E’ meglio una vita impeccabile o un’esistenza autentica? Gli imprevisti possono trasformarsi in opportunità? Il nuovo libro di Marco Erba è una storia di crescita e formazione, che mostra come ogni ostacolo possa diventare una rampa di lancio. Abbiamo intervistato Marco Erba

di Silvio Mengotto

Erba

Marco Erba, insegnante e scrittore, è l’autore del nuovo romanzo La casa viola (Edit. Ancora). Vive in provincia di Milano con la sua famiglia e un cagnolone molto simile a Neve, il cane bianco di Clelia la protagonista del romanzo. In tutti i libri di successo di Marco Erba (Fra me e te, Quando mi riconoscerai e Città d’argento) al centro della narrativa troviamo i giovani e gli adolescenti. Il periodo della Pandemia ha portato ai giovani nuovi problemi e disturbi. Anche nel nuovo romanzo il sentiero dell’educazione viene percorso alla luce della esperienza pandemica. Come nei precedenti romanzi lo spazio, anzi gli spazi, educativi degli adulti e della famiglia sono al centro di questa storia.

“Se vogliamo – dice Marco Erba – stare sul fronte adulti c’è l’idea che per educare ci vuole tempo e relazione. Ci vuole vicinanza, accoglienza, ascolto. Non basta il benessere. A volte c’è il mito che ai miei figli faccio avere tutto, allora sono un buon genitore. Ma non basta dare tutto, bisogna dare di più! Bisogna dare sé stessi. Nel libro i genitori fasulli di Clelia sono benestanti che danno tutto alla loro figlia, ma non danno la cosa più importante che è il tempo, la vicinanza, l’affetto e lo spazio di raccontarsi. C’è un secondo tema: educare non significa pretendere la perfezione. I genitori di Clelia nel mondo di Margarita danno per scontato il fatto che lei sia efficace in tutto ciò che fa, sia performante, ma anche questo è un falso mito che porta a problemi come l’ansia da prestazione e l’incapacità di affrontare serenamente le sfide. I due fronti sono educo non dando cose, ma tempo, cioè vicinanza, ascolto e relazione. Educare significa accompagnare non imporre una prestazione o un traguardo da raggiungere a tutti i costi in modo performante”

C’è uno scontro tra una vita virtuale imposta a discapito di quella reale e della verità?
“Questo è un grande tema. Il mondo virtuale, ne siamo immersi, a partire dai social ai video giochi, ai passatempi. Il mondo virtuale a volte rischia di essere una prigione perché in quello spazio posso essere chi voglio. Posso avere una vita ideale, ma la realtà costa fatica. La Pandemia ha portato molti giovani a isolarsi in questo mondo chiuso in una stanza dove chatto, parlo, gioco con chi voglio a distanza senza la fatica della relazione. Non è un caso che sono aumentate le ansie scolastiche e l’incapacità di affrontare la realtà. Il dilemma forte è vuoi una vita che piace a te dove hai tutto ciò che vuoi, o vuoi la verità? Non so se tutti risponderebbero col coraggio di Clelia: “voglio la verità”. Certe cose del virtuale, del fasullo, sono molto comode ed è difficile rinunciarci. La grande sfida è scegli la verità, sceglie la realtà? Accetta il contatto anche duro con la realtà? C’è un’altra questione che la felicità passa per l’imperfezione del reale”

Che significa?
“Il punto non è avere una vita perfetta, ma quello di avere una vita felice. La felicità sta insieme col limite e il dolore. A volte noi pensiamo che i limiti, le ferite, il dolore e gli incidenti di percorso siano antitetici alla felicità, ma non è così perché sono la strada per una felicità autentica piuttosto che una perfezione fasulla. Questo è il messaggio fondamentale del libro. Quando Clelia scopre la sua verità fa i conti con delle perdite, dei limiti, ma dentro questa verità trova delle relazioni autentiche che sono impagabili”

L’illusione può diventare il nuovo Paese dei balocchi, una nuova droga del millennio?
“Il Paese dei Balocchi, di collodiana memoria, il virtuale già lo contiene. Penso al videogioco Hay Day. Si tratta della costruzione di una fattoria. Giocando con mio figlio mi dice “pensa che bello se potessimo vivere davvero dentro a quel mondo”. Detto da un bambino di otto anni è significativo. Un mondo tranquillo dove fai il contadino rilassato, dove stacchi da tutti. Non solo. Ci sono mie studentesse e studenti che pagano denaro reale per acquistare delle chiavi che consentono di fare determinate cose. Sono giochi che, oltre ad avere una parte gratuita, offrono la possibilità di implementare il tuo mondo a pagamento. Personalmente, tra i banchi di scuola, conosco studenti che pagano, la mancia della nonna e il denaro reale, per implementare un mondo virtuale. Evidentemente questo è una dipendenza. Devo pagare denaro reale per implementare qualcosa di finto. Certo, il virtuale può creare dipendenza. La casa viola dice esattamente che bisogna guardarsi. Il mondo reale di una fattoria, non quella ideale di Hay Day, ha la puzza ma anche il profumo. Gli animali magari ti mordono ma se ti ci relazioni ti danno un’enorme soddisfazione e serenità, molto di più di quelli fasulli. La realtà è sempre molto di più dell’illusione, più rischiosa, più pericolosa, più tagliente ma che da una gioia più profonda ed autentica. Il rischio di anestetizzarsi come una droga, in questi mondi perfetti e fasulli da cui fuggire, assolutamente esiste. Penso anche alla vita degli influencer. Ogni giorno si sveglia e pensa alle storie che deve fare, ai post da mettere, cioè l’agenda piena di come devo apparire nel mondo virtuale, cosa devo raccontare e cosa racconti sostanzialmente di te, il chiacchericcio. Questa cosa ti stacca da tanto altro che vale molto di più. Poi, ovviamente, non sto demonizzando il virtuale che offre grandi opportunità, ma veramente è un’arma potentissima da cui guardarsi e La Casa viola vuole raccontare questo”

Non crede che il vecchio che vive nella casa viola ricorda il Grillo parlante di Pinocchio?
“Certamente i personaggi di Pinocchio li ho dentro. Scrivendo questo nuovo racconto non pensavo a Pinocchio ma, a livello inconscio, quando una cosa fa parte di te emerge. In effetti il vecchio della casa viola è la parte autentica di te di fronte alla quale non puoi mentire perché tutti noi abbiamo una coscienza, tutti noi ci specchiamo in noi stessi. Poi c’è chi impara a mentire benissimo se stesso, ma c’è sempre qualcuno, per questo c’è bisogno di amici, di relazioni autentiche, di educatori, che ci riportino alla parte vera di noi stessi. Il vecchio svolge questa parte e all’inizio del racconto fa paura. Fare i conti con sé stessi fa molta paura, però ti libera perché la “verità rende liberi”, ma questo è la citazione di un personaggio più famoso di me”