Nel nuovo libro Perché il populismo fa male al popolo, scritto con Chiara Tintori, padre Bartolomeo Sorge va al cuore del problema populista presente in Italia come in Europa

Silvio Mengotto

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*B. Sorge, Perché il populismo fa male al popolo, Edit. Terra Santa, Milano, 2019

«L’equivoco di fondo – dice Sorge – del populismo sta nel ritenere che la maggioranza parlamentare si identifichi con il popolo tutto intero, legittimando il comportamento trasgressivo dei leader eletti, che ambiscono a conquistare spazi di potere sempre maggiori. Occorre prendere posizione  con coraggio su una serie di sintomi, espliciti indicatori di un cancro della nostra democrazia». La lucida e coraggiosa conversazione di Sorge lancia un grido di allarme preoccupato sulle derive istituzionali nel nostro Paese, in Europa e nell’intero Occidente. Sorge propone tre cammini: i mali del populismo, le strade virtuose e la Chiesa «ospedale da campo».

I mali del populismo

In primis si denuncia l’esaltazione dell’apparenza sulla sostanza, cioè «la superficialità con cui l’attuale politica, ossessionata dal consenso, affronta problemi complessi – immigrazione, povertà, disoccupazione – evitando di indagare, con la necessaria competenza, le radici profonde dei mali che affliggono la società italiana». Nel populismo c’è un uso distorto del potere. «Il populismo sacrifica i valori all’efficacia, la qualità alla quantità, l’essere all’apparire. Proprio per questo, papa Francesco insiste sul fatto che «il tempo è superiore allo spazio», cioè che abbiamo bisogno di aprire processi di cambiamento, più che acquisire spazi sempre più ampi di potere. I valori trascendenti, universali, non si possono sacrificare ai risultati immediati della logica politica ed economica».

Altra preoccupazione è che il populismo non vede l’altro. «Il Presidente della CEI, il cardinale Gualtiero Bassetti, nella prolusione ai lavori della sessione invernale del Consiglio permanente del 14 gennaio 2019 è stato molto chiaro: «Sui poveri non ci è dato di dividerci, né di agire per approssimazione: la stessa posizione geografica del nostro Paese e, ancor più, la nostra storia e la nostra cultura, ci affidano una responsabilità nel Mediterraneo come in Europa». Il problema è che il confessionalismo ideologico, rifiutando la cultura dell’incontro e ogni forma di “laicità positiva”, è incapace di avere una visione oggettiva della vita politica e sociale. Agli occhi dei populisti sfugge la figura dell’altro. Il diverso diventa, per ciò stesso, nemico e invasore». Questa cecità porta il populismo al rifiuto del pluralismo e dei diritti delle minoranze. «Molte forme di populismo sono solo varianti del personalismo tipico delle forme dittatoriali di esercizio del potere politico. […] Se assumiamo che esista un popolo omogeneo, allora i diritti delle minoranze non troveranno più spazio, verranno negati. Invece, una politica tesa al bene comune è una politica capace di riconoscere che «il tutto è superiore alla parte», come ci ricorda papa Francesco».

Le strade virtuose

L’antidoto al populismo è un “popolarismo” moderno e ancora ispirato all’Appello ai liberi e forti di don Sturzo (1919) – che con straordinaria lungimiranza aveva posto i fondamenti di una “buona politica” e di una “laicità positiva” -, ma capace di declinarsi oggi nelle nostre società multiculturali e multi religiose.

Recuperando la memoria della primavera di Palermo, per Sorge è possibile pensare anche ad una primavera per l’Italia. La primavera palermitana non è nata per merito di un partito ma, al contrario, dalla rivoluzione delle coscienze dei cittadini palermitani contro il cancro della mafia. «Arrivato in Sicilia – ricorda Sorge – nel 1985, mi apparve subito chiaro che il riscatto di Palermo e dell’Isola, di fatto in mano alla mafia, solo poteva venire attraverso il rinnovamento della politica, cioè grazie a una generale riscoperta dei valori ideali, a una riforma delle istituzioni e della classe dirigente, ma soprattutto grazie al risveglio della coscienza dei siciliani. […] La vera novità fu il modo nuovo insaturato di fare politica. La precedenza assoluta fu accordata al programma delle cose da fare e non alla ripartizione delle “poltrone”. […] Questa novità fu possibile, non perché si formò un nuovo partito, ma perché partiti diversi, movimenti, associazioni, centri culturali, sindacati, gruppi sociali e semplici cittadini si trovarono tutti uniti nell’unico ideale; ristabilire la legalità a Palermo. Fu il risveglio della società palermitana».

Cambiare è possibile. L’attuale contratto di governo è insufficiente perché manca di un pavimento fatto di valori comuni. La storia si può solo orientare non fermare. L’importante che ci sia l’acqua della tensione etica in Italia come in Europa. Per tutto questo è necessario la costruzione di un progetto. Il populismo nasce ogni volta che la politica muore perché manca l’anima di un progetto comune. Da qui nasce l’importanza di sviluppare una laicità positiva che «consiste nell’incontraci in ciò che ci unisce tra diversi, per crescere insieme verso un’unità sempre maggiore, nel pieno rispetto dell’identità di ciascuno, in vista del bene comune». Un progetto che prevede il rinnovamento degli stessi partiti. «Nella situazione che oggi si è creata in Italia, la soluzione non sta nella creazione di nuovi partiti (neppure di uno “cristianamente ispirato”), ma dalla piena maturazione della coscienza democratica dei cittadini, adeguatamente formata. Una volta finita l’epoca delle ideologie dei massa, occorre rivedere pure la vecchia forma ideologica dei partiti che le incarnavano»

La Chiesa “ospedale da campo”

In un mondo globalizzato e secolarizzato per la Chiesa si pone il problema di come dialogare con questa umanità, come presentare la sua missione.  «L’evento Bergoglio ha ridato alla Chiesa, fin dal primo momento, speranza e coraggio. Il dichiarato proposito del nuovo pontefice di dedicarsi a rinnovare la Chiesa ad intra, come il Concilio Vaticano II aveva insistentemente richiesto, ha prodotto l’effetto benefico di una pioggia primaverile sulla terra riarsa e screpolata». Proprio all’interno della Chiesa le maggiori critiche a papa Francesco sono nate dal fatto che egli si muove in totale fedeltà al Concilio Vaticano II. «Il picco delle accuse si è avuto in occasione della pubblicazione dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetia (2016) sull’amore nella famiglia, nonostante che essa raccolga le conclusioni di ben due Sinodi mondiali dei vescovi /2014-2015)».

Qual è il comportamento concreto da assumere? Per Sorge è quello del «realismo di Dio», cioè il guardare «i problemi con gli occhi di Dio. «Non si tratta – spiega – di non proporre l’ideale evangelico, no non si tratta di questo. Al contrario [il realismo di Dio] ci invita a viverlo [l’ideale evangelico] all’interno della storia, con tutto ciò che comporta. E questo non significa non essere chiari nella dottrina, ma evitare di cadere in giudizi e atteggiamenti che non assumono la complessità della vita». La sfida è «la correzione del modello europeo delle vecchie relazioni esistenti tra il centro e la periferia. Il Papa confessa di aver preso dal pensiero di Amelia Podetti la riflessione sul cambio di prospettiva che si ha, se si sceglie come punto di partenza non il centro ma le periferie. La trasformazione culturale si apre allora all’ottica evangelica che parte dai poveri e dagli emarginati. Ecco perché l’espressione «la Chiesa come ospedale da campo», tanto cara a papa Francesco, è quella che meglio risponde alla missione evangelizzatrice della comunità cristiana di oggi, rinnovata dalla dinamica della Chiesa latino-americana, portata da papa Francesco sul soglio di Pietro. Una Chiesa, cioè, chiamata a sanare tanti brutti mali che affliggono l’umanità e le singole nazioni, compreso quello che il populismo oggi sta facendo all’Italia».