Un libro a due voci: una donna e un prete che parlano della malattia e non solo.

di Walter Magnoni

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L’incipit è posto da Beatrice che narra della sua malattia e lo fa con realismo e senza scadere mai nella retorica. Ma il testo diviene subito un dialogo a due voci perché a risponderle a più riprese è Roberto, amico caro di Beatrice, sacerdote e teologo.

È un libricino delicato che a partire dal tumore si allarga su molti temi esistenziali e pone al centro la forza delle relazioni significative. La famiglia ed in particolare il marito di Beatrice sono centrali nel testo e mostrano come gioie e dolori chiedono di essere condivisi e che da soli non ce la possiamo fare.

“Stare nel corpo non ha mai, fin dall’inizio, i toni della facilità”. È molto profonda una riflessione che Roberto abbozza sul “corpo”, così come quella sul nesso e le differenze tra salute e salvezza.

In realtà dentro il filo della narrazione vi sono immagini molto belle, tra le tante mi piace riportare quel passo dove Beatrice racconta: “Un signore anziano, seduto accanto a me, mi chiede chi mi stia accompagnando in quei giorni di cure. Gli ricordo che vengo sempre con mio marito e – ricordo come fosse ieri il tono della sua voce e le luce dei suoi occhi – lui mi dice: dica a suo marito di amarla sempre tanto!. E mi racconta: malato di tumore a un polmone da tanti anni, tredici anni, aveva sempre avuto accanto la moglie che, giorno dopo giorno, lo curava con tanta pazienza e sacrifici; anno dopo anno, cura dopo cura; finché un giorno questa donna si era ammalata, un tumore anche lei, e in sei mesi era morta. E il signore, visibilmente commosso, mi diceva il suo dolore per essere stato tanto a lungo assistito e non avere potuto assistere con la stessa perseveranza. E continuava a dirmi che sua moglie è la cosa più preziosa che ci sia e la più bella e la più grance e che io dovevo dirlo a mio marito perché se ne ricordasse sempre”.

Il titolo del libro nasce da quella cena in cui Beatrice parlando ai figli della chemio e della sua imminente perdita dei capelli. Il figlio capisce subito: “allora mamma, vuol dire che hai avuto un tumore; un bambino a scuola è senza capelli perché ha avuto un tumore, quelli che perdono tutti i capelli hanno un tumore”. Con naturalezza Beatrice e il marito non nascondono i fatti e a questo aggiunge un gesto: “mi alzo, prendo dall’armadio una delle mie lunghe sciarpe, confeziono davanti allo specchio un bel turbante e rientro in cucina come una star”. Tutti sono divertiti dalla scena della mamma col turbante e finiscono di mangiare sfoggiando quattro bellissimi turbanti. “Ricordo quel pranzo come uno dei più belli e importanti della nostra famiglia dal quale ho tratto una forza bellissima.

In un’epoca che esorcizza la malattia, il testo di Beatrice e Roberto ci porta a riflettere a partire da un’esperienza non voluta ma accolta senza scadere nella disperazione e lo fa con intelligenza e semplicità.