“ Non restava ormai che quel cuore angosciato, avido di vita, ribelle all’ordine mortale del mondo, che lo aveva accompagnato per quarant’anni e continuava a battere con la stessa forza contro il muro del segreto di ogni vita, con la volontà di andare più in là, di andare oltre, e di sapere finalmente per essere, una volta, un solo secondo, ma per sempre”.

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Il 4 gennaio 1960, Albert Camus trova la morte alle porte di Sens. Tra i rottami della macchina su cui viaggiava, accompagnato da Michel Gallimar suo editore, viene trovato un manoscritto: 144 pagine, un insieme di correzioni, aggiunte, varianti e cancellazioni. Stiamo parlando della stesura originaria de “Il Primo Uomo”, opera (uscita postuma e incompiuta) a cui lo scrittore Premio Nobel per la Letteratura, stava lavorando al momento dell’incidente in cui perse la vita.

Romanzo forte, commovente ma soprattutto autobiografico. Jaques Comerj (Albert Camus stesso), decide di fare ritorno in quella che fu la sua terra natia: l’Algeria. Ciò che cerca, è il ricordo del padre deceduto durante la prima guerra mondiale, quando lui aveva solo un anno. Questa sua scelta, lo costringerà a compiere un viaggio a ritroso lungo la linea del tempo, portandolo così  ad abbracciare la sua infanzia trascorsa in un  quartiere povero della capitale algerina, la sua quotidianità, le sue amicizie e tutti i suoi sogni di bambino. Lui, Albert Camus: figlio di un uomo deceduto in guerra (e che praticamente  non conobbe),  figlio di una madre affettuosissima, appartenente a  una famiglia estremamente povera  che, nonostante tutto crebbe questo ragazzo con dignità; destinato però a lasciare la scuola per provvedere alle necessità famigliari.  Tutto ciò, farà emergere l’uomo ideale, “Il primo Uomo”, colui che quando muore viene dopo.

Nell’ambito di questo romanzo autobiografico, spicca fra tutte una figura: un insegnante. Già, quell’insegnate, che intuì immediatamente il talento di questo ragazzino, e che una volta resosi conto delle condizioni economiche in cui versava la famiglia, lo accompagnò passo a passo a vincere una borsa di studio. In realtà, questo personaggio, fu molto più di un semplice insegnante: fu un padre.  Vorrei utilizzare quella che fu la vita di un Premio Nobel alla Letteratura, per lanciare una serie di messaggi: investite sulla scuola, sul vero talento…forse, non avremo menti parificabili a quella del celebre filosofo e saggista, ma è proprio nei giovani il futuro del nostro Paese. Provate a non essere  dei banalissimi insegnanti di storia, letteratura, matematica o scienze. Tramutatevi in  educatori, in una sorta di “seconda famiglia” per ogni alunno. Sappiate coglierne le potenzialità, le inclinazioni naturali, sappiate veicolarle e stimolarle.

La storia di Albert Camus, è portatrice di speranza: non importa chi sei o da dove vieni, ciò che conta è dove puoi arrivare.