A cent’anni dal famoso appello «A tutti gli uomini liberi e forti», datato 18 gennaio 1919, oltre a rendere omaggio alla figura di Luigi Sturzo, l’intento del libro curato dai giornalisti Alberto Mattioli e Pino Nardi, è quello di ricordare le sue profezie rispetto ai tanti nodi irrisolti del nostro Paese

Alberto Mattioli

liberi_forti

«Prego Iddio che il mio grido sopravviva alla mia tomba»1, diceva agli amici poco prima della sua fine, l’8 agosto 1959, uno stanco, ma irriducibile don Luigi Sturzo. E oggi si può certo dire che la sua perorazione è stata accolta. Periodicamente, infatti, le turbolenti maree della storia politica italiana riportano in superficie la sue idee e denunce.

Si battè per la libertà scegliendo il campo dei deboli e pagando di persona il prezzo del suo coraggio. Fu formidabile animatore prima della sua povera terra siciliana e poi dell’Italia intera. Prete e politico scomodo, fu odiato da Benito Mussolini per il suo rigore nello spiegare l’inconciliabilità ontologica tra cristianesimo e fascismo. L’immensità del suo pensiero oggi brilla per la Chiesa e per la nostra confusa e avvilita società.

Per Sturzo la politica era un dovere morale e atto d’amore gratuito. Sacerdote totale nella sequela a Cristo, ma maestro di laicità, è stato tante cose: filosofo, sociologo, economista, amministratore pubblico e giornalista. Multitasking si direbbe oggi, una sorta di “Leonardo da Vinci” della cultura politica. Un esempio di come deve essere la classe dirigente, per qualsiasi ruolo di alto livello.

Eccelleva in ogni campo, perché per fare le cose bene, sosteneva, bisogna essere molto competenti. E lui studiava sempre i problemi fino in fondo, imparava sempre ed era un mostro di bravura. Dal fervore delle sue idee e dal consenso che raccolsero, scaturì il Partito popolare italiano, che dal 1919 in poi ha segnato la storia italiana, ponendo le basi per la nascita della Democrazia cristiana e quindi per il riscatto del Paese.

Le vigorose battaglie contro lo statalismo, la partitocrazia e lo sperpero del denaro pubblico sono pietre miliari purtroppo ancora attuali. La sua idea dello Stato – che nasce dalla partecipazione popolare, dalle autonomie municipali e regionali in un quadro “federalista” italiano ed europeo – era autentica profezia: scaturiva dalla sua esperienza concreta di amministratore e riformatore attento a cogliere le migliori ispirazioni di sviluppo, quali per esempio le scuole civiche nate a Milano tra il 1860-70, a cui molto guardava. Metteva in guardia dai pericoli dello Stato centralista, sollecitando i siciliani a contare sulle proprie forze, creando e rifacendo senza aspettare nulla dall’alto. Rimase inascoltato e il Meridione ne paga ancora oggi le conseguenze.

La distinzione tra i fini della Chiesa e della politica, la chiarezza tra conservatori e progressisti, le posizioni liberali contro l’ideologia marxista soprattutto in campo economico, la lotta contro la mafia e le corruzioni connessa alla battaglia per la moralizzazione ed efficienza della macchina amministrativa, procurarono aspri, ma avanzati dibattiti.

Era un fautore delle libertà che non dovevano però degenerare nell’individualismo e nella concezione errata di un’economia senza etica che diviene diseconomia, come da sua precisa definizione. Accusato da Ernesto Rossi di liberismo selvaggio, Sturzo reagì con un articolo2, perché lui non si considerava affatto tale: «L’impresa piccola e media, fisco permettendo, banca permettendo, sindacato permettendo, congiuntura permettendo, vive o vivacchia, secondo i casi, o va in malora con fallimenti risanatori. Ma il grosso, quello che Ernesto Rossi definisce dei “pirati”, dei “briganti”, dei “baroni”, vive con l’aiuto diretto o indiretto dello Stato, con i favori della burocrazia, con il consenso non disinteressato dei partiti. Quel poco che ci mette l’iniziativa privata da sola, al di fuori dei contatti ibridi e torbidi con lo Stato, è merito di imprenditori intelligenti, di tecnici superiori, di mano d’opera qualificata, della vecchia libera tradizione italiana. Ma va scomparendo sotto l’ondata dirigista e monopolista. Mi si domanda perché, in tale situazione, continuo a perseguire idee e ricordi di un liberismo seppellito. Rispondo: il segreto della mia campagna non è strettamente economico. Io non ho nulla, non possiedo nulla, non desidero nulla. Ho lottato tutta la mia vita per una libertà politica completa, ma responsabile. La perdita della libertà economica, verso la quale si corre a grandi passi in Italia, segnerà la perdita effettiva della libertà politica, anche se resteranno le forme elettive di un Parlamento apparente che giorno dopo giorno segnerà la sua abdicazione di fronte alla burocrazia, ai sindacati e agli enti economici, che formeranno la struttura del nuovo Stato più o meno bolscevizzato. Che Dio disperda la profezia».

Lui era dalla parte dell’economia d’impresa umana, libera e responsabile, non dalla parte dell’ultra-capitalismo del Fiat capita gain et pereat omnia, come ben spiega oggi il professor Marco Vitale anche in questo volume.

Contestava inoltre le concezioni militariste, oligarchiche, autoritarie e protezioniste che i nazionalisti hanno dello Stato. Al Congresso di Torino del 1923 chiarì: «Ci dipingono tiepidi patrioti e filo internazionalisti. È superfluo dire che noi non neghiamo la patria e la nazione. Noi neghiamo la concezione delle nazioni-impero, concezione egocentrica, esasperante al di fuori della realtà. Noi siamo di tendenza internazionale nella questione della ricostruzione europea. Noi tendiamo verso forme più larghe di internazionalismo. Domani può attenuarsi la barriera nazionale in un interesse e in una vita internazionale? Vi ostano la lingua, la razza, il costume; ma queste barriere non sono insormontabili».

In esilio a Londra, scrisse un libro, La comunità internazionale e il diritto di guerra, che fu ritenuto utopistico. Nel lungo termine, egli sosteneva, il diritto di guerra potrà essere abolito con il graduale abbattimento delle barriere economiche e politiche, barriere che sono sempre state causa di sanguinosi conflitti. Con gli accordi economici, scriveva, si favoriranno poi le unioni politiche. In quel libro egli fu il primo a parlare della necessità di costituire gli Stati Uniti d’Europa come tappa iniziale del lungo processo dell’integrazione economica mondiale (il cancelliere tedesco Konrad Adenauer gli riconobbe questa primogenitura di costruttore dell’unità europea, quando – invece di partecipare alla cena di festeggiamento al Quirinale – si recò a ringraziarlo nella sua modesta stanza presso il Convento delle Suore Canossiane): «Gli Stati Uniti d’Europa non sono una utopia, ma soltanto un ideale a lunga scadenza con varie tappe e con molte difficoltà. Occorre procedere a una revisione doganale, che prepari una unione economica con graduale sviluppo, fino a poter sopprimere le barriere interne. Il resto verrà in seguito».

Dai suoi inizi a Caltagirone all’appello ai «Liberi e forti», fino all’esilio all’estero prima in Inghilterra e poi negli Usa (ovunque divenne un riferimento politico) e al suo rientro nella vita politica post-fascista, produsse una monumentale opera di intuizioni ancora feconde e animate da un profondo spirito di amore e servizio al prossimo, che ha portato la Chiesa ad avviare il processo per la sua beatificazione.

Lo scopo di quest’opera – in occasione del 100° anniversario del famoso appello del 18 gennaio 1919 – oltre che quello di rendere omaggio alla figura di Sturzo, è quello di ricordare le sue profezie rispetto ai tanti nodi irrisolti del nostro Paese.

Oltre a un necessario inquadramento biografico ragionato, affidato al professor Matteo Truffelli, abbiamo chiesto a illustri personalità di rileggere e attualizzare alcuni capisaldi del pensiero sturziano. Nei vari autorevoli contributi verranno trattati svariati argomenti: la democrazia che nasce dal municipalismo e dal regionalismo, in un quadro di auspicato federalismo nazionale ed europeo; l’irrisolta questione meridionale; la necessità del coinvolgimento popolare che non sia populismo; i compiti del governo, del Parlamento e dei partiti; il ruolo dello Stato in rapporto alla libertà economica nell’intreccio con la lotta alla corruzione e alla mafia. Si parlerà inoltre delle distinzioni tra conservatori e progressisti e dello spirito e della cultura che devono animare le sfide politiche e i politici. Insomma, un intenso percorso che dalla storia del nostro Novecento ci aiuta a prendere consapevolezza dell’Italia di oggi.

Le crisi delle democrazie rappresentative, le profonde disuguaglianze causate dal turbocapitalismo finanziario, le crisi demografiche e le degenerazioni comunicative che sollecitano le pance causando livori distruttivi, sono urgenze che possono trovare utili riferimenti nelle sue elaborazioni. Il riordino delle istituzioni e del nostro sistema fiscale (veri punti critici della rottura tra cittadini e politica), la responsabilità sociale delle imprese (soprattutto di quelle globali), la riduzione del debito pubblico, l’organizzazione di un sistema ordinato per la gestione dei flussi migratori, il riordino del welfare per effetto dell’invecchiamento e un’informazione corretta per aumentare il senso civico, sono punti essenziali per nuovi programmi e il protagonismo di donne e uomini di buona volontà.

Indro Montanelli scrisse3: «In quel Sahara d’incompetenza ch’è il nostro Parlamento, i documentatissimi interventi di quel vecchiaccio grifagno e irriducibile cadevano in un impaurito silenzio. E infatti con il silenzio egli è stato combattuto e isolato, come per una tacita congiura collettiva di cui siamo stati tutti più o meno complici. Nessuna delle implacabili denunzie di don Sturzo è stata riecheggiata come doveva».

Ma i nodi prima o poi vengono al pettine e siamo chiamati a prendere coscienza delle nostre negligenze lungamente rimosse. E qui oggi ci aspetta Sturzo, che rimane un vivido riferimento per chi ancora spera in una Italia libera, forte e giusta.

______

1 Gabriele De Rosa, Sturzo mi disse, Morcelliana, Brescia 1982
2 “Un liberista fuori stagione, articolo del 4 ottobre 1951
3 Indro Montanelli, Una fede profonda nel bene e nella redimibilità dell’uomo”, in «L’Europeo», 23 agosto 1959