Dentro la follia di un’Italia dove gli episodi di violenza si ripetono ogni giorno e così ci si abitua al male. Il Corriere della sera riporta la notizia solo a pagina 21, ma vale la pena dare rilievo affinché non si ripeta più.

di Walter Magnoni

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Ha solo sette anni e non sappiamo il suo nome, era in auto col suo papà che ha 47 anni e di professione è informatico. È un martedì di giugno del 2016, con in corso i campionati europei di calcio e ci troviamo a Giulianova (Teramo). Sono quasi le quattro del pomeriggio ed all’improvviso ecco che avviene una mancata precedenza. Per fortuna nessun incidente, però come da copione ecco che il papà della bimba inizia a insultarsi con il signor Dante di 60 anni, titolare di una ditta di manutenzioni di caldaie, uomo ben conosciuto in città. L’articolista del Corriere della sera ci tiene a precisare: “entrambi sono senza precedenti”, come a dire due brave persone che sono sulla stessa strada e per la distrazione di uno di loro stavano per fare un incidente. Però dopo gli insulti la storia non finisce qui. Paolo, il papà della bimba che è con lui in auto, decide d’inseguire Dante e lo raggiunge proprio in una zona centrale di Giulianova. Ecco che dagli insulti si passa alle mani. La bimba resta in auto mentre suo papà scende per prendere a pugni e calci il signor Dante. Che brutto esempio!

Ma ancora qualcosa accade: dopo gli insulti e i pugni, Dante prende dalla sua auto il suo coltello di lavoro e con un colpo secco infilza l’informatico lasciando senza papà la bimba che vede tutto dalla sua auto.

Dante è sconvolto, capisce che ha ecceduto e le sue prime parole sarebbero state “non volevo ucciderlo”.

Penso anzitutto alla bambina e al trauma vissuto in pochi istanti, poi guardo Dante e lo vedo già in carcere pentito per quel gesto. Nei miei anni di cappellano a Rebibbia purtroppo ho incontrato casi analoghi e sempre ne sono rimasto fortemente colpito; infine volgo lo sguardo su Paolo ucciso dopo una lite assurda dove ci ha messo del suo. Ma potremmo allargare lo sguardo alle rispettive famiglie, agli amici e i cittadini per chiederci cosa c’insegna questa storia triste?

Vorrei che questi fatti diventassero occasione propizia per riflettere sulla violenza urbana. Quanta frustrazione c’è nelle nostre città? Perché basta così poco per diventare irrazionali e perdere ogni atteggiamento civile?

Vorrei che da questi fatti nascesse una riflessione collettiva sulle cose per le quali vale davvero la pena di arrabbiarsi e su quelle da lasciare cadere perché meno importanti. Impariamo a non prenderci troppo sul serio e a guardare gli altri con occhio più benevolo.

Vorrei che ogni educatore insegni che la rabbia è sentimento comune ad ogni uomo, ma che alzare la mano contro il fratello come fece Caino con Abele non porta che a smarrimento e perdita di pace.

Vorrei che occhi innocenti vedessero padri esemplari che mostrano sentieri non di violenza ma di amorevolezza e tenerezza.