“ Ora sono in gabbia. Il mio corpo è rinchiuso in una cella, la mia mente imprigionata in un’idea. Un’idea cruenta, implacabile! Ho un unico pensiero, un’unica convinzione, un’unica certezza: condannato a morte! Qualunque cosa faccia, è sempre lì, quel pensiero infernale, come uno spettro di piombo che mi sta a fianco, solitario e geloso, scacciando ogni distrazione, a tu per tu con me, miserabile, scrollandomi con le sue mani gelide quando voglio voltare la testa dall’altra parte o chiudere gli occhi. Si insinua in tutte le forme ovunque la mia mente provi a sfuggirgli, si intromette come un ritornello orribile in tutte le frasi che mi vengono rivolte, si aggrappa insieme a me, alle squallide sbarre della mia cella, mi ossessiona da sveglio, spia il mio sonno convulso e riappare nei miei sogni sotto forma di lama”.

Mara Cozzoli

ultimogiornocondannatoamorte

Due, come i secoli trascorsi dall’esatto momento in cui “L’ultimo giorno di un condannato a morte” venne pubblicato in forma anonima.
Due, come i secoli trascorsi dall’inizio della prima grande battaglia targata Victor Hugo, ovverosia, porre fine a quella pratica umanamente inaccettabile rappresentata dalla pena di morte, per il tramite degli unici mezzi a sua disposizione: abilità e cuore, caratteristiche proprie di un Vero scrittore.
Ad armare la sua penna, un senso di disagio e rivolta verso l’ aberrante e ingiusto meccanismo, del quale quest’ultima era ed è tutt’ora portavoce.
Prima di lui Cesare Beccaria con “Dei delitti e delle pene” affrontò l’argomento.
A differenza di quest’ultimo, Hugo evitò la forma del trattato, come del resto escluse la stesura in forma poetica . No, non ritenne queste strutture abbastanza forti.  Optò quindi per la scrittura romanzesca inevitabilmente e comunque intrisa di infinita poesia.
Non dubitò un secondo, Victor. Non si risparmiò. Cercò quel filo conduttore che avrebbe potuto identificare il lettore con il protagonista, creando quindi uno stato di empatia.
Il risultato fu un monologo; un testo narrato in prima persona, un diario scritto interamente da un prigioniero a cui un boia avrebbe spezzato la vita.
Il condannato non ha nome, di lui non si sa praticamente niente: non si conosce l’estrazione sociale, la tipologia di reato da lui commesso, se sia effettivamente colpevole, o un eventuale  presenza di attenuanti possano mitigarne la pena inflittagli. E’ proprio nell’impostazione che  risiede il colpo di genio capace di portare a una presa di coscienza:  ognuno di noi potrebbe vivere la condizione vissuta dal protagonista.
Procuratisi dei fogli, il condannato racconta i tragici giorni che lo separano dall’esecuzione.
Romanzo forte, in cui momenti emotivamente intensi, lasciano spazio a un freddo distacco dalla realtà, ma anche a riflessioni. Lo scorrere del tempo, è caratterizzato da violenti e improvvisi cambi di umore e pensieri; emozioni che scontrandosi tra loro si annullano. Il conflitto tra vita e morte è feroce.
“ Che quello che scrivo possa essere un giorno utile ad altri, che blocchi la mano di un giudice in procinto di giudicare, che salvi degli sventurati, innocenti o colpevoli, dall’agonia a cui sono condannato, perché? a che scopo? che importa? Quando la mia testa sarà tagliata, cosa cambia per me se ne tagliano altre? Ho davvero potuto pensare simili follie? Abbattere il patibolo dopo che ci sarò salito! Vi domando cosa me ne può venire. Ecco! Il sole, la primavera, i campi pieni di fiori, gli uccelli che si risvegliano al mattino, le nuvole, gli alberi, la natura, la libertà, la vita, tutto questo non mi appartiene più. Ah! sono io che dovrei essere salvato! E’ proprio vero che non si può, che mi toccherò morire domani, oggi forse, che le cose stanno veramente così? Oddio! “
“ E poi, cos’ha la vita di tanto irrinunciabile per me? In verità la luce fioca e il pane nero della cella, la porzione di brodo magro attinto dalla tinozza dei galeotti, essere trattato con rudezza, io, raffinato per educazione, essere brutalizzato da carcerieri e secondini, non vedere un essere umano che mi ritenga degno di una parola e a cui poterla ricambiare, trasalire senza posa per quello che ho fatto e per quello che mi faranno: ecco gli unici beni che possa togliermi il boia. Ah! Non importa, è orribile!”
“ Lascio una madre, lascio una moglie, lascio una figlia. Una bambina di tre anni, dolce, rosea, fragile con due occhioni neri e i capelli lunghi e castani. Aveva due anni e un mese quando l’ho vista l’ultima volta. Così, dopo la mia morte, tre donne, senza figlio, senza marito, senza padre; tre orfane di specie diversa: tre vedove per causa della legge”.
Dunque, cosa prova un uomo nell’imminenza di morire? A quale agonia la sua mente è sottoposta? Qual è la vera pena?
Una cosa abbiamo tutti in comune: la consapevolezza di dover lasciar questo mondo; incerto è solo il quando. Per un condannato, non è propriamente così: conta i secondi, i minuti, le ore, i giorni che lo separano dalla fine, giorni, che spesso la crudeltà umana tramuta in anni. In questo lasso di tempo, cerca di ipotizzare ciò che proverà quando la sua sorte sarà compiuta.“ Si dice che sia cosa da nulla, che non si soffre, ch’è una fine dolce, che in questo modo la morte è molto semplificata. Eh, che cosa sono allora quest’agonia di sei settimane? E questo rantolare di un intero giorno? Che cosa sono le angosce di questa giornata irreparabile, che passa così lentamente e così in fretta? Che cos’è questa scala di torture che termina sul patibolo?”. Un’immagine mi sfiora: vedo un uomo, rinchiuso in una cella, che cerca di urlare con tutte le sue forze ciò che ha nell’animo. Ogni tentativo viene vanificato dall’assenza di voce e dall’assenza di un interlocutore in grado di comprendere fino in fondo il tormento a cui è sottoposto.
E’ questa una seconda condanna: il supplizio rappresentato dalla certezza di come e quando verrà tagliato il filo invisibile che unisce la vita alla morte; un martirio che nessuno ha il diritto di impartire a nessuno.
Passiamo alla materialità della condanna, all’attimo in cui il “giustiziere” compie il suo “dovere”.
Se l’omicidio è un delitto, resta tale, non solo quando a macchiarsene è un singolo individuo, ma anche quando a compierlo è una società, in seguito a  sentenza di  giudice e per mano di un vero e proprio esecutore.
A prescindere dall’innocenza o dalla colpevolezza del reo, della maggiore o minore brutalità di quanto è stato commesso, un principio viene decisamente violato: quello della sacralità della vita umana. Un essere  non può estirpare ciò che non ha dato, in questo caso l’esistenza.
“ Gli uomini che giudicano e che proclamano la pena di morte necessaria, prima di tutto: perché è importante scindere dalla comunità sociale un membro che le ha già nuociuto e che potrebbe nuocere ancora. Si trattasse solo di questo, il carcere a vita basterebbe. Perché la morte? Voi mi obiettate cha da una prigione si può scappare? Fate meglio la guardia… niente carnefici dove bastano carcerieri”.
Il romanzo termina con  un commovente e doloroso faccia a faccia tra il personaggio principale e la figlioletta, poco prima di raggiungere la Greve piazza presso la quale si sarebbe radunata la folla festante per assistere allo “spettacolo”. “ Oh! L’orribile popolino con le sue grida da iena – chissà che non gli sfugga .. che non sia salvato… se la grazia.., E’ impossibile che non mi concedano la grazia. Ah! Miserabili mi sembra che stiano salendo le scale..”.  Da un lato la disperazione: la piccola non riconosce colui che ha difronte; dall’altro  l’angoscia: non potrò vederla crescere, non potrò darle il futuro che merita.
“ Ahime! Amare ardentemente un’unica creatura al mondo, amarla con tutto l’amore che si ha nel cuore, averla davanti, che ti vede e ti guarda, ti parla e ti risponde e non ti conosce. Non volere consolazione se non da lei e lei è l’unica a non sapere che ne hai bisogno perché stai per morire!”.
Tirando le somme, “ L’ultimo giorno di un condannato a morte” è un testo le cui basi sono racchiuse nel sentimento umano, e non sull’aspetto giuridico della tematica affrontata.
Ad oggi, sono 104 i Paesi al mondo che hanno abolito la pena capitale per tutti i reati. Di contro, altri 57 Paesi la mantengono in vigore; tra questi ultimi figurano gli Stati Uniti da molti elevati a modello assoluto di Democrazia.
Non andiamo troppo lontano: fa scalpore  la Turchia volenterosa di reintrodurla, ripiombando così in uno stato di primitiva barbarie.
Se compito di una società civile è correggere per progredire, beh, qualcuno dovrebbe rivedere la propria posizione.
Non scordiamo due elementi fondamentali: rieducare, sempre.  Mai, e dico mai, violare dignità e diritti umani.