Un testo che aiuta a pensare a come vivere da cristiani nel mondo. Chi si metterà a leggere questo libro stia pronto ad ascoltare cose “scomode”, di cui non se ne parla apertamente, eppure decisive per il futuro del cristianesimo.

di Walter Magnoni

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Qual è la luce di cui parla Zanchi? “Si tratta della tremula fiamma sufficiente a incoraggiare il cammino […] il compito dei credenti è ancora quello di tenere accesa, per il bene di tutti, la semplice fiamma della via evangelica”. Don Giuliano Zanchi, intelligente prete della Diocesi di Bergamo, lavora sul linguaggio cosciente che molte parole nel tempo muoiono e tra queste a un passo dalla morte vede l’aggettivo “cattolico”. Egli sente il bisogno di silenzio. “Una libertà di tacere che non contravviene al compito di testimoniare”, insomma a fronte del frastuono mediatico il silenzio può essere arte da riscoprire insieme al “fragile esperimento” del vivere legami di comunione.

Una domanda guida il testo: a cosa servono i cristiani nel mondo?

Non riprendo le interessanti e provocatorie analisi sulla figura del prete, del laico e sul ruolo della donna. Lascio al lettore pagine lucide e capaci di mostrare il nocciolo di molti problemi. Una tesi originale che Zanchi ci sottopone è quella secondo cui: “la figura del prete oggi è in crisi perché è in crisi il ruolo della comunità” e la comunità può risolvere questa situazione di fatica solo rispondendo all’interrogativo già posto: per cosa esistono i cristiani nel mondo?

“Cosa ci sarebbe di più dirompente di una comunità di uomini e donne che realmente vivono volendosi bene, prendendo sul serio anche i conflitti, mostrando come ci si prende cura dei legami, di accogliere i bambini, di accudire i vecchi, sostenere i giovani, onorare in modo esemplare la legge, creando reti di protezione per i più fragili, mettendo intelligenza nelle questioni della vita civile, mostrando disinteresse per vantaggi esclusivamente personali, adottando uno stile di vita sobrio, prendendo sul serio il potente slancio della povertà attraverso l’attento discernimento delle risorse economiche, lavorando senza mire corporativistiche al bene comune, alla costruzione della città di tutti, e via di seguito, ritenendo che tutto questo sia realmente essere uomini e donne come Dio comanda?”

Questo è l’orizzonte prospettato nel libro. Interessanti anche le riflessioni sulla carità e sul fatto che questa deve rimanere un segno e “avere coscienza del suo limite”. Zanchi denuncia i rischi della carità e la tentazione “di trasformare ogni sasso in un pane”. Altre questioni che il saggio affronta sono la liturgia, la Scrittura, la cultura. In merito a quest’ultima la tesi è sintetica ma efficace: “la cultura non serve a sapere più cose. Ma a essere più umani”.

Un testo che si conclude riprendendo la lettera agli esiliati del profeta Geremia, dove in una situazione difficile, Dio rilancia la speranza. Così fa anche don Giuliano quando afferma: “Bisogna amare il proprio tempo come si abita la propria casa per restare sulle tracce della speranza”.

Insomma, leggete questo libro e avrete molti spunti su cui confrontarvi. E se per caso a tanti interessa, potremo farlo con l’autore stesso e di certo sarà per tutti un tempo ben speso. Buona lettura!