Voglio cercare di dire chi era per me: e sono almeno tre gli ambiti dentro i quali ho avuto la fortuna di avere avuto vicino un amico così importante: la Pastorale del Lavoro, il Sindacato e il suo essere prete…

Graziano Resteghini

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Non penso sia per caso che don Raffaello è tornato alla casa del Padre il 30 aprile: vigilia del Primomaggio, festa di san Giuseppe artigiano, festa del Lavoro e dei Lavoratori. Una giornata dedicata alla tradizionale Veglia diocesana per il lavoro, che tante volte lui stesso ha curato per aiutarci a pregare perché il Lavoro ci sia per tutti e a tutti dia dignità.

Chi era don Raffaello lo lascio dire un po’ a lui nella bella intervista che ha rilasciato all’amico Silvio Mengotto nel momento del passaggio di responsabilità all’ufficio diocesano della Pastorale del Lavoro, e che trovate allegata. Voglio invece cercare di dire chi era per me: e sono almeno tre gli ambiti dentro i quali ho avuto la fortuna di avere avuto vicino un amico così importante: la Pastorale del Lavoro, il Sindacato e il suo essere prete.

La Pastorale del Lavoro. Quando è arrivato in Curia ha saputo dare continuità al lavoro che altri, prima di lui avevano portato avanti, arricchendolo con la sua competenza e la sua capacità “attrattiva”: non era persona che passava inosservata, anche se la sua umiltà era grandissima. Ha dato tutto se stesso per dare ruolo e dignità alla Pastorale del Lavoro e per promuovere una maggior cultura e consapevolezza dei laici nella vita della Chiesa. La sua eredità più grande è forse contenuta ne Il Foglio, il periodico informativo che ha prodotto per tutto il suo periodo di responsabile dell’ufficio: dentro possiamo trovarci, oltre alla cronologia delle attività, anche tutta la sua sapienza e conoscenza che traeva forza anche dalla sua grande curiosità per tutto quello che incontrava. Un grande lavoro che potete trovare ancora nell’archivio del sito della Diocesi (http://www.chiesadimilano.it/cms/2.662/struttura-persone/2.1293/servizio-per-l-azione-sociale/il-foglio-della-pastorale-del-lavoro-1.11692).

Nell’ambito sindacale ho potuto, e a volte anche dovuto, misurarmi con lui sul senso attuale del sindacato e su quella dimensione dell’unitarietà che, insieme a Lorenzo Cantù, ha sempre portato avanti con caparbia determinazione, anche di fronte all’evidenza dei limiti pratici dell’esperienza dell’unità sindacale che in questi ultimi decenni è stata molto messa alla prova. Però qui è stata grande l’umanità che ha saputo esprimere, una forza a volte disarmante nel non lasciare nessuno ai margini, nell’interessarsi sempre delle situazioni di crisi che si affacciavano nel suo studio sotto forma di telefonate, lettere, delegazioni di sindacalisti, semplici lavoratori. In quest’ultimo caso aveva un tratto distintivo, quello di suggerire sempre che si passasse dalla rappresentanza sindacale: lo faceva, anzi lo facevano (lui e il Lorenzo) con un fine educativo, che portava il lavoratore non a pensare a “sé stesso” ma al “noi”.

Parlare del sacerdote vuol dire fare i conti con l’incredibile mole di lavoro che ha prodotto sotto forma di omelie, riflessioni, scritti, racconti, interventi ai convegni e ai congressi… Poi, con l’arrivo delle nuove tecnologie, si è attrezzato e nonostante l’età ha continuato a diffondere il suo pensiero anche nel web e con le email. In questo non è mai stato parziale, è sempre stato fedele alla Parola che aveva interiorizzato e che possedeva con una leggerezza non usuali. È facile in alcuni ambiti, e specie in quello sociale, cercare di “strumentalizzare” e piegare a sé la Parola, ma lui non lo ha mai fatto: semplice nello spiegare senza banalizzare, anche durante un pasto frugale consumato in mensa o passeggiando verso il metrò. L’ultima volta che sono andato a trovarlo a casa sua mi ha benevolmente ripreso perché parlando ho detto “la moltiplicazione dei pani”: “Moltiplicazione è un termine economico, che non appartiene a Dio: dobbiamo invece parlare di frazione del pane, cioè di condivisione di quello che Dio ci dona”.

Un momento particolare della sua vita è stato quando il suo grande cuore lo ha tradito ed è arrivato a un passo dalla morte. Ricordo ancora quando andai a trovarlo  a casa e lo trovai “trasfigurato”, quasi trasparente, spossato dagli interventi e dalla lunga convalescenza. Al termine del breve colloquio gli chiesi di recitare insieme una preghiera. Mi guardò e disse “diciamo il Padre Nostro”. Poi si bloccò e mi domandò quante sono le richieste che vengono fatte in questa preghiera: sentendomi un pò come un bambino a catechismo risposi sette. Allora prese a disegnare su un foglio una Menorah, il candelabro rituale ebraico. Poi mi disse: “Vedi, Gesù era un ebreo e la preghiera che ci ha insegnato riprende la sua conoscenza e la sua preparazione religiosa. Nella tradizione ebraica il numero sette rappresenta la completezza, ed è composto dal tre che significa Dio, tre volte santo, e dal quattro che simboleggia la terra , i quattro punti cardinali: in questa preghiera troviamo tre richieste che riguardano Dio e quattro che riguardano la vita degli uomini sulla terra. Sette è anche il numero dei bracci della Menorah. Se trasponiamo le sette richieste del Padre nostro sui sette bracci vedremo che la quarta richiesta, “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, corrisponde al quarto braccio che è anche il tronco centrale, e questo sorregge tutto il candelabro: se manca quello. crolla tutto. Anche l’uomo senza cibo non sta in piedi, ma per gli Ebrei il cibo era anche sinonimo di lavoro. Quindi è quel “pane quotidiano” la cosa più importante, ma non un pane che ci viene dato “gratis” ma il pane che, come ci ricorda la preghiera dell’offertorio, è “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”. Allora quando chiediamo “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” noi chiediamo a Dio Padre “Dacci un lavoro dignitoso per guadagnare il giusto necessario che ci renda veramente uomini e donne a tua immagine”. Quel giorno, in quell’intreccio di sapienza, di numeri, di grande carità ho conosciuto un Padre Nostro nuovo. Ecco questo è don Raffaello.

È stato un grande dono avere il privilegio della sua amicizia, averlo conosciuto mi ha aiutato a rendere meno pesante la mia esperienza nel mondo del lavoro. Di questo ringrazio il Signore.

Ho scelto un brano di san Matteo (Mt 11, 28-30), qui nella versione interconfessionale, che credo don Raffaello sia riuscito a vivere pienamente:

“Venite con me, tutti voi che siete stanchi e oppressi: io vi farò riposare. Accogliete le mie parole e lasciatevi istruire da me. Io non tratto nessuno con violenza e sono buono con tutti. Voi troverete la pace, perché quel che vi comando è per il vostro bene, quel che vi do da portare è un peso leggero”.

Arrivederci don Raffaello, e grazie!