La vita manicomiale «ha profondamente indirizzato – dice Aldo Colonnello – Alda Merini sia sulla poetica, sia nella sua esistenza»

di Silvio Mengotto

Merini

Fu Pasolini uno dei mentori e come lui Alda Merini sarà «il megafono degli ultimi». Con la fede «svolge un dialogo continuo. In particolare con il tema della maternità e la figura di Maria» con la quale la Merini ha un rapporto di profonda identificazione. Con sorpresa la poetessa «sconfessa ogni forma di pessimismo» oltre al tema del dolore, della pietà, amava la gioia, la vita e stare con i giovani. 

 

Aldo Colonnello è stato vicepresidente Nobel per Alda Merini e autore del libro Alda Merini la Poetessa dei Navigli (Edizioni Meravigli) presentato in numerose location. La lunga frequentazione con la poetessa gli consente di conoscere numerosi aspetti condivisi con Alda Merini. A dieci anni dalla morte, a tutto campo Aldo Colonnello parla dell’eredità che la poetessa dei Navigli lascia a Milano, all’Italia, alla cultura umanistica.
«Credo che Alda Merini – dice Aldo Colonnello – sia entrata nel cuore della gente. Quello che vado ripetendo è che la poetessa dei Navigli sia trans generazionale, passa le generazioni, è amata dai giovani e dagli anziani. Credo sia un patrimonio della cultura e patrimonio dell’umanità tout court. La sua poesia è una continua riprova della capacità di donare amore. Uno che legge La terra santa si rende conto che dal dolore, parafrasando De Andrè – “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori” – può nascere l’amore. La terra santa è un capolavoro e la santificazione del luogo della sofferenza, del manicomio. Il grande patrimonio che Alda ha lasciato ai giovani e alle prossime generazioni, compresa l’attuale, è la consapevolezza che uno dei grandi strumenti che possono far lievitare la nostra società è fondata sulla capacità di amare»

D. Il dono più prezioso di Alda Merini? «I suoi versi incantati, che spesso raggiungono le vette della perfezione, poesia pura, è il contenuto straordinario che parla di amore, condivisione, fratellanza, di non volontà di creare attrito tra un essere umano e l’altro. Uno spazio di grande monito alla fratellanza, rispettarsi ed essere fratelli gli uni con gli altri. E’ una grande testimonianza. Chi prenderà il testimone non lo so. Credo tocca prenderlo a tutti. Non ci sarà più un’altra Merini, ne nasce una ogni due o trecento anni. Il suo grande passaggio sulla terra credo abbia lasciato dei segni indelebili nell’animo di molti di noi»

D. La vita della Merini è stata difficile. Sulla sua pelle ha frequentato il dolore. Non crede che questa frequentazione l’abbia resa sensibile agli ultimi? «E’ stata il megafono degli ultimi. Parla per gli ultimi. Ci sono episodi della sua vita dove va incontro agli ultimi. Un episodio è quello di un clochard dei navigli. Era soprannominato il Titano, apparteneva alla oleografia e storia dei navigli e di una Milano scomparsa. Viveva di nulla e Alda se ne occupò. Si affezionò a questa persona, gli offrì ospitalità, cibo e denari. Lo fece ripulire. Se ne occupò e lui era completamente dedito alla poetessa. Quando Alda andava al Costanzo show a Roma, lui andava alla stazione e diceva agli altri “vado a prendere la poetessa alla stazione”. E’ un piccolo episodio tra i mille. Alda si occupava concretamente delle persone umili, di quelle disadattate, le più fragili. Quando poteva le aiutava. Ricordo un altro episodio che mi stupì. Ad Alda, dopo gli incontri pubblici, gli organizzatori davano dei soldi. Lei li chiedeva sempre cash. Una sera andai a raccogliere la somma che le aspettava. Si trattava di 3500 euro. Le portai la busta con i soldi. La cosa incredibile è che nel giro di pochi minuti questi soldi erano finiti. Mi disse di portare 500 euro al vicino di casa perché  non riusciva ad arrivare a fine mese, altri 500 euro ad un altro signore. In poche parole quello che guadagnava dava. I pochi soldi rimasti li distribuiva per aiutare i poveri o chi faceva fatica. Questo era il suo rapporto con la vita, gli altri, gli ultimi. Sicuramente la sofferenza ha inciso profondamente sulle sue scelte, sulla sua vita. Credo che nulla sia stato vissuto casualmente. La vita manicomiale ha profondamente indirizzato Alda sia sulla poetica, sia la sua esistenza»

D. In questa vicinanza con gli ultimi c’è qualcosa in comune con Pasolini? «Indubbiamente, ma non a caso. Sto scrivendo un secondo libro su momenti legati ad Alda, su incontri, ricordi, aneddoti e parlo anche di questo aspetto. Pasolini è stato uno dei suoi mentori e scopritori. Come Quasimodo, Spagnoletti, Manganelli. In qualche modo lei ne parlava assimilandolo a sé. Pasolini ripeteva sempre “questa ragazzetta milanese che custodisce il miracolo della poesia. Non può avere questo dono avendolo appreso da altri maestri, è giovane, è un mistero”. Alda era una ragazzina. Pasolini si fermava di fronte al mistero della poesia della Merini. Però l’amore verso gli ultimi che Pasolini manifestava, quasi come un filo rosso, si andava ad agganciare anche alla vita di Alda. Uniti nel darsi alle categorie più deboli»

D. Alda Merini amava i giovani? «Ricordo la sera fatta insieme al teatro Binario Sette di Monza con un titolo emblematico: Serata amore. Alda doveva parlare ai giovani e non aprioristicamente. Miracolosamente e misteriosamente quella sera il teatro era gremito di giovani e di persone lontane da lei come generazione. Alda aveva questa grande capacità di interloquire con i ragazzi. Quella sera avvenne un fatto straordinario»

D. Quale? Ero con lei sul palcoscenico e Alda parlava ai giovani, con la sua voce inconfondibile, a volte trascinata, ma di grande impatto e carisma, dava suggerimenti. Mentre parlava ai giovani, quasi all’unisono si alzavano istintivamente. Dopo un po’ li trovai a corolla attorno ad Alda. Una sorta di commistione fra loro che ascoltavano e la Merini che parlava loro. Una grande attenzione verso i giovani che ribadì a conclusione dell’incontro dicendo che era stato molto bello parlare ai ragazzi»

D. Che rapporto aveva con monsignor Gianfranco Ravasi? «Per Alda mons. Ravasi è una figura importante. Quando era prefetto all’Ambrosiana di Milano le ha scritto molte prefazioni. Se Alda voleva scambiare due parole e confrontarsi chiamava il “Ravasone”, così lo chiamava. Aveva questa abitudine di ingigantire i nomi. Quando Ravasi se ne andò a Roma lei va in crisi. Le faccio conoscere mons. Brambilla e, anche con lui, nasce una grande amicizia con il “Brambillone”. Un omone di 120 chili dolcissimo con il quale stabilisce un rapporto di scambio generoso di amicizia. Un’altra figura di riferimento era padre Davide Maria Turoldo. C’è una poesia, semi inedita, scritta da Alda e dedicata proprio a padre Turoldo»

 D. Come si sviluppava il suo rapporto con la fede? «E’ un rapporto continuo, un dialogo continuo. In particolare, ma non solo, con la figura di Maria. Si interroga sul dolore, sulla sofferenza perché l’ha vissuta sulla sua pelle. Immagina, vive e rivive continuamente il Poema della croce e il dolore mariano sotto la croce del figlio che sta morendo. Qui ritorna Pasolini col Vangelo. C’è proprio un profondo dialogo con Maria. Alda non condivideva certi comportamenti della Chiesa, ma era una donna con una grande carica spirituale. Non era una fredda positivista, ma una donna molto attenta allo spirito. Amava dialogare nella sua poetica e nella sua anima con figure di riferimento come Maria con la quale c’era una identificazione. Ricordo che nei primi tempi della nostra conoscenza, mi portava nel salotto buono dove spesso mi recitava dei passaggi del Poema della croce e si soffermava continuamente sul ruolo della maternità. Questa identificazione tra la grandezza assoluta di Maria e la sua personale dimensione che, in qualche modo, rapportava alla figura della Madonna»

D. Ci sono altre figure di riferimento ? «L’altra figura che amava moltissimo è il poverello di Assisi, san Francesco al quale ha dedicato un bellissimo e breve poema. E poi la figura di Cristo che ritorna continuamente, soprattutto quando lei si rivolge alla figura della madre. La sua fede non era esibita. Nella scrittura e produzione artistica Alda continua a ritornare sul tema religioso. La Mistica d’amore è una raccolta in cinque brani, un compendio di bellezza, di dialogo con l’assoluto»

D. Oltre al dolore e alla pietà, con sorpresa in Alda Merini c’è il tema della gioia. Di che si tratta? «E’ un tema importantissimo. Sono un cultore di un filosofo che ci ha appena lasciato, lui parlava di gioia come destino dell’uomo, come la nostra eternità. La gioia meriniana è diversa, non filosofica ma legata alla quotidianità e alla vita vissuta. Era una donna bulimica di vita, amava profondamente la vita. Questo nonostante la vita, direi spesso, gli ha girato le spalle facendola soffrire pesantemente (46 elettrochoc e 10 anni di tortura), in lei c’era un grande amore per la vita. Quindi la gioia come elemento legato alla quotidianità, all’amore verso le figlie, verso il ricordo del marito, all’amore per la poesia. Alda Merini è una figura che sconfessa ogni forma di pessimismo nonostante ciò che uno può pensare. Una donna innamorata della vita. La gioia si può interpretare anche in quel senso. Ovviamente c’è la nobiltà della gioia nella condizione dell’uomo. Nonostante il nostro tempo abbia capovolto questo concetto e abbia demolito ogni forma di sacralità e lo abbia proprio reso nella formula: “adesso tutto e subito”. La vita come interpretazione non come verità. Alda istintivamente sentiva, capiva che noi siamo molto più importanti di quello che il nostro tempo ci fa credere. Era un continuo guardare verso la figura di Maria, guardare verso la fede che non esibiva sfacciatamente»