Pubblichiamo l’omelia di don Virginio Colmegna e il saluto di Lorenzo Gaiani

Don Virginio Colmegna

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Ci ha lasciato un amico, un uomo di grande fede

La Parola di Dio che è stata proclamata oggi è quella che abbiamo condiviso con Silvia e pochi amici, celebrando in casa tua l’Eucaristia, il sacramento e la liturgia che sempre hanno accompagnato la tua giornata, ovunque tu fossi. Se eri a casa qui a Sesto, da fedele praticante, in questa basilica che è carica di tanti ricordi. Le letture di oggi richiamano il desiderio contemplativo di vedere il volto del Signore, come chiedeva Mosé. Giovanni è stato per noi un testimone di una religiosità profonda, vissuta e praticata con coerenza e rigore di vita, custodita nel silenzio di preghiera. Preghiera operosa avresti detto tu, che hai scritto il manifesto per una teologia del lavoro “Dalla parte di Marta”, dove la tradizionale interpretazione del Vangelo di Marta e Maria è stata affrontata superando la contrapposizione tra vita attiva e vita contemplativa. Tu ci hai consegnato e testimoniato una fede vissuta, una spiritualità presente anche nei momenti drammatici e di dolore. Tu ci hai preso per mano anche quando la morte di Sara ci ha sconvolto. Scrivevi nella ballata a lei dedicata: “Eppure è proprio questo dolore che ricompone le immagini, le ravviva, le rinnova (ovviamente soltanto in bianco e nero). Ogni mattina dopo il Magnificat, tenendoci per mano (mai il requiem) Silvia ed io ci ripetiamo: Sara è con noi”.

È vero. Ho rivisto questo nell’ultima Eucaristia della tua vita, con la mano nella mano di Silvia mentre dicevamo “Padre Nostro”.

Giovanni, ci regali questa fede profondissima, alimentata da riflessioni. È una fede che si raccoglie nel più profondo di noi stessi, come è stato negli ultimi giorni della tua vita, quando hai lasciato l’ospedale per ritornare nella tua casa, consapevole, senza dirlo, di essere vicino a lasciarci. Giovanni ora noi abbiamo bisogno di ricordarti come maestro, come testimone di una santità vissuta nella quotidianità che è la radice contemplativa, la dimensione mistica che ci ha sempre consegnato il tuo stupore di ritrovare sempre il senso, la speranza. Come quando raccontavi, con un entusiasmo immenso, della marcia a Sarajevo promossa con le Acli, Pax Christi e tanti altri, con la vicinanza di don Tonino Bello.

Tutta la tua esperienza e fare sociale nella società civile, nelle Acli aveva questa sorgente: una fede, culturalmente e interamente vissuta con una passione ecclesiale, nel clima del Concilio, con quella pazienza che ha sempre permesso di essere fedeli e testimoni di una vivace e libera appartenenza ecclesiale. I tuoi dialoghi con con il teologo padre Marie-Dominique Chenu, il tuo promuovere i Circoli Dossetti perché lì ritrovavi il senso, il perché di uno stare nel mondo, nella società secondo l’ispirazione delle Beatitudini, l’ultima pagina evangelica che tu hai ascoltato. Sì, le grandi questioni, il tuo stare ad esempio in missioni diplomatiche, quelle più faticose che ti hanno fatto dare il titolo di “Giovanni l’africano”. Missioni politiche, con la P maiuscola che hanno sempre avuto un ritorno di interiorità, di spiritualità vissuta e testimoniata.

I poveri, gli ultimi non erano nomi astratti, erano nomi di persone che appartengono alla quotidianità, sempre vissuti e condivisi con Silvia che ti ha sempre stimolato coraggiosamente, anche nei piccoli impegni della tua città mai dimenticata. Sì, perché sapevi davvero cosa significa amicizia, legami veri vissuti, già nella pienezza della gioventù con don Fusetti e poi via via ricordando parecchi amici con i quali hai condiviso molto: Ferraroni, don Aldo, monsignor Olgiati, fino ai nostri giorni.

 

La tua è una fede parrocchiale, perché vissuta sul territorio in questa tua comunità nella quale sei cresciuto, nella Sestesità (è una tua invenzione) una tua ricerca che ha resistito ai cambiamenti epocali dei nostri giorni. Il tuo ottimismo è stato fonte di pace.

Il Vangelo della nonviolenza è stato il tuo anche negli ultimi giorni, quando le tue parole non uscivano se non affaticate, quasi incomprensibili. E tu, determinato a lottare contro una morte che stava devastando la tua voglia di comunicare, di camminare ancora. Sì, ho ripensato a quanto tu mi dicesti quando siamo andati insieme a Gallarate, a incontrare Carlo Maria Martini, nelle ultime settimane della sua malattia, che tu sentivi davvero come maestro, e alla tua gioia ingenua e felice quando hai sentito da lui che aveva letto il tuo libro ultimo su “Martini politico e la città dei cristiani”. Diceva che si ritrovava molto, anzi totalmente nel tuo scritto.

La radice contemplativa e mistica ti ha consegnato una capacità di essere suscitatore di aggregazione, di società civile, di associazionismo. Le Beatitudini erano nella tua bisaccia di pellegrino di pace, anche nel mio cammino a Sesto, poi in Caritas e successivamente in Casa della carità. La tua vicinanza con l’affetto di un amico è stato un grande dono e un grande insegnamento. Come quando a gennaio, chiamato da me a ripensare come nella foresteria dell’ospitalità fosse possibile inserire una domanda di monastero, hai donato ai volontari e agli amici della Casa della carità una riflessione straordinaria su Dossetti.

Diceva Giovanni: “Nella realtà monastero/foresteria emerge la dimensione del discernimento. Dentro una società che corre e una politica che, come diceva Martini, sembra essere l’unica professione che non abbia bisogno di professionalità, c’è bisogno di fermarsi, di una pausa, di silenzio per ascoltare la voce di Dio. Anche in Papa Francesco c’è un elogio della lentezza e in questo è in sintonia con l’ecologismo. L’esperienza del silenzio e della lentezza è una dimensione da recuperare, anche per un’igiene di pensiero, di vita, di politica. Ed emerge la dimensione dell’accoglienza, con le problematiche e le contraddizioni connesse, per le quali è bene che intervenga il discernimento. Se ti fermi a discernere non sei meno generoso ma semplicemente puoi fare meno errori.

C’è un atteggiamento sapienziale da recuperare e che tiene insieme discernimento e accoglienza. Questa è una spiritualità che sta dentro la storia. Qualsiasi vocazione, che sia monastica o politica, deve stare dentro la storia, con una capacità di fermarsi.”

 

Hai mantenuto sempre il dono della quotidianità della coerenza e del rigore morale. Per questo, in questi ultimi anni, la gioia dell’insegnamento di Papa Francesco ti ha fatto ritrovare l’entusiasmo e la fiducia: nonostante il declino etico e la crisi che investe le istituzioni, non hai smesso di seminare sempre un ottimismo, culturalmente motivato e soprattutto colmo di amicizia. Per questo, noi piangiamo la tua scomparsa troppo veloce e repentina.

Tu, uomo mite, di una coerenza di vita, di amore per Silvia e per Davide e per la tua famiglia allargata.

Sesto è la tua città, questa è la tua parrocchia. Ci hai insegnato e dato un respiro con quella che chiamavamo facendo sorridere Silvia “fedascia”. Sì, una fede culturalmente dialogante e che ti ha fatto vivere, negli anni di presidenza Acli, avventure culturali innovative, dove tu proponevi pensieri estremamente attuali e urgenti, con gli altri tuoi coinquilini romani, Bepi Tomai e Pino Trotta, e con gli amici come Salvatore Natoli.

Giovanni, tu lasci un vuoto. Ci hai insegnato a pregare, a invocare il cielo che ci aiuta. Ora devi accompagnarci ancora. Quelle Beatitudini stanno sempre più indicando un cammino. Tu ci hai fatto pregare con il Magnificat, con il rosario tra le mani, come l’ultima notte hai fatto con Silvia e soprattutto ci hai fatto dire “sia fatta la tua volontà” con il Padre Nostro. Per noi è duro dire questo, ma tu ci inviti a dirlo con dolcezza e mitezza. Altri ricorderanno doverosamente la tua figura, come stanno già facendo e faranno. Io vorrei che insieme a tutti i credenti e non credenti, ai pensanti, possiamo in questo tempo di preghiera per l’ultimo saluto in questa chiesa, in questa Eucaristia, dirti grazie. Dirti che non ti dimenticheremo come maestro. Stai a noi vicino e stai vicino soprattutto a Silvia, a Davide e a tutti quanti hai amato con il dono della tua amicizia accogliente.