Sono tanti i segnali di una ripresa, ardita a volte plateale, neofascista...

Silvio Mengotto

Pasolini

Sono tanti i segnali di una ripresa, ardita a volte plateale, neofascista: raduno al cimitero di Musocco dove ottocento nostalgici con il saluto romano ricordano i camerati uccisi della Repubblica sociale di Salò; l’assalto violento di CasaPound nel Consiglio di Milano; il titolare di una spiaggia balneare chioggiota che, oltre ai manifesti e fotografie inneggianti il fascismo, in televisione dice tranquillo e convinto: «Me ne frego, ordine e pulizia». Quanti bagnanti si saranno volontariamente allontanati da quella spiaggia? Episodi non sporadici, ma diffusi a macchia d’olio. Qualcosa di profondo è cambiato nella coscienza del popolo italiano o in parte di esso? Credo di sì!

 

Nuovi occhiali

Vorrei esprimere una personale convinzione. Credo che questo cambiamento, forse un mutamento, non è ancora ben avvertito. Con una icona siamo stati resi “ciechi”, forse miopi, mentre il volto del “fascismo” è mutato e profondamente diverso da quello del ventennio mussoliniano. Abbiamo bisogno di inforcare un paio di occhiali nuovi per scrutare, vedere una realtà che non vediamo, ma ben presente, perché abbagliati dalla superficie, dall’esteriorità, che nascondono le radici. Questi nuovi occhiali portano rispettivamente la lente di Pasolini e di papa Francesco.  Negli anni ’70, il contesto era molto diverso da oggi, eppure Pasolini aveva profeticamente intuito, denunciato ciò che lui definitiva «mutamento antropologico» del Paese che transitava dalla civiltà contadina a quella industriale: il falso progresso, paradossalmente vicino al pensiero di Leopardi; la cinica aggressione ai valori storici e alla natura; la droga tra i giovani come problema nazionale e fuga negativa dal vuoto di cultura; il “palazzo” dei politici sempre più lontani dalla realtà e dal popolo; i disastri materiali spirituali della “civiltà dei consumi”, quale nuovo e inedito totalitarismo, definendolo per i suoi risultati problematici il «nuovo volto del fascismo».

L’altra lente è quella di papa Francesco, in particolare nella sua lettera enciclica Laudato sì sulla cura della casa comune profondamente evangelica e, non credo di esagerare, rivoluzionaria.

Una lettera che fa problema perché va diretta al cuore dei problemi offrendo diverse soluzioni praticabili. Fa pensare il fatto che sia molto citata  nei convegni, ma poco conosciuta, letta, masticata nel clero e tra i fedeli nelle parrocchie. Rileggendola, vi invito a farlo, mi convinco sempre di più che in tutti i sei capitoli si possono cogliere molte intuizioni di Pasolini. In una lettera pastorale anche C. M. Martini citava la sensibilità e le intuizioni di Pasolini. Non a caso papa Francesco ha regalato copia della lettera Laudato sì al presidente americano Donald Trump che si è sfilato dagli accordi internazionali sui temi climatici del pianeta terra che riguardano il presente e il futuro dell’umanità. La libertà, qui sta la profonda differenza con tutti i totalitarismi (fascisti e comunisti), è sempre e comunque una continua assunzione di responsabilità che, di fatto, il consumismo selvaggio e del superfluo  nega. Da anni ha circondato il popolo (pubblicità, televisione, tempo libero, vacanze, cibo) rendendolo prigioniero nel «penitenziario dei consumi» che, scusate l’azzardo e l’esagerazione,  a suo modo ha contribuito ad allargare la globalizzazione dell’indifferenza e inseminare la cultura dello scarto.

Fa pensare il fatto che negli anni ’70 Pasolini invitava ad una opposizione contro l’autoritarismo liberticida del consumismo. Con delle parole forti e sopra le righe, ma a suo modo profetiche e scandalose per l’epoca, invitava la Chiesa a passare all’opposizione.      

Sul Corriere della sera scriveva “La Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha avuto senso l’affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità  umana in merci di scambio). E’ questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta. O fare questo o accettare un potere che non la vuole più: ossia suicidarsi»[1].

Sono convinto che Pasolini fu ucciso perché era diventato un uomo scomodo, scandaloso e profetico per tutti: credenti e non credenti.

 

Intuizioni oscurate

Per dirla alla Pasolini il consumismo di massa è più ambizioso e totalitario del fascismo, proprio per questo lo riteneva più pericoloso e il nuovo volto del fascismo perché, a differenza del fascismo mussoliniano, vuole conquistare e sottomettere tutto: anima e corpo. Silenziosamente va in profondità con la complicità di una brutale logica di mercato che ha trasformato il popolo in massa di manovra e la persona in un burattino.

«Io credo – scrive Pasolini nel 1974 – , lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologi hanno troppo bonariamente chiamato «la società dei consumi». Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. Ed invece no. Se uno osserva negli oggetti, nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo. Nel film di Naldini[2] noi abbiamo visto i giovani inquadrati, in divisa, con una differenza però. Allora i giovani nel momento stesso in cui si toglievano la divisa e riprendevano la strada verso i loro paesi ed i loro campi, ritornavano gli italiani di cento, di cinquant’anni addietro, come prima del fascismo. Il fascismo in realtà li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio, nel fondo dell’anima, nel loro modo di essere. Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come nell’epoca mussoliniana, di una irreggimentazione superficiale , scenografica, ma di una irreggimentazione reale che ha rubato e cambiato l’anima. Il che significa, in definitiva, che questa «civiltà dei consumi» è una civiltà dittatoriale. Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, «la società dei consumi» ha bene realizzato il fascismo»[3].

Lungi da me nel creare un allarmismo sconsiderato e poco costruttivo, sia perché il pensiero di Pasolini deve essere collocato nel periodo storico che stava vivendo il Paese, sia perché le sue intuizioni non devono più essere oscurate o, peggio ancora, dimenticate. Anche se sono trascorsi quart’anni, le sue intuizioni conservano la lucidità di una profezia da non sottovalutare. Oscurarle significherebbe oscurare anche un pezzo di verità e di libertà.

[1] P.P.Pasolini,  I dilemmi di un Papa oggi, Corriere della sera, 22 settembre 1974

[2] Fascista

[3] P. P. Pasolini, Fascista, L’Europeo, 26 dicembre 1974