Proponiamo la presentazione a cura di don Angelo Casati del libro di Marco Campedelli

di don Angelo Casati

vangelo

Non sono uomo di presentazioni, Marco lo sa: se me lo ha chiesto, è per altro, per il filo rosso dell’amicizia che ci lega da tanto tempo.

Del mondo di Alda Merini e della sua poesia altri potrebbero dire con un linguaggio critico  e  Marco ricorda nomi e pensieri.

Non solo non mi appartiene l’arte di un critico letterario, ma nemmeno quella di un teologo. Io so andare solo per sussulti. Ma, per grazia, dopo di me c’è una teologa,  amica anche se la frequentazione è da lontano. Che è raffinata teologa, presiede il coordinamento delle teologhe italiane. Sa di teologia, ma non solo: è donna, e poi è una donna che la teologia l’ha praticata abitando per anni i campi Rom, prima in Toscana  e poi a Verona. Io ho chiesto di parlare per primo, perché qualcuno poi colmasse la mia parzialità E sia una donna! Un donna che ha conosciuto, vivendole, le periferie. Sono felice che sia qui oggi  lei a parlare del libro.

Vi dicevo, vado per sussulti.

E ho indugiato all’inizio sul titolo dato al libro: “Il Vangelo secondo Alda Merini”. A colpirmi la piccola parola “secondo”. Potrebbe alludere a una arbitrarietà: “Il vangelo secondo me, secondo te, secondo lui”. Quasi fosse ferita una oggettività par dare spazio a un soggettivismo esasperato, bizzarro, stralunato.

“Il vangelo secondo Alda Merini”: qualcuno potrebbe ritenerla una intrusa: tra Matteo, Marco, Luca e Giovanni, Alda Merini! Ebbene già il fatto che siano in quattro a dare la buona notizia – e non ripetendosi – mi fa pensare che l’avventura del profeta di Nazaret non la si possa chiudere in una sola narrazione. E la differenza la fanno gli occhi, gli occhi di chi guarda o che luce c’era quel giorno. Ricordo che, anni fa, a uno che si diceva non interessato a visitare un chiesa del mille perché già conosciuta, colui che stava invitando  disse: “Ma come era la luce quel giorno? Da dove entrava?”.

Da dove entrava, quando la Merini pensava, sognava, narrava di Gesù? Può accadere, è accaduto che la luce della sua poesia e del suo vissuto rifrangendo sul vangelo ne abbia fatto scaturire scintille, che già erano in germinazione nel libro, ma attendevano qualcuno che, martellando la pietra, la facesse fiorire in scintille. Una sorta di contaminazione. Affascinante contaminazione. Dopo la contaminazione – di vissuti e sguardi – avvenuta con Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

Scriptura crescit cum legente” recita una formula di Gregorio Magno cui va la memoria di Marco che scrive: “Con una sorta di manomissione poetica potremmo pensare anche a scriptura crescit cum poetante. Il vangelo rimane lo stesso, con tutta la poesia che contiene, però la poesia della Merini ci spinge a immaginare i dettagli dello stupore, la consistenza delle lacrime, lo sbocciare di fiori al passaggio del Messia”.

Ma sostando ancora su quel “secondo”, “secondo Alda Merini”: mi si affaccia un altro “secondo”: il vangelo “secondo” Marco Campedelli. L’impressione che, leggendo il libro, ricavavo – a qualcuno potrà sembrare un limite, per me invece  è un aspetto intrigante – è proprio questa: che il libro appare quasi come una gestazione a due. A generare si è in due: forse anche un libro non è mai veramente nato, se a scriverlo è un solitario: da soli si può produrre, ma non generare.

Il “Vangelo secondo Alda Merini” è colmo di nascite. Viene da due, stretti insieme, a volte distingui e a volte non distingui. Ma non accade forse questo anche nella vita di ciascuno di noi? E che cosa nella vita di ognuno di noi è solo nostro? Marco ricorda, come velandole, le lunghe ore nella casa della Merini, lunghe ore di un colloquio che non fu solo di parole vuote, fu contaminazione reciproca, anche su Gesù e la bella notizia del vangelo. Scrive nel libro:

“Spesso le poesie nascevano dentro conversazioni e situazioni della vita, come quando si era fatto ormai tardi e lasciai la sua casa sui Navigli, correndo per prendere l’ultimo treno. Arrivato a casa, già squillava il telefono, e la Merini dettava:

“Se tu non venissi come un vento

portato da uno strano uragano

senza timbro di sacrificio

quasi mandato via dalla città

io ti avrei preparato

un orto piccolo piccolo

e forse un Samovar

poi ti avrei portato con me

di fronte alle montagne

e lì avremmo mangiato il giorno

come une mela fresca

ma non è stato così

hai sempre alle calcagna

gli orari dei treni

e mi sembra che tu scappi

rincorso da mille vocianti cani.

 

E vengo alla parola “vangelo”, parola preziosa, come preziosa è la parola poesia.  Viene prima o viene dopo la poesia? Intrigante la domanda. Sembra tentare una risposta Marco quando, mettendoci in guardia dal pensare che le poesie della Merini siano illustrazioni devote, ci dà il significato sorgivo del libro e scrive:

“Dire “vangelo secondo Alda Merini” significa anche riscoprire, prima dei riferimenti evangelici, dei tracciati biblici, quella buona notizia che la parola vangelo significa. Vangelo è buona notizia. Si potrebbe dire anche: bella notizia. La poesia della Merini è buona notizia, una bella notizia; è, paradossalmente, vangelo prima del vangelo, e nasce di fatto come buona notizia dentro la sua carne di donna. Non è illustrazione di una pagina sacra, ma esprime il sussulto del divino, che spinge dentro la vita. La buona notizia, il vangelo di Alda Merini non è un ossequio confessionale alla religione, ma piuttosto il tracimare di un mosto evangelico che fermenta dentro le misteriose e quotidiane sorprese dell’esistenza. In questo senso la poesia si fa religiosa proprio quando rimane fedele alla laicità del vivere. In quella vita umana (laicamente umana), non distinta dal privilegio religioso, riposa l’umanità sulle ginocchia di Cristo. Il Gesù attento alle persone, alla loro fame, al bisogno di salute, di felicità, è il Gesù non prigioniero dell’ideologia religiosa e proprio per questo più verosimilmente fedele all’originale”.

Scrive José María Castillo che […] pensare a un Dio ch’è indifferente di fronte alla felicità umana significa snaturare Dio. E peggio ancora è credere in un Dio che in qualche modo ci si presenta come un rivale della felicità umana: perciò, immaginare che amiamo di più Dio perché amiamo qualcuno meno in questa vita, è sicuramente il peggior danno che possiamo fare a Dio”.

Il libro vive di questo sconfinamento, di questo straniamento, che diventa incandescenza. E proprio per questo il libro è una miniera.  Vorresti fermarti come sedotto ad ogni pagina. Alda con la sua poesia e Marco con la sua scrittura poetica ti restituiscono, pagina dopo pagina, fessure da cui intravedere Gesù e il suo vangelo. Non dico definire, intravedere. E lo sguardo della poesia fa il miracolo: è come se tu vedessi riapparire i colori.  Mi è accaduta nella vita questa avventura di vedere affreschi, cui lungo i secoli erano  state sovrapposte coloriture pesanti o statue lignee rivestite improvvidamente di un grigio indistinto, soffocante. E poi, per grazia di mano, in  restauro  vedere riemergere – occhi stupefatti  – il colore antico. Come se si riaccendessero e mi parlassero, mentre prima erano mute. Sono stato prete, ma uno dei mestieri che avrei potuto sognare, forse sarebbe stato questo: uomo di restauri. Forse un prete lo può essere in altri territori. Nei territori dei testi sacri certo, ma anche in territori altrettanto sacri, quelli dell’anima di ogni creatura, altrettanto sacra.

Ebbene in questa operazione di restauro del vangelo che porta a una sorta di innamoramento di Gesù, di quello dei vangeli – non certo quello ingrigito da documenti senza accensioni –  gioca un ruolo straordinario, affascinante, la poesia. Dopo tutto – o forse prima di tutto – non era forse Gesù stesso un fascinoso poeta e, come tale, viandante, al punto che sarebbe cosa sacrilega, sconsacrazione, ridurlo a un arido, immobile assertore di dogmi.

“Quello che fa Alda Merini con la sua poesia e in particolare con il suo teatro evangelico è quello di “far cantare” i sentimenti del vangelo, farne sentire la pelle, gli odori, i sapori. Liberare la musica che impregna le pareti della Scrittura”.

Marco parla di teatro e di sentimenti. Il Gesù di Alda Merini è per le strade, perché, fuori da ogni restrizione, donne e uomini e giardini fioriscano

Alda parla di teatro evangelico. Ed è un teatro viaggiante. Accadeva un tempo quando i racconti di Gesù erano per le strade e a impersonare i personaggi dei vangeli erano gli umili, e la lingua era quella del popolo. Il racconto non era trattenuto, sorvegliato, era bella notizia. Anche per questo Marco ricorda, per farcene sentire l’odore. il racconto in Mistero Buffo di Dario Fo.  Che, a ben pensare narrava di un Gesù vero, fatto carne e non impallidito, fatto esangue  dalle nostre omelie. Ricordo i calvari della Bretagna, che mi raccontavano Gesù con quei visi tozzi e le mani larghe. Molto più emozionanti dei Gesù  di tante opere alla fin fine solo devozionali. Un Gesù viaggiante, “l’uomo che cammina” direbbe Christian Bobin. Cammina verso le periferie.

Aveva camminato verso di lei, in un manicomio, Terra santa. Santa non perché da ricercare fosse la spietatezza lugubre del luogo, ma santa perché, per avventura di grazia, fu per lei la scoperta di un Dio che ti sogna, in attesa di farti fiorire, come succede agli amanti. Con un ribaltamento sorprendente, affascinante, di immagini.

Scrive Marco: “Gesù che ribalta le nostre immagini di Dio. Un Dio affaticato quello del teatro evangelico di Alda Merini, non onnipotente, un Dio fragile che la vita stanca. Un Dio che non solo si prende cura, ma che lascia che qualcuno si prenda cura di lui. Che si fa curare i piedi escoriati, da impenitente camminatore. Un Dio che si affida perché ha fede nell’umano, nella donna che questo umano porta all’estremo della grazia e della bellezza. Un Dio a cui la Merini si rivolge:

“O Dio, pieno di grazia

che tremi tra le dita delle donne,

o Dio tremendo che baci il sole,

che diventi rugiada,

o Dio di Dio,

che scomponi le labbra

e le unisci nella preghiera,

Dio che divarichi il cuore

e poi lo ricomponi:

Tomba di gioia e tomba di salute,

Dio di granito che scompari e appari,

Dio che delle sue estasi

ha una sola memoria

e che bagna il fiume del poeta”.

Questo “aver cura di Dio” ci riporta nella baracca in cui Etty Hillesum scrive una domenica mattina nel suo quaderno:”Una cosa, però, diventa sempre più evidente in me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e

in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te, in noi stessi, mio Dio”.

 

Faccio un indugio,  per dire che nel libro trovano ospitalità nomi e nomi di donne e di uomini, non solo dei vangeli, ma della storia, e non solo di un un cristianesimo istituzionale. E se da un lato il libro è segno di una contaminazione fuori dei recinti, universale, dall’altra è testimonianza limpida  delle frequentazioni e delle incursioni di Marco nelle molteplici fascinose avventure dell’umano: poeti, scrittori, musicisti, il teatro, il cinema, l’arte, la cronaca, cantano i suoi sconfinamenti. Un teatro viaggiante anche in questo senso.

Ma proprio perché la poesia della Merini, chiamata a confronto con ls vita, ci fa uscire per le strade e ci sveste degli abiti dell’astrattezza, della indeterminatezza. ritornano parole a lungo negate o in esilio anche nella storia cristiana: parole come “donna”, “sentimenti”, “passione”, “corpo”, “sensi”. Le parole ritornano  e raccontano Dio, raccontano Gesù.  

Scrive Marco: “La donna spogliata di tutto, della sua stessa dignità, rinchiusa nel manicomio, coltiva quello che più è suo, quello che le nasce dentro, come un fiore che nessuno le può strappare. Per questo la Merini risponde al vuoto d’amore con il pieno dei sentimenti. In un mondo anestetizzato, la nostra poetessa interroga i sensi, li libera, li difende come ultima roccaforte del suo paesaggio interiore. La poesia della Merini è una poesia che attraversa la foresta dei sentimenti, sosta sotto la sua ombra, attende paziente la luce filtrare dagli alberi. Sentimenti e sensi sono il corpo stesso della sua poesia, un corpo che sente il freddo e il caldo, che ha scritte nella pelle le ferite e le indicibili gioie della carne”.

Scrive la Merini:

A me piacciono gli anfratti bui

delle osterie dormienti,

dove la gente culmina nell’eccesso del canto,

a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,

e i calici di vino profondi,

dove la mente esulta,

livello di magico pensiero.

E  Marco commenta. “Le osterie come sottobosco di un mondo altro. Non quelle griffate di cui si lamentava, le osterie-boutique di una certa Milano, ma quelle in cui si incontra ancora la vita con il suo eccesso, con la sincerità del vino, del pane ancora profumato. Nelle «osterie dormienti» dove si può raccogliere letame e far nascere fior, come recita un immortale verso di De André. In una di queste osterie la Merini pensava di aver incontrato il suo Gesù. L’ebreo che amava la danza, che cantava con una voce bella, alta, generosa. Quello di cui dicevano “mangione e beone”il Messia amico dei «pubblicani e delle prostitute»; non un Gesù da oratorio a cui si strappano le carni, il Gesù vestito da “prima comunione”, lontano dai luoghi dove la vita sgorga, si increspa, cade in un salto mortale, ritorna come un sogno. Questo Gesù frequentatore dei luoghi non tutelati, perfino non consigliati. Un Gesù che viene prima della “morale”, che va oltre la morale, quella che ha inventato la religione per ammansirlo, per togliergli la forza deflagrante, per renderlo un Cristo innocuo”

 

Pongo fine a questi pensieri che non pretendono di raccontare un libro e confessano la parzialità della mia lettura, indugiando  sulla bellezza e la poeticità della scrittura di Marco, che ti fanno lettore, curioso e stupito ad un tempo. Potrei scegliere tra una moltitudine di pagine. Ne scelgo per finire una, quella che racconta di Maria: ”Maria” scrive ” è la casa delle mille madri, la quercia delle donne sterminate dal male. Maria è donna come la prima che apparve nel mondo, donna che porta nel suo corpo il principio della creazione. «Donna, ecco tuo figlio!» recita il vangelo di Giovanni. Terra, ecco l’umanità. Una donna-terra che germoglia con tutti i mandorli e i ciliegi, le vigne e gli uliveti; questa umanità orfana trova in lei casa. Dalla sua finestra Maria vede il mare e i mille e mille che si inabissano nelle acque oscure. Vede il faro del porto aperto che spalanca le vetrate del mare. Dalla sua terra rossa di sangue e di arance vede danzare il popolo di donne e bambini scampati dalla guerra, le reliquie viventi del Dio torturato. Nelle sue mani germoglia il grano. I figli, come il pane, profumano di domani. La sua terra non sarà più distrutta. «Ecco tua madre!», questa madre- terra ferita dalla spada, recintata dal filo spinato e consegnata a ogni essere umano”.

La poesia di Alda Merini e la poeticità della scrittura di Marco Campedelli. Qualcuno potrebbe scuotere la testa e dire che ci vuole ben altro in una stagione problematica come la nostra. E non sarà proprio questo che manca? In uno squarcio, per me luminoso del libro, Marco scrive: ”L’Accademia non si accorge che la poesia allunga le braccia, spalanca gli occhi, rigenera il respiro nei polmoni. Che la poesia fa pensare, e riattiva il battito perduto del cuore. Che insomma è un bene di prima necessità. Come il pane. O come l’olio del frantoio. Come l’acqua nel tempo della sete. (…). Quelli che si occupano del bene comune, tutti coloro che “fanno politica” dovrebbero occuparsi di poesia. Non dico scrivere versi. Ma leggere poesia. Leggere Leopardi, prima di inoltrarsi a parlare dei problemi del paese. Leggere i poeti almeno due volte al giorno. La mattina mentre arriva la luce e la sera quando se ne va.  In tutti i municipi dei nostri paesi e città dovrebbero esserci insieme ai distributori di acqua i distributori di poesia, utili soprattutto a coloro che in questi paesi e in queste città sono chiamati a decidere del bene pubblico. Perché prima di decidere se tagliare gli alberi, se asfaltare una strada, se mettere un’improbabile segnaletica, come fare una scuola, come costruire le case e perfino i cimiteri, si possano imparare parole nuove. Soprattutto quando si parla delle persone, della loro dignità, dei loro diritti”.