Un nuovo libro fotografico di Margherita Lazzati tra gli invisibili del carcere. Per la prima volta dei volti vengono strappati da “dietro alle sbarre” per incrociarli con quelli degli uomini liberi

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«Margherita, le tue foto – dice R.C. (ritratto n.28) – raccontano, come un mosaico ben composto, la vita dei protagonisti. Lo specchio nel quale mettiamo il nostro viso non può mai riflettere la spontaneità, perché è della natura dell’uomo il manifestarsi occultando gli stati d’animo negativi. Per questo ti ho sempre detto che le foto inaspettate catturano dell’intimità ciò che ne dicono gli sguardi».

Sono 30 gli sguardi raccolti nel nuovo libro Ritratti in carcere di Margherita Lazzati (progetto grafico della Galleria L’Affiche, editore La Vita Felice). Volti di persone recluse e volontari realizzati tra l’estate del 2016 e gli inizi del 2017 (con l’autorizzazione del Ministero della Giustizia e grazie alla lungimiranza dell’allora direttore Giacinto Siciliano) nei locali dei Laboratori di Lettura e scrittura creativa di Opera, cui la stessa Lazzati da anni collabora. Le immagini di Margherita Lazzati saranno esposte in una mostra fotografica presso la Fondazione Ambrosianeum (Via delle Ore 3, Milano MM Duomo) dal 15 al 29 marzo 2018.

Continua il cammino di Margherita Lazzati nel mondo degli “invisibili” (reportage fotografici tra i clochard di Milano, alla Sacra Famiglia, il carcere) oggi si focalizza sui volti delle persone detenute conosciute durante la frequentazione del Laboratorio. Per Margherita Lazzati la fotografia è un mezzo importante, straordinario, per costruire un ponte rivolto agli invisibili e alle invisibilità. «Cos’hai dipinto – dice C.D’E. (ritratto n.21) – con il tuo clik, osservatrice Margherita? Ti ha forse aiutato il geniale Vincent, o il mefistofelico Ligabue? Rimetto la maschera. Ho paura di ciò che i miei occhi trasmettono con antenne cigliate».

«La fotografia – dice Margherita Lazzati -, linguaggio visuale, è il mio modo di raccontare. Ogni fotografo ha un modo tutto particolare di cogliere con il suo obiettivo la realtà. Studio; e amo moltissimo “leggere” la vita, le storie, la Storia, attraverso le fotografie. Mostre, cataloghi, libri fotografici e da qualche anno anche instagram. Il mio fotografare è quotidiano, poi seleziono e archivio a tema. La mia piccola Leica D-lux sempre in borsa. Il mio iPhone in tasca»

D. Come si è sviluppato questo percorso di incontro con i detenuti nel carcere?  «E’ stata un’emozione difficilmente condivisibile per chi non ha mai varcato i cancelli di un Istituto Penitenziario quando, due anni fa, sono stata autorizzata dalla Direzione, a portare la macchina fotografica in carcere, a Opera, nel Laboratorio di lettura e scrittura creativa, fondato 25 anni fa e tutt’ora diretto da Silvana Ceruti. Ero già  volontaria da cinque anni, con un progetto di Fotografia e Poesia. Lavoravamo su immagini cartacee, stampate e distribuite come fonti di ispirazione a chi il sabato mattina si sedeva intorno al tavolo del Laboratorio. Era il tavolo a interessarmi. Il grande tavolo che, alla fine, compare soltanto in un’immagine del libro «Ritratti in carcere». I posti non erano prestabiliti, ma ci si siamo accorti che nel tempo si diventava compagni di banco: per mesi, a volte per anni, a seconda dell’affinità delle situazioni. Valeva per i detenuti, valeva per noi volontari. Ho cominciato a vedere analogie tra dentro e fuori. Si è acceso un interesse. L’idea era: guardandoci da fuori, chi può dire “questa persona è detenuta, questa no”?.  Scommettevo che difficilmente qualcuno ci sarebbe riuscito. Scommessa vinta. Dopo l’autorizzazione del lungimirante Direttore Dottor Giacinto Siciliano, a fotografare, mi sono chiesta come poter realizzare dei ritratti? Avevo i miei soggetti di fronte, senza distinzione di “ruoli”; e facevo spostare la persona che mi accingevo a fotografare, di volta in volta. Un ritratto in particolare ha ispirato questo progetto. Un volontario e una persona detenuta ripresi insieme. Volevo sfidare il pregiudizio di chi parla di “facce da detenuti”, “facce da criminali”.

D. Nelle fotografie sono volutamente mescolati  i volti di detenuti con quelli dei volontari; chi le guarda rimane spiazzato. Crede che il “pregiudizio” si possa sfidare anche con questa stimolante creatività?  «Sì. E’ un lavoro contro i pregiudizi, come altri realizzati dal Laboratorio di lettura e scrittura creativa, con l’approvazione della Direzione e la collaborazione del Comune di Milano. Penso al grande progetto di Carlo Lazzati e Alessandro Giungi «Mura trasparenti». Una mostra “a cielo aperto” nelle vie della città. Poster delle poesie di persone detenute che frequentano il Laboratorio, affissi negli spazi pubblicitari invenduti»

D. Perché il gesto di Pietro (ritratto n. 31), che sembra rifiutare di essere fotografato, lo ritiene icona della mostra?  «In realtà sono diverse le fotografie che ci interpellano, che vogliono farci riflettere se ciò che interpretiamo nella lettura della fotografia è la realtà, o frutto di pregiudizio, appunto. L’ambiguità è, in fondo, il tema di questa mostra. Per questo, abbiamo scelto la fotografia delle mani alzate di Pietro, come immagine di presentazione del lavoro al MIA 2017, con la Galleria l’Affiche. Nella selezione ci ha guidato l’attitudine con la quale, nelle foto, i soggetti si rivolgevano all’obiettivo. In alcune fotografie, era quasi un porgersi. Abbiamo scelto quelle, il più delle volte. In più d’un caso le persone detenute ritratte hanno commentato, anche in versi, la loro immagine fotografica. Due testi sono pubblicati nel libro. Credo che per loro ciò equivalga all’essere riconosciuti come persone. È utile precisare che in carcere non esistono specchi. Da Pietro ho ricevuto un ringraziamento che riassume il significato dell’intero lavoro: “Grazie per ogni volta che il tuo sguardo è riuscito a scavalcare i mille occhi, i mille occhi che ci osservano senza scorgere il buono in noi. Grazie per ogni volta che hai catturato il nostro cuore in un ritratto eterno».