Si può parlare di Europa anche spostandosi da un monastero all’altro. Cosa ci consegna la tradizione benedettina? Perché l’Europa è un valore?

di Walter Magnoni

ilfiloinfinito

“È tempo di dire forte che l’Europa è un’anomalia che intralcia assolutismi, mafie, fondamentalismi e le economie di rapina che saccheggiano il Pianeta”. Queste parole di Paolo Rumiz che troviamo a conclusione di questo suo bel testo ci fanno riflettere sul significato dell’Europa.

Rumiz prima che scrivere un libro compie un viaggio che inizia da Norcia e attraversa l’Europa passando tra diversi monasteri. L’intuizione dello scrittore è quella di ripartire dall’operazione compiuta da Benedetto e i suoi monaci nel tempo delle invasioni barbariche. In un occidente segnato dalla violenza con immigrazioni di massa, guerre, anarchie e degrado urbano ecco che i Benedettini “erano riusciti a salvare l’Europa senz’armi, con la sola forza della fede”.

Il pellegrninaggio attraverso i monasteri è ricco d’incontri, quasi sempre edificanti, dove si riflette su come grazie alla Regola di San Benedetto si sia trovato uno stile di vita che volge verso la ricerca della felicità. “La felicità sta nel perimetro” troviamo scritto a un certo punto ed il riferimento è il perimetro del monastero dove uomini e donne nel ritmo quotidiano fatto di lavoro, preghiera e accoglienza cercano un senso ai loro giorni.

Nel testo trovo con sorpresa una parte anche su Viboldone e la descrizione dell’incontro con Madre Ignazia Angelini donna che conosco bene e alla quale mi lega un grande affetto. Leggo sue parola sagge e ancora più stupito trovo un breve cenno a un altro luogo a me caro: Nocetum, dove altre donne provano a vivere secondo il Vangelo.

Il libro fa emergere in maniera narrativa, e in qualche tratto attraverso il linguaggio della fiaba, i valori che stanno alla radice dell’Europa. Chi scrive ha grande affetto per il vecchio Continente e vuole trasmettere ai nipoti e ai lettori tutta la ricchezza che c’è in quella storia.

Non mancano passaggi dolorosi, luoghi come l’Ungheria dove le cose sono più complicate e l’accoglienza benedettina non è poi così praticata. Però “Il filo infinito” è un grande inno al recupero di uno stile di vita più capace di lavoro e preghiera per costruire insieme il volto di un’Europa bella.

Il linguaggio è ricco d’immagini tra le tante mi piace citare quello padre Fedele, in un monastero del Veneto, racconta a Rumiz portandolo nell’orto. “Guarda questo radicchio, vedi com’è rovinato? Era meraviglioso, poi un bruco l’ha attaccato dalle radici. Ecco, questa pianta è come l’Europa che oggi trema perché ha perso le sue radici cristiane”.

Leggere “Il filo infinito” significa accettare il rischio d’innamorarsi dell’Europa e di desiderare di percorrerne alcuni dei tratti mirabilmente descritti dall’autore. Inoltre, vuol dire anche recuperare la bellezza di una spiritualità antica ma ancora attuale oggi.