“ Ci si innamora così, cercando nella persona amata il punto a nessuno rivelato, che è dato solo a chi scruta, ascolta con amore. Ci si innamora da vicino ma non troppo, ci si innamora da un angolo acuto un poco in disparte in una stanza, presso una tavolata, seduto sui gradini mentre gli altri ballano”

Mara Cozzoli

tumio

Un pronome personale e un aggettivo a comporne il titolo.

Un’affermazione, un obbligo, un imperativo.

Un’ intestazione affascinante, che trasuda magia e mistero spalancando porte a infinite interpretazioni.
Tu, mio è un romanzo che rimanda a tragici accadimenti passati.

Siamo ad Ischia, nel corso di una calda estate del dopoguerra. In questo lasso di tempo, il ricordo di quella che è stata la Seconda Guerra Mondiale viene negato da parte dei sopravvissuti, ma, reso vivo dai libri e dall’incessante fame di sapere del protagonista.

<< Ma si può sapere perché ti interessa tanto la guerra?>> << Perché è la vostra storia la sola che impariamo dalla voce e non dai libri>>.

E’ la storia del “chiedere, chiedere a chi non vuole più rispondere, mentre la storia spazza via la polvere insieme alla cenere dei bruciati, e crescono foreste sulle fosse comuni e tutta la vita spinge innanzi e nasconde indietro”.

Punto chiave, è che il passato non essere cancellato in quanto la storia comprende” vittime scampate e carnefici in piena salute”.

Ciò che è stato, torna infatti a rivivere nella figura di Caia: giovane donna di origini ebraiche, che si finge romena per scampare al pregiudizio razziale inculcato nelle menti e ancora acceso.

A svelare il “raccapricciante segreto” all’adolescente Nicola, sarà lo zio pescatore, reduce di quel periodo di odio e vendetta. Eccolo, l’attimo nel quale ferite e drammi vengono riportati alla luce: << Guagliò, che brutta storia è ‘ a guerra. E che guerra era, Nicola, quella contro le donne, le creature piccole, che guerra è stata la tua? Che vuoi sapere tu, tu sei venuto quando non c’era più niente, né tedeschi, né ebbrei, solo americani hai visto tu, contrabbando, borsa nera, tutto il commercio dei dollari. Pure se parlo fino a domani, tu, di com’è stata la guerra che ho visto non puoi sapere niente. Si deve sapere cogli occhi, con la paura, con la pancia vuota, non con le orecchie, coi libri. Tenevamo vent’anni, ci hanno pestato come le olive, e come le olive non abbiamo fatto rumore. Erano ebbree, ci chiedevano di salvare i bambini, ce li mettevano in braccio a noi soldati italiani che eravamo i nemici e non potevamo fare niente >>.

Da questo momento, il romanzo diviene il romanzo del cambiamento, del passaggio repentino dalla pre – adolescenza all’età adulta, dall’inconsapevolezza alla presa di coscienza di un ragazzo immerso negli abissi del cuore e degli impulsi.

Nicola instaurerà con Caia (il cui vero nome si rivelerà essere Hàiele) una relazione molto particolare.  Da una parte è travolto dall’amore che un uomo può avere per una donna, dall’altra ne interpreterà il ruolo del padre deceduto per mano nazista. Assumendosi tale responsabilità, cercherà di donarle quell’amore e quel calore troppo presto perduti. Di contro, la ragazza si tramuta nell’artefice della crescita interiore di quest’ultimo:

<< Stavo cambiando per lei, Caia stava facendo di me qualcosa d’altro, e non c’entrava solo l’amore. E dirmi in testa “ Haiele, Haiele” mi suscitava in testa una tenerezza di padre che aveva una bambina piccola da crescere, da mettere a letto, lasciando in corridoio la luce accesa>>.

Mentre lui cercherà di proteggerla dal passato, lei si “impossesserà” completamente di lui: “Mi accorgevo solo della fortuna di essere per lei un punto di congiunzione con la sua infanzia. Sentivo la forza del suo appoggiarsi su quel punto, e di appoggiarsi a me”. “Caia era terraferma, storia femmina di un secolo che mi afferrava il bavero per amore e furia”.

Partendo da questo rapporto confuso e poco chiaro, nel quale il fattore emotivo è facilmente riscontrabile, emerge come la coscienza umana nonostante il sapere può essere schiavizzata. A conclusione racconto e in chiave metaforica, è sottolineato come anche l’odio pur essendo dettato da un forte sentimento quale l’amore difficilmente è portato ad estinguersi totalmente.

“Tu Hàiele mi hai chiamato tate, ecco io lo accetto, domani notte sarò il tuo tate e brucerò i persecutori.

E’ tardi per fermarli, ma io sono vivo solo ora”. Nicola infatti, guidato dalla potenza ciò che nutre, darà fuoco a un edifico occupato da tedeschi… “E dietro me esplodeva un fuoco che non poteva correggere il passato”. Dallo scritto di Erri, affiorano una serie di elementi fondamentali: la tristezza derivante dallo svolgersi del corso di quella che è stata la Storia, il vuoto di chi ricorda solo attraverso la carta scritta, la desolazione di chi non riuscendo a comprendere fino in fondo il peggiore dei sentimenti umani, reagisce in modo altrettanto violento, generando di conseguenza una sorta di “circolo vizioso”.

Chi è Erri? Erri, è sensibilità: << Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle. Considero valore il vino finché dura il pasto, il sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano >>, è colui che, riprendendo le sue parole: << Ho fatto il mestiere più antico del mondo. Non la prostituta, ma l’equivalente al maschile, l’operaio, che vende il suo corpo da forza lavoro>>, è poesia in forma di prosa: “Voglio tentare di stare con te. Voglio credere che è possibile, anche se non per ora, anche da lontano. Ho bisogno di aspettare qualcuno che non somigli a nessuno e tu sei questo”.

De Luca è la potenza di fondere in un unico testo lingua italiana e dialetto napoletano, catturando così, passo dopo passo l’attenzione del lettore.