Riflessioni sintetiche conclusive di Virginio Brivio

di Virginio Brivio
Collaboratore Servizio per la Pastorale Sociale e il Lavoro

sanita

Dopo l’ascolto di queste quattro testimonianze cerco di trarre qualche sintetica riflessione conclusiva, avendo trovato conferma dell’assunto che abbiamo condiviso all’inizio: in questi luoghi di lavoro e cura, nell’esercizio di  queste professioni che abbiamo meglio conosciuto non solo c’è un “fare” quotidiano essenziale per la qualità della vita delle persone fragili ma emergono  anche utili e formidabili “insegnamenti” per tutta la comunità ed in particolare per coloro che esercitano responsabilità pubbliche. Ci hanno segnalato l’urgenza di superare dilemmi, contrapposizioni, semplificazioni ed al contrario lavorare per riconoscere l’unitarietà dei bisogni dei cittadini e l’urgenza di integrare le risposte. Proviamo a dare uno sguardi ad alcuni degli “nodi” emersi. 

  1. Sanità, socio-sanitario, sociale, provvidenze economiche. Sono le macro categorie di servizi, interventi, risposte ai quali corrispondono enti istituzionali e servizi, soggetti erogatori, meccanismi di finanziamento, criteri di valutazione e di accesso fortemente differenziati. Spesso, abbiamo sentito anche dagli interventi, questo genera non solo difficoltà di accesso alle cure, disorientamento, ma un vero e proprio venir meno del diritto primario alla cura dei fragili. Non tocca a noi in questa sede indicare ricette (peraltro non facili) per affrontare questa riorganizzazione delle competenze in atto a livello nazionale e regionale, ma guardiamo con stima e vicinanza il lavoro di coloro che laicamente propiziano la cooperazione tra i sistemi, il punto di vista dei cittadini, la flessibilità dei servizi (a partire dalle associazioni di secondo livello di ispirazione cristiana quali Aris, Uneba e altre). Un piccolo passo potrebbe essere che le stesse riforme vengano pensate “insieme”, e non come sta avvenendo, tramite una pluralità di commissioni, luoghi, elaborazione e competenze che rischiano di consolidare i sistemi così come sono o con qualche riforma che rischia di essere o troppo ardita e magari inapplicabile o viceversa superficiale, se non di facciata (cambiare nome ai servizi…).
  2. La contrapposizione tra interventi territoriali/domiciliarità e le strutture di accoglienza residenziali. Se è indubbio che il potenziamento della rete dei servizi domiciliari è un obiettivo primario, la priorità, che condividiamo e che va supportato con risorse, organizzazione, servizi adeguati anche per le situazioni più gravi che desiderano restare al domicilio ed hanno diritto a condizioni idonee, è altrettanto vero che per condizioni soggettive di salute e relazionali od oggettive (assenza di una rete famigliare e sociale, di idoneo alloggio ecc.) la residenzialità è una risposta ancora necessaria. Certo i servizi residenziali devono ripensarsi con maggiore flessibilità in ciò che storicamente fanno, aprendosi al territorio anche tramite la gestione di servizi domiciliari ed evolvere in centri multiservizi. Dobbiamo sostenere il processo di potenziamento dei servizi domiciliari, ma senza scorciatoie ideologiche e sommarie, che rischiano peraltro in attesa di un serio rilancio della medicina e degli interventi di prossimità, di consegnare i fragili alla solitudine… domiciliare. Non dimentichiamo, peraltro, che tutti gli studi concordano che per ora il servizio domiciliare più “intenso” è quello svolto dalle assistenti famigliari, spesso in solitudine e con carente qualificazione. 
  3. Pubblico-privato. C’è un’enfasi molto forte nel PNRR e nelle riforme in genere per attribuire risorse e sottolineare centralità agli interventi del pubblico. Questa sera abbiamo sentito testimonianze di operatori e dirigenti che hanno evidenziato una ricchezza di interventi espressione di quel Terzo Settore (articolato al suo interno: dall’associazione alla cooperazione, dalla Fondazione all’impresa sociale ecc.) che svolgono in realtà un servizio pubblico nel senso che contenuto e finalità convergono su ciò che le normative indicano e lavorano per un bene comune. Fermo restando il ruolo di referente dei bisogni e di garante delle risposte dell’ente pubblico, ci chiediamo perché non si riesca a dare equilibrata attuazione a quei principi di sussidiarietà che sono entrati in Costituzione, in norme nazionali e in numerosi Statuti e leggi regionali. Peraltro c’è un valore aggiunto del terzo settore che, oltre a gestire servizi ed interventi, attiva la comunità, coinvolge, diventa moltiplicatore di capitale umano e sociale a quello principale della cura.  Basterebbe guardare realtà e numeri, certo con anche situazioni spurie o da migliorare, ma incontreremmo tanto bene comunitario e relazionale generato anche in zone (sia geografiche che umane) difficili, dove il privato mercatile non ha convenienza ad intervenire ed il pubblico è in affanno. Spesso queste presenze generano anche occupazione significativa, che evita spopolamenti, abbandono dei territori e altro.
  4. Specialistica – Medicina di base – Prevenzione – Riabilitazione. Abbiamo sentito riflessioni importanti dai due professionisti sanitari che sono intervenuti ed ancora una volta è stato il “sistema” di servizi e prestazioni che è stato messo in evidenza quale condizione per rispondere unitariamente ai bisogni dei cittadini, anche quelli più complessi. Una sanità orientata alla cura della patologia e non al prendersi cura genera storture, con un approccio che privilegia risorse su ospedali e prestazioni specialistiche rispetto alla prevenzione o agli interventi riabilitativi. Anche la misura dell’efficacia dell’intervento cambia molto in base all’approccio. E chiaro che questo ha conseguenze sui modelli organizzativi di cui abbiamo già detto. E forse dovremmo recuperare quella capacità di essere “specialisti dell’insieme” come ci hanno insegnato Don Luigi Monza, Don Carlo Gnocchi, Don Domenico Pogliani e tanti altri che hanno messo alla base del loro agire il concetto del riabilitare integralmente le persone, ben prima delle dichiarazioni ufficiali delle grandi organizzazioni mondiali della seconda metà del novecento.
  5. Investimenti-Tecnologie-Persone. Sono tante le risorse economiche messe in campo per i prossimi anni per gli edifici ammodernando quelli esistenti e programmandone di nuovi (Case ed ospedali di Comunità, Centrali operative territoriali ecc.). Altrettanto sulle tecnologie, anche finalizzate a migliorare monitoraggio, interventi sulle persone ecc. e non solo sull’organizzazione. Due criticità sono emerse questa sera. La prima è l’assenza di investimenti sul capitale umano, con il rischio di avere servizi nuovi (muri…) ma con bassa operatività e soprattutto innovatività; la seconda le alleanze territoriali necessarie a questi servizi, ben richiamate da Agostoni, sono un ulteriore elemento importante: diversamente di che servizi di Comunità stiamo parlando? Un ulteriore nodo, lo aggiungo io, è il limitato accesso dei soggetti del Terzo Settore ai finanziamenti sugli investimenti.
  6. Professioni. Abbiamo insieme riscoperto l’esistenza di tante professionalità che operano nei servizi, da quelle che han preso la parola, alle altre citate frequentemente (medici, animatori, educatori ASA, OSS, addetti alla logistica, manutenzione, informatica, portineria, pulizia, alimentazione, amministrativi ecc.). Lo dico in maniera semplice ma vera: abbiamo trovato passione, abbiamo avuto certezza che nel mondo della cura c’è spazio per l’esercizio di professioni “belle”, ancorché impegnative come ritmi, orari, condizioni ma con un rapporto diretto con chi accudisci che ripaga.
    Dobbiamo dare maggiore evidenza e dignità a queste professioni. Il giusto riconoscimento economico (supportato anche da un aiuto di Stato e Regioni nella contribuzione ai servizi), un grande investimento formativo sia per chi già opera (per migliorare e qualificare) ma soprattutto con un rilancio della promozione di queste professioni, anche lavorando con gli ordini per trasmettere con forme e modi nuovi campagne informative e di orientamento. Serve certo un piano straordinario per l’attuale emergenza nei servizi (è di questi giorni l’ennesimo grido di allarme di UNEBA e altri) ma anche con piani ordinari specifici dei centri di formazione e dell’Università (in primis ma non solo la Cattolica), superando il numero chiuso ma anche promuovendo una contaminazione più feconda di questi mondi con il socio-sanitario (perché  non promuovere ad esempio  tirocini di medici, infermieri ecc. più intensamente in questi servizi e non solo negli Ospedali o nei centri ricerca?).

Concludo con un grazie a tutti gli intervenuti ed a tutti i lavoratori e professionisti, in particolare coloro che operano nei servizi di cura, che abbiamo voluto mettere maggiormente in evidenza quest’anno con l’impegno di riprendere come Chiesa Diocesana le indicazioni che sono emerse.