Se si analizza la nascita di Gesù ci si accorge che in gioco vi sono valori scomodi che non sempre sa chi ostenta il presepe

di Walter Magnoni

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Il presepe è un simbolo cristiano molto significativo ed è bello spiegarlo ai bimbi per farli entrare nella coscienza dello spirito natalizio.

Natale non sono solo le belle luci, l’armonia di certe musiche, i regali e i bei pranzi.

Quello che la Parola di Dio ci consegna e che la liturgia celebra è un evento fondamentale per la storia: Dio che si è fatto carne.

Però, questa nascita è stata tutt’altro che pacifica. Il racconto dell’evangelista Luca ci ricorda che Giuseppe e Maria in attesa di un figlio sono in viaggio per decreto di Cesare Augusto. L’imperatore romano infatti desidera fare un censimento per capire le forze su cui contare. Ecco perché questi due giovani devono partire per farsi registrare a Betlemme. Proprio in tale luogo giunge il momento del parto, perché quando un bimbo deve nascere non si può aspettare e se si è in viaggio si deve solo trovare un posto consono per dare luce ad una nuova vita. Qui c’è il grande problema che l’evangelista sintetizza in una frase ormai celebre e densa di significato: “Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio”.

Gesù nasce in una mangiatoia e dietro a questo evento c’è il rifiuto di altri alloggi più consoni. Luca aggiunge un particolare: “per loro”. Come dire, se fosse stato qualcuno di più importante un buco lo si sarebbe pur trovato, ma per i poveri non c’è mai posto.

Il presepe ci narra di accoglienze mancate, di povertà, di disagio. Contemplare il presepe vuol dire anzitutto pensare ai tanti uomini e donne che con bimbi a seguito si spostano nel mondo per tante ragioni e si scontrano con frontiere chiuse ed espulsioni.

Un secondo elemento colpisce: l’umiltà del luogo ed il suo essere periferico. Una stalla in una città assolutamente non importante. Dio nasce nelle periferie della storia ed il presepe ci mostra la storia della gente umile e semplice che lotta per trovare dignità.

Da un lato c’è la storia fatta dai potenti che indicono censimenti, fanno leggi, decidono le sorti di tanti e dall’altra la folla anonima che si barcamena per sopravvivere in mezzo a tante avversità.

Gesù nasce in una notte e i primi a incontrarlo, per grazia, furono degli impuri come i pastori. Impuri perché stavano a contatto con gli animali. Eppure l’angelo si rivolge a loro e il segno è la fragilità di un bimbo.

Contempliamo le parole dell’angelo, “questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Quale segno è più bello di un bimbo, germoglio che grida un futuro e speranza di altre generazioni.

Penso a Gesù appena nato e la mente mi va al film “l’uomo che verrà”. La pellicola è tratta da una storia vera, la strage di Marzabotto, in piena seconda guerra mondiale. Centinaia di morti, un intero paese distrutto, ma il superstite è un neonato, salvato dalla sorellina di otto anni, anche lei tra i pochi scampati di quella carneficina.

Il presepe è inno alla vita e ci racconta che nella fragilità del cucciolo d’uomo sta il futuro del mondo e il compito di custodire le nuove vite è per tutti una responsabilità.

Raccontare il presepe significa entrare in questa misteriosa storia di salvezza fatta di rifiuto, umiltà, semplicità e desiderio di vita.

Sarebbe bello che dall’ascolto del presepe nascesse una spiritualità più umile, attenta i poveri, accogliente e distaccata dal potere. Questo è il mio augurio per tutti noi.

Dalla paura dei fatti di Parigi e non solo, si esce solo imparando la lezione del presepe, ma senza mai strumentalizzare questo simbolo così ricco e istruttivo.