Walter Magnoni – Cisl Milano – 19 dicembre 2016

di Walter Magnoni

“Se il sale perdesse sapore con cosa lo si potrà salare?”. Questa domanda non è estranea a nessun uomo. Gesù la pone ed è presente anche nel Talmud e ci fa subito pensare a cosa dà sapore alla vita. Come può il sindacato restare sale nel mondo del lavoro, che aiuta a dare il giusto sapore alla vita delle persone? Quali sono i passi da fare oggi per un domani più bello?

Vorrei provare a rispondere a questo interrogativo riprendendo, come mi è stato chiesto il bell’intervento che Martini fece alla CISL nel 2000 e dando poi qualche brevissimo tratto di Vito Milano che oggi ricordate con affetto e stima.

Martini anzitutto compie un esercizio di memoria e ricorda l’importanza di “una grande matrice cristiana data dalle Acli” all’origine della Cisl. Alcuni cristiani hanno vissuto il loro impegno nel sindacato come una vera a propria vocazione. All’origine il valore ideale che mosse molti fu la ricerca della giustizia. Dopo la guerra c’erano ideali grandi ma insieme una situazione di oggettiva povertà e il mondo del lavoro si caratterizzava per un “lavoro senza regole e rapporti aziendali eticamente non corretti”.

Gli anni ’50 erano davvero un altro tempo e bisogna riconoscere quanto fu decisiva l’azione della Cisl e del sindacato in generale per dare giustizia al mondo del lavoro. Quando Martini intervenne nel 2000 provo a fare un bilancio dopo 50 anni. Secondo Martini un bilancio chiede di scoprire anzitutto le realtà belle e poi anche le fragilità e i limiti su cui lavorare.

Prima di provare anch’io a offrirvi qualche spunto per un bilancio, mi vorrei soffermare su quello che disse il Cardinal Martini alla Cisl. Il Vescovo di Milano era ben cosciente di essere in una fase di cambiamento e già intravedeva la forza devastante della globalizzazione sull’assetto lavorativo. Per questo consegnava al Sindacato come primo compito quello di “essere sentinella a quel diritto al lavoro che è fiducia ed elemento di coesione sociale nel tessuto della convivenza”.

Martini osserva come alla nascita del sindacato il problema era lo sfruttamento del lavoratore e la mancanza di dignità. Poi grazie al lavoro del sindacato si sono avute alcune tutele per rientrare in crisi in tempi recenti per i cambiamenti avvenuti. «Il cambiamento – diceva Martini – sta rivoluzionando proprio quel vostro mondo del lavoro per cui chi esce può rischiare di non rientrare più alle stesse condizioni ma si ritrova, se gli va bene, a dover fare i conti con prospettive diverse, estranee addirittura alla propria cultura: lavori interinali, lavoro nero, week-end lavorativi, cooperative».

Da questo quadro ecco allora il famoso “profilo del sindacalista” che so esservi molto caro e che più volte in questi anni ho visto da voi citato e ripreso. Molto bello il passaggio dove Martini diceva che il sindacalista “rifiuta il privilegio che è il tarlo di ogni convivenza”. Inoltre subito dopo aggiungeva: “difende non i soldi ma il valore delle persone lottando anche per il giusto riconoscimento economico”.

Nel profilo del sindacalista tracciato dal Cardinale si vede la cura per ogni persona, in particolare per i più fragili. Questo lo si ritrova bene nel passaggio che vorrei richiamare dove afferma: «C’è un grande bisogno di voi [sindacalisti] nel mondo perché coloro che non hanno diritti  o non vengono loro sufficientemente riconosciuti sviluppino le loro risorse e siano valorizzate a cominciare dal nostro territorio fino a raggiungere con l’Europa il terzo mondo che rischia, suo malgrado, di essere, se lasciato solo, semplicemente sfruttato nell’abbaglio della industrializzazione».

Infine, mi piace un passaggio finale del discorso di Martini dove afferma: «spesso tra sindacato e chiesa si incrociano, sul piano educativo, le nostre strade». Vorrei poi nella mia riflessione riprendere la sfida educativa che il sindacato oggi può e deve giocare.

Se le parole di Martini mi sono servite per avviare la mia riflessione, prima di provare a consegnarvi qualche chiave di lettura per interpretare in nostro tempo, mi piacerebbe dire una parola sulla forte impressione positiva che mi ha fatto leggere di Vito Milano. Un bambino di sette anni che già si trova a lavorare quando esce da scuola e che appena giunto a Torino alterna alla scuola il suo essere garzone di un benzinaio sembra una storia da libro cuore e fuori dal tempo e invece non è così antica. Ma credo che queste prime esperienze, insieme al lavoro in Fiat abbiano segnato la vita e le opere di questo grande sindacalista. La sete di sapere che ha accompagnato gli anni di Vito e lo ha reso celebre per i tanti libri che leggeva e regalava, forse trova la sua sorgente nel non aver potuto studiare in una età della vita dove normalmente questa insieme al gioco sono le attività principali che accompagnano la crescita.

Faccio solo una citazione di Vito Milano, ma la vedo come un segnale importante per tutti noi. Disse Vito: «per un paio d’anni nelle riunioni sindacali non ho parlato. Ascoltavo, accumulavo, selezionavo e solo dopo ho cominciato a interagire». Da queste parole traggo spunto per dire una mia parola sul ruolo del sindacato all’inizio del 2017.

Sono contento di potermi confrontare con voi oggi e lo dico senza retorica. Se c’è una categoria che oggi gode di sempre minor credito è quella dei sindacalisti. Solo i politici sono meno apprezzati di voi dall’immaginario comune. Una persona saputo che dovevo parlare a voi oggi mi ha detto: «digli che devono sparire, digli che sono inutili». Io non credo questo, anzi penso che oggi il sindacato sia necessario almeno quanto il giorno in cui è sorto.

Se devo partire nel bilancio di un sindacato dalle cose belle io vorrei esprimere tutta la mia simpatia per quei sindacalisti che continuano a mantenere la costante attenzione alla cura del lavoro.

Oggi la situazione è molto diversa da quella del 1950 ma anche da quella del 2000. Lo ha detto bene Papa Francesco nella LS quando ha parlato di “rapidacion” per esprimere questo processo di velocizzazione del mondo che vede coinvolto in primis il mercato del lavoro.

Il mondo che io stesso ho sperimentato fino a dopo i 25 anni oggi non esiste più. Chiedete a un ragazzo come fa una ricerca e vedrete come rispetto al secolo scorso tutto sia mutato. L’avvento di internet ha davvero rivoluzionato tutto, compreso il commercio, l’economia ed il lavoro.

Oggi è possibile comprare in ogni ora del giorno e della notte e in ogni giorno della settimana. Basta un click e un ragazzo in bicicletta parte e va nel ristorante che tu scegli per prendere quello che hai scelto e pagato e in 30 minuti può essere da te. Certo lui guadagna 2,90 euro anche se c’impiega 40 o 50 minuti. Ma è giovane, intanto fa sport, cosa vuole di più?

Basta un click e compri quel paio di scarpe che hai provato nel negozio sotto casa (finché non chiuderà come tanti altri), ma che se compri con Amazon lo paghi meno.

Basta un click e una carta per pagare e ogni ora è buona per comprare. Come afferma Ignazio Musu in un recente articolo[1] «Lo sviluppo dei grandi venditori online – Amazon e eBay fra tutti – ha già portato alla chiusura d’intere catene di negozi di vendita al dettaglio (si pensi a Blockbuster), con evidenti effetti in termini di occupazione. Lo sviluppo dei grandi venditori online comporta un aumento dell’occupazione nel trasporto delle merci; ma questo aumento non compenserà la perdita di occupazione nella vendita delle merci al dettaglio»[2].

Il mio compito questa mattina non è quello di farvi un’analisi, anche perché immagino che l’abbiate già compiuta. Mi basta questo cenno per dire: come deve mutare il sindacato in una trasformazione così repentina del mercato del lavoro?

Il ruolo del sindacato appare a mio avviso ancora più strategico per evitare che si ritorni ad una situazione di de regolarizzazione del mercato del lavoro, dove con la scusa che ci sono più persone senza lavoro che posti vacanti, ci si può permettere di porre a chi lavora condizioni disumane come quelle che portarono Leone XIII a scrivere la RN.

In questo senso ritengo che le parole del Cardinal Martini restino attuali: vi è chiesto di essere sentinelle che vigilano sul mondo del lavoro per garantirne la dignità di chi vi lavora.

Ma il problema è serio, perché fette di mercato del lavoro sfuggono di mano al sindacato; a questo si aggiunga la perdita di tanti lavoratori del senso della forza del sindacato.

Analizziamo il duplice problema. Quanto del mercato del lavoro riuscite effettivamente a rappresentare e tutelare? Penso alle partite iva e a tutta una serie di lavori legati alla digitalizzazione dove è difficile intervenire. Penso ai creativi a chi fa teatro, al mondo dell’arte e tanta gente che lavora tanto ma sopravvive e sembra non esserci altra via.

Invece circa la fatica delle persone a iscriversi a un sindacato penso che sia l’effetto di una stagione dove individualismo e indifferenza siano cifre che dicono di uno stile di vita dove si è smarrito il legame sociale. Le persone non capiscono più il senso dell’associarsi e cercano relazioni solo strumentali. Così è col sindacato lo si cerca solo se si è in difficoltà, se no non si coglie il valore insito.

La grammatica del ricordo è operazione urgente. Non tutti sanno perché è nato il sindacato. La velocizzazione produce perdita di memoria e senza conoscenza della storia la vita diviene piatta. Il sindacato deve ri-significarsi a partire da una narrazione che permetta a tutti di cogliere le ragioni di un’organizzazione che ha fatto la storia.

Perché l’operazione sia credibile e non artificiosa mi sembra opportuno fare anche i dovuti “mea culpa” e riconoscere che c’è stato un tempo nel quale qualcuno ha smarrito un po’ la strada e ha difeso diritti indifendibili, tutelando assenteisti e fannulloni e generando sfiducia. Inoltre, bisogna riconoscere che non tutti i sindacalisti sono stati come Vito Milano, Lorenzo Cantù, Luigi Nerini, Fiorella Ghilardotti, Sandro Pastore, i miei bravissimi collaboratori (Fulvio, Graziano, Carmela e Gianni) e tanti altri morti e viventi. Il male del sindacato lo hanno fatto quelli che hanno cercato privilegi per loro e hanno usato un’organizzazione per darsi lustro e arricchirsi. Ne bastano pochi per gettare ombre su tutti.

Credo sia bello poter narrare le cose con onestà intellettuale, senza rancori, ma riconoscendo le grandi battaglie e le piccole meschinità; le lotte per in bene comune e l’avidità di alcuni; il desiderio di un lavoro dignitoso per tutti e il favoreggiamento di logiche assistenzialistiche.

Una cosa è sicura: serve un sindacato in grado di interpretare i cambiamenti e di rispondervi con un linguaggio e degli strumenti adeguati al nostro tempo.

Perché questo avvenga il primo strumento è quello che Vito Milano c’insegna nella frase che lo letto prima di lui e che vi rileggo: «per un paio d’anni nelle riunioni sindacali non ho parlato. Ascoltavo, accumulavo, selezionavo e solo dopo ho cominciato a interagire».

Ascoltare, accumulare, selezionare. Serve qualcuno che studi la realtà e che lo faccia con una forte interazione con i lavoratori.

Io ogni settimana ascolto i disoccupati e sento che vanno accompagnati. Mi accorgo che alcuni tornano a respirare appena capiscono che non sono lasciati soli, ma che qualcuno li ascolta e li accompagna nei passi, pochi o tanti che siano, di ritorno al lavoro. Ascoltare è faticoso ma decisivo. Non è mai una perdita di tempo. Quanto il sindacato di oggi sa ascoltare le domande dei mondo del lavoro?

Magari alcuni sono già bravissimi e non hanno che da continuare a vivere l’esercizio di ascoltare; ma di sicuro questa è una delle eredità che Vito Milano ci consegna. È solo un punto di partenza e non di arrivo.

Dall’ascolto deve sorgere l’azione intelligente e saggia di chi coglie le priorità. Quali sono le lotte su cui spendere tempo e risorse oggi? Da dove partire? Quali alleati e interlocutori?

Quindi ascolto profondo come conditio sine qua non per un’azione incisiva nella società.

Il secondo compito è educativo e qui credo nella forte alleanza tra Chiesa e sindacato. Serve un pensiero sul lavoro e una cultura del lavoro che passi già dell’educazione.

Il primo nemico è l’idea che l’uomo fortunato è colui che può vivere senza lavorare. Il vizio del gioco (da combattere) ha dietro il sogno di una vita da mantenuto. Win for life diceva una fortunata lotteria. Ma il lavoro è dignità.

Noi abbiamo gli oratori come spazi reali per formare al lavoro sull’esempio di don Bosco e di altre esperienza da non dimenticare.

Va favorita una cultura che non vuole massimizzare i profitti giocando sullo sfruttamento del lavoro soprattutto dei giovani.

Va favorita una cultura che non guarda con sospetto una donna che è in età da poter divenire madre.

Vito Milano ha amato la sua famiglia e ha scelto tenendo conto della famiglia. Quante persone vivono la tensione costante tra famiglia e lavoro. Che cosa possiamo fare insieme su questo fronte.

Concludo citando un salmo che amo molto, uso la traduzione della comunità di Bose: «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore». Credo che la grossa sfida per tutti noi sia lo sguardo sul tempo. Come uso il mio tempo? Come immagino i miei giorni? Per cosa vale la pena spenderli?

Sapienza ha a che fare con sapore e così mi ricongiungo con le parole iniziali: se il sale perdesse sapore con cosa si potrà salare? È la sapienza del cuore il sapore dei nostri giorni.

Troppe volte non ci poniamo questa domanda e cadiamo nel tranello di non sapere che la nostra vita su questa terra è limitata nel tempo e la vera ricchezza sono le relazioni non il conto in banca (col rischio oggi che tutto salti). Per un sindacalista interrogarsi sul tempo vuol dire pensare il proprio impegno in modo responsabile. Due rischi vanno evitati: la perdita di tempo, il buttar via le ore in cose inutili e il delirio di onnipotenza di chi non ha mai tempo perché schiacciato dagli impegni.

La sapienza del cuore è dono da invocare a Dio per chi è credente e tensione cui volgere attraverso la cura dell’interiorità per chi non si riconosce in nessuna religione. Ma che si creda in Dio o meno, per tutti è utile custodire la propria interiorità, cercare spazi di silenzio, dove fermarsi. Per me cristiano questa è parte della preghiera, per ogni uomo è comunque linfa vitale per non restare assorbiti in un attivismo logorante.

Io quando cammino per i monti sento che sono un piccolo essere amato in mezzo a un creato che mi genera stupore. Sento che c’è un Dio che lavora nel ciclo delle stagioni e che mi dona una terra che da sola produce frutti. Guardo il cielo e sento con lucidità che c’è un futuro malgrado tutto l’impegno che ci mettiamo a distruggere le cose e creare inequità.

In questo senso la sapienza del cuore è lo sguardo non pessimista del sindacalista. È la capacità di sapere che dopo la tempesta arriva sempre la bonaccia.

Nel brano di vangelo dove Gesù parla del sale, subito dopo associa l’immagine della luce: voi siete la luce del mondo, afferma Gesù.

Come un sindacato può essere sale e luce nel mondo di oggi spetta a voi immaginarlo, ma il mio compito è quello di dirvi che siete necessari alla vita della società come lo sono il sale e la luce. Un sindacato sapiente aiuterà politica, società e impresa a ritrovare un legame sociale tra le persone e a ripartire dalla centralità della persona per costruire la città dell’uomo.

Buon cammino amici, non sentitevi soli e sappiate che la chiesa continua a stimarvi e a credere nella vostra azione di attenzione alla vita dei lavoratori. Sogno che torneranno ad esserci oratori in cui i sacerdoti e gli educatori proporranno a qualche giovane di entrare nel sindacato come modo di testimoniare la fede in questo tempo. Alcuni sindacalisti che ho conosciuto sono partiti dall’oratorio e quella loro matrice li ha accompagnati per tutta la vita.

Buon cammino e siate sale e luce!

La “vela” che sta sulla lapide di Vito ci ricordi che il vento soffia ma la vela deve saperlo “accogliere” ponendosi nella giusta direzione per tracciare una rotta. Questa rotta che tutti noi dobbiamo cercare è il bene comune (su cosa significhi questo termine purtroppo abusato potremmo fare un altro incontro) termine da risignificare per non scadere nelle parole, ma in ogni caso via da cercare insieme.

 


[1] I. Musu, «Gli effetti economici delle tecnologie digitali», Il Mulino 6/2016, 1043-1050.

[2] Ivi, 1046-1047.