Il nuovo libro di Stefano Pasta, esperto d’interventi a contrasto delle discriminazioni – in particolare delle presenze di rom e sinti in Italia – propone un nuovo modo di pensare la media education, facendola uscire dal recinto dell’educazione formale per promuovere l’incontro con la prevenzione e la cittadinanza

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La diffusione di azioni e linguaggi violenti nel Web preoccupa chi cerca risposte educative. Il libro di Stefano Pasta Razzismi 2.0 Analisi socio-educativa dell’odio online – destinato a insegnanti, educatori, operatori sociali, studenti, decisori politici e cittadini – propone un nuovo modo di pensare la media education, facendola uscire dal recinto dell’educazione formale per promuovere l’incontro con la prevenzione e la cittadinanza.
Per l’autore, insieme al pensiero critico, occorre sviluppare responsabilità; in questa direzione sono analizzate le varie caratteristiche dell’ambiente digitale: velocità, anonimato, ruolo delle immagini e del flaming, autorialità, nonché le conversazioni via social network sulle performances razziste degli adolescenti: un caso di etnografia virtuale, ma anche un tentativo di educazione alla riflessività. «Quando nel 1938 vennero emanate le leggi razziali – dice Stefano Pasta – in Italia si pubblicavano testi pseudo scientifici di cui si riconosceva la scientificità che attestavano la superiorità su base biologica. Negli anni ‘70/’80 nelle società europee emergono ciò che la letteratura chiama razzismi impliciti, o latenti, dentro ai quali ci sono razzismi differenzialisti tutt’ora presenti in quelle persone, gruppi, talmente diversi da noi che risulta impossibile vivere insieme perché i nostri valori culturali sono inconciliabili. Siamo di fronte a forme molto più latenti. Tutto sommato in quella stagione regge un tabù sociale verso il razzismo, motivo per cui nasce il bisogno di dire “non sono razzista, ma”. Significa che dico una cosa razzista premettendo di non esserlo. Oggi non c’è più bisogno di dire che non si è razzisti, si dice direttamente la frase razzista. Nel Web torna la rabbia svuotata di verità e credibilità scientifiche. Torna la “razza” grazie a tante forme dello stupidity, cioè l’incapacità di valutare adeguatamente le conseguenze delle proprie azioni. Si banalizza una dottrina, per esempio la guerra antifascista e si parla di uno sterminio etnico come se stessimo dicendo nulla di fronte al Centro profughi vicino casa o scherzando sulla Shoah».

D. Non crede che bisogna educare anche il produttore che, grazie allo smartphone, ognuno può diventare? «Potremmo fare un errore! Quello di dare la colpa al mezzo, ai dispositivi, piuttosto che al Web, quindi ai media. In realtà la storia sui media ci insegna che non ha senso dividerci tra apocalittici e integrati. Il libro, di fronte al Web 2.0, volutamente sceglie un approccio critico, ma non apocalittico pessimista.

D. Cosa significa avere un approccio apocalittico al problema? «Quando parlo di apocalittici e integrati volutamente ho citato un’espressione che Umberto Eco usò dal ’64 di fronte al mezzo mediatico di allora, cioè la televisione. Allora ci si domandava come la televisione avrebbe stravolto i consumi culturali e mediali. Anche allora la sensazione era quella di dividerci. La risposta, soprattutto della pedagogia particolarmente chiamata in causa, fu quella dell’educazione al pensiero critico, cioè educare lo spettatore. Oggi questo non basta più! Potremmo dire che è meta dell’opera perché ciascuno di noi con lo smartphone in mano, grazie all’accesso alla rete, può diventare produttore. Questo è ciò che ci dicono vari studi. Noi tutti siamo diventati produttori culturali. Nel momento in cui esco di casa, scatto una fotografia e la pubblico sul social network – magari tagliando le persone – questo può diventare già un prodotto culturale. Le stesse vicende del giornalismo sono integrate da questo. Nella vicenda della discoteca di Corinaldo i principali media hanno mandato in onda un video girato da uno spettatore che ha usato il suo smartphone. Non c’è più la vecchia distanza tra chi è produttore e chi spettatore. Se pur necessario, educare al pensiero critico non basta più, è insufficiente. Serve educare alla responsabilità, cioè ragionare sulle conseguenze delle proprie azioni. Questo è un tema molto sentito nelle scuole, in generale in ambito educativo»

D. Quali sono le risposte a questo odio verso l’altro? «La prima cosa è capire che tipo di odio davanti al quale ci si trova. Se ci troviamo di fronte ad un odio motivato dall’appartenenza, ad una ideologia militante, oppure se è un razzismo online di superficialità, di provocazione o di poca attenzione alle proprie responsabilità e azioni. Nel libro racconto queste conversazioni avute tramite social network o face book con ragazzi che, a diverso titolo, avevano partecipato alla condivisione di un post come “mi piace”, o chi aveva aggiunto un commento, o chi aveva postato qualcosa di grosso o antisemita. Quello che risulta interessante è che c’è spazio educativo»

D. In che senso? «Nel momento in cui si parla con questi ragazzi e chiedi di prendersi sul serio, c’è spazio di riflessione. Molti di questi ragazzi dicevano “ma è solo una battuta, non va presa troppo sul serio”, magari dopo aver inneggiato allo sterminio etnico. Di fronte alla pretesa di non essere presi sul serio, la proposta è quella di chiedere di prendersi sul serio, che significa ragionare sulla responsabilità, sulle conseguenze delle proprie azioni. E’ un dato trasversale a tutte le forme di comportamenti scorretti, penso al bullismo. Altra chiave molto interessante è l’empatia. Cioè capire le emozioni degli altri. A chi utilizza la parola pakistano uguale a terrorista dico “guarda che la mia amica pakistana con cui lavoro potrebbe dispiacersi di questa associazione. Evidentemente non basta, ma potrebbe essere un primo passaggio. Le competenze digitali non sono più solo quelle tecniche, ma anche quelle di comunicare in maniera corretta. Questa comunicazione interroga trasversalmente tutte le materie della scuola»

D. Oltre all’assunzione di responsabilità personale non crede ci sia anche una responsabilità collettiva? «Sicuramente questi sono luoghi collettivi. Tutto ciò si inserisce in una società dove, da tutti i punti di vista e di influenza, sono venuti meno i corpi intermedi. Stefano Rodotà, che cito spesso nel libro, paragona il diritto del Web – in costruzione in questi anni – alla sfida che il sistema giuridico pone quando si allarga velocemente al mondo. Questo significa che bisogna creare un nuovo sistema giuridico che fugge dai confini della nazionalità e che in certi paesi hanno tradizioni giuridiche diverse. Negli Usa il partito nazista è legale e da orientamenti di voto. Nel diritto statunitense il Kluk Klan è legalmente riconosciuto. Nel diritto europeo e italiano è vietata la ricostruzione del partito fascista. Siamo di fronte a famiglie giuridiche molto diverse. L’Unione europea sta facendo cose interessanti. Bisogna chiedere alle grandi piattaforme come Google di assumersi delle responsabilità anche in termini di segnalazioni ricevute di continenti non rispettosi del ben vivere insieme. Sono d’accordo sul fatto che non è una sfida individuale ma anche collettiva. In questo senso si lega al significato di libertà, precisamente cosa significa vivere insieme. Una idea di libertà è quella per cui tu sei libero di dire, fare, tutto ciò che vuoi, indipendentemente dai legami che hai con gli altri. Altra idea di libertà positiva è quella per cui scegli di aderire anche a dei vincoli, a dei codici di comportamento per vivere insieme. Per questo motivo sono d’accordo che sia una questione collettiva. Una delle tesi che sostengo nel libro e che sono caduti dei tabù sociali, dei muri che avevamo eretti in questi decenni, per cui alcuni concetti razzisti, insulti, invocazioni non potevano essere detti pubblicamente. C’era una sorta di inibizione a dirlo, in questo caso positiva, per cui tranquillamente adesso non c’è quasi bisogno più di dire “non sono razzista, ma”.