Ogni esperienza ci cambia e questa non è cosa da poco

di Walter Magnoni

corona

Tra le tante cose che repentinamente sono mutate vi è anzitutto il nostro sguardo. Io vivo in una delle città più frenetiche, nella quale ad ogni ora la gente corre. All’inizio non sembrava possibile doversi arrestare ed infatti il primo slogan – fatto anche per esorcizzare la paura – fu: “Milano non si ferma”.

Oggi se cammino tra le strade del centro le vedo (giustamente) deserte. Anche Milano si è dovuta arrendere all’emergenza sanitaria in atto. Solo dopo aver risolto questa crisi affronteremo quella economica che è già in atto, ma non può essere “aggredita” finché i nostri ospedali saranno al collasso.

Il nostro sguardo, anche semplicemente scrutando ciò che si vede dalla finestra, vive il richiamo della primavera. Perché la natura si muove elegante col suo ritmo ciclico e si affaccia nella stagione dove tutto rinasce. Così mi vengono in mente le parole del Vangelo dove Gesù c’invita a imparare dagli uccelli del cielo e dai fiori del campo.

Vorrei riportare la pagina, perché rileggerla è sempre di aiuto a tutti noi:

«Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,25-34).

Questo è il tempo per uno sguardo nuovo. Forse potremmo chiamarlo anzitutto come uno sguardo contemplativo: fatto di tempi più pacati e dove riusciamo a indugiare di più sulle cose. È il tempo della sosta, dello stare senza fretta. Abituati a ottimizzare i tempi, lo sguardo contemplativo ci riporta al rallentare per penetrare nelle cose.

«Come posso convincere mia moglie che, mentre guardo fuori dalla finestra, sto lavorando? — si chiedeva Joseph Conrad al principio del secolo scorso. Io, invece, mi chiedo: come posso spiegare a mia figlia che, quando guardo fuori dalla finestra, vedo la fine di un’epoca?» (Antonio Scurati, Corriere della sera, 25 marzo 2020). Io credo che tutti noi abbiamo bisogno di allenare il nostro sguardo, così come sapeva fare il grande scrittore Conrad, che osservava la realtà per poi dare parola a quello che pensieri e affetti provocavano in lui. Scurati invece crede che sia finita un’epoca. Chissà se sarà così e se davvero quando tutto sarà finito ci ritroveremo diversi.

Ogni esperienza ci cambia e questa non è cosa da poco. Giunta inattesa, accolta con sufficienza e capace di bloccare miliardi di persone non è effettivamente un fatto marginale.

C’è un elemento nuovo, almeno per le persone della mia generazione: è la prima volta che sentiamo la morte vicino a noi. L’ultima guerra mondiale è avvenuta quando in tanti di noi non erano ancora nati, poi è iniziato un tempo di stabilità e tutto sommato – anche grazie ai progressi della medicina – ci siamo sentiti tutti più forti. Adesso la morte ha assunto i volti di persone che conoscevamo bene o di parenti di amici. Ho vissuto giorni dove ogni telefonata mi comunicava malattie e morti. La morte che la società con scaltrezza aveva sempre più esorcizzato si è ripresa la scena con prepotenza. Il filosofo Heidegger aveva centrato molte delle sue riflessioni sul nostro “essere per la morte”. La predicazione cristiana in alcune epoche ha parlato con abbondanza della morte, con l’intento di aiutare le persone a vivere bene su questa terra. Pensare alla morte può diventare proficuo se ci permette di scorgere cosa vale cercare nei giorni che ci è dato da vivere su questa terra.

«Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno». Non sono parole superflue, perché l’assalto ai supermercati è cifra della nostra paura di rimanere senza cibo. Scrive Tolentino Mendonça: «la nostra sicurezza non può provenire da una dispensa ben fornita o dal frigorifero stracolmo. La vita è più della materialità necessaria alla sopravvivenza». Una delle opportunità che ci sono date adesso è di riconoscere cosa nutre la nostra vita.

Questo è tempo per leggere, studiare, meditare, pregare. Tempo per nutrire l’intelligenza e lo spirito. Ma non è scontato, perché per farlo dobbiamo imparare l’arte di fermarci, di non essere schiavi del telefono o della mente che mentre stiamo per fare una cosa ci ricorda qualcosa d’altro e così potremmo rischiare di essere come trottole imprigionate dentro una casa ma sempre in movimento e mai fermi.

Invece ci è chiesto di recuperare il motto bellissimo Age quod agis, fai quello che stai facendo, non fuggire a te stesso. Stai dove sei. Leggi, prega, osserva, ama.

Questo è tempo per telefonate non formali, ma dove ci prendiamo il tempo per esprimere il bene che abbiamo gli uni per gli altri. Non possiamo abbracciarci, ma le distanze possono essere ridotte dal far sentire gli uni gli altri il bene che circola. Se nella preghiera ti viene in mente quel volto che sai esserti caro, non esitare a scrivergli e a chiamarlo. Pensa anche a chi magari potrebbe soffrire la solitudine e ha pochi contatti sociali, può essere un’occasione di prossimità.

È lo sguardo che cambia. Prima avevamo sempre l’occhio sull’agenda, adesso l’attenzione si può spostare ai volti. A me piace farli diventare preghiera e ad esempio in ogni decina del rosario affidare volti al Dio della vita. Considero il tornare ai volti una grande opportunità perché sono un’essenza nutriente. Tra i volti da portare davanti al Padre credo non debbano mancare quelli del personale sanitario, dei volontari e dei tanti che lavoro per arginare questa grave emergenza.

«Non preoccupatevi» dice Gesù, ma ci sono persone che mi confessano di dormire poco e in modo disturbato in questo tempo. Come facciamo a superare gli affanni interiori?

Ognuno di noi ha i suoi metodi. Io in questo mio scritto ho consigliato quello che vedo buono per me. La lettura, la preghiera, la vicinanza alle persone e un po’ di movimento. Anche il corpo chiede il suo spazio. Adesso che non posso correre liberamente per le strade, cerco d’inventarmi nuove cose come il salire e scendere la scale un po’ di più o camminare mentre leggo un romanzo. Perché sempre gli antichi dicevano: mens sanain corpore sano.

Credo che sia bello per noi sentirci uniti e pregare per il Papa, la Chiesa intera e ogni uomo che vive su questa terra.