbiamo fatto…” e subito si parla del campetto senza erba perché utilizzato tutto l’anno da noi che passavano ore e ore a rincorrere un pallone; piuttosto che a raccontare momenti estivi legati alle uscite in campeggio o le fiaccolate o altri aneddoti che hanno segnato i nostri giorni.

Ma c’è una seconda ragione per cui mi si è mosso qualcosa dentro mentre ascoltavo il racconto del comico Poretti. Egli a un certo punto ha narrato la passione del suo “don” per il teatro. Questo prete sempre molto serio, sul palco sorrideva e tirava fuori il meglio di sé. Giacomo ha iniziato a recitare proprio in oratorio e oggi il suo fortunato lavoro trova nell’arte teatrale il suo punto forza.

Sento che qui si gioca oggi una delle sfide dell’oratorio, in piena linea con tutta una tradizione non solo ambrosiana: quella di formare persone in grado di entrare nel mondo del lavoro con un surplus di competenze acquisite anche in oratorio.

L’oratorio, come dice il nome stesso ha a che fare con l’orazione, con la preghiera e in questo San Filippo Neri fu un grandissimo formatore. Ma insieme alla cura della vita spirituale colgo sempre più urgente la formazione a competenze complementari a quelle che si possono acquisire a scuola o in famiglia e che possono essere quel valore aggiunto da spendere nel mondo del lavoro.

Non è una novità l’alto tasso di disoccupazione giovanile, peraltro ancora in crescita. La domanda che mi faccio è: come l’oratorio può aiutare un ragazzo a prepararsi al mondo del lavoro?

Ben ricordo la mia stagione lavorativa prima di entrare in seminario. È stato un tempo iniziato immediatamente dopo la fine delle scuole superiori e durato sino alla vigilia del servizio civile durante il quale mi sono giocato pienamente e con grande soddisfazione anche in virtù competenze apprese proprio nei ruoli ricoperti in oratorio.

Come si organizzano e conducono delle attività l’ho imparato in oratorio. A parlare in pubblico l’ho imparato in oratorio. A sostenere i conflitti e risolverli senza rompere i rapporti l’ho appreso anche quello in oratorio. Il mio debito di riconoscenza all’oratorio è davvero alto: lì ho imparato la bellezza del vivere e il desiderio di lavorare per un mondo migliore.

Quando in qualche incontro pubblico lancio questa idea, cerco anche di essere concreto. Ad esempio spiego l’importanza del conoscere le lingue straniere. Noi italiani non siamo tra i popoli più poliglotti e spesso fatichiamo a comunicare con altre nazioni. Immagino come attraverso la dimensione ludica si possa pensare a giochi in cui divertendosi s’imparano parole e modi di dire di altri popoli.

Penso anche ad artigiani che potrebbero trasmettere la loro arte alle nuove generazioni, insegnando dei saperi pratici preziosi e che rischiano di andare smarriti senza un passaggio di consegne.

Ma penso anche a momenti culturali dove si ragiona sulla società e s’insegna a pensare. Ancora una volta torno ad un’esperienza fatta nel mio oratorio: un signore aiutava me e altri ragazzi a leggere il retroterra delle notizie che comparivano sui giornali. Fu una lezione preziosa d’apprendimento critico dei fatti che mi lasciò nel cuore un vero desiderio di profondità.