Il volume si occupa della formazione all’impegno politico. Dopo la presentazione delle proposte della diocesi di Milano, si illustrano gli interventi di Papa Benedetto XVI e Papa Francesco, alcune esperienze delle diocesi italiane e un modello centrato sulle esperienze di servizio

di Mario Picozzi

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Oggi educare e motivare una scelta e un impegno nel campo sociale e politico è estremamente difficile e faticoso. Siamo di fronte a un paradosso: a fronte di un richiamo continuo alla necessità di questo impegno e ad un investimento in termini di iniziative messe in campo, sia a livello ecclesiale che civile (in modo più saltuario e poco strutturato), i risultati appaiono francamente deludenti. La questione è avvertita, si sono analizzate approfonditamente le cause, ma non si riesce ancora a dare una perspicua risposta.
Certamente la bontà dell’impegno formativo non deve e non può essere misurata solamente in termini di risultati, atteso che bisognerebbe precisare cosa sia un risultato e, quindi, un “buon” risultato. Così come l’azione formativa dà i suoi frutti nel lungo periodo, per cui occorre cautela quando si voglia misurarne l’efficacia. Avvertiti di questo, la questione della formazione all’impegno sociale e politico permane nella sua gravità.

La nostra proposta intende suggerire una formazione che parta dall’esperienza sociale in senso ampio – segnatamente da esperienze di servizio – per far maturare una consapevolezza del suo originario profilo politico e quindi invogliare a un impegno più diretto in questo ambito.
Poiché la relazione consente l’espressione libera e responsabile di ogni soggetto, permettendogli di decidere e quindi di dare una direzione alla propria libertà, per far maturare un impegno alla responsabilità politica occorre partire da esperienze di servizio che, seppur tra difficoltà, sono presenti nelle nostre comunità e che vedono i giovani tra i principali protagonisti. La vita non diventa, quindi, un oggetto di studio, ma rivelatrice di senso che muove a decidere, a mettersi in gioco. E quindi bisogna sporcarsi le mani, toccando la nuda vita, là dove batte il cuore di ogni persona.

Quando “l’aratro della storia scava a fondo, è necessario gettare seme buono” ricordava Vittorio Bachelet. Lazzati proponeva di ripensare la politica come la «costruzione della città dell’uomo a misura d’uomo», sottolineando come questa definizione mettesse in evidenza il profilo relazionale della città. Il rischio altrimenti è di pensare il soggetto e solo successivamente il suo rapporto con altri, sancendo la reciproca estraneità tra le persone. La politica si riduce a mera procedura, a regole impersonali, che tutelano o addirittura difendono ciascuno quando sia costretto a vivere con altri. Occorre promuovere esperienze che valorizzino le relazioni, diano credito ai legami, perché queste sono le condizioni per una politica “buona”, il terreno fecondo dove può maturare la disponibilità ad un impegno diretto in ambito politico.